Cibo per ricette filosofiche a Bitonto

Quest’estate, a Bitonto, si è svolto un progetto del tutto nuovo che unisce il piacere della conoscenza con quello della degustazione di cibo e buon vino. “sApericena, la cultura a piccoli morsi” è un’iniziativa promossa da giovani ricercatori universitari con l’obiettivo di offrire ai partecipanti la possibilità di avvicinarsi ad alcune tematiche, accompagnandole con una vera e propria esperienza del gusto. Scienza, letteratura, storia e filosofia unite in un simposio a prova di spritz ogni volta diverso e personalizzato a seconda del tema. Un’esperienza di otto serate accompagnate dalla degustazione di cibi locali a cura di Smic cafè e Spleen Cafè Letterario Ristoart, veri e propri partner gastronomici, disponibili e carichi di inventiva.

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“Assumendo il cibo assimiliamo il mondo”, è stata una delle riflessioni approfondite negli appuntamenti di “sApericena” a Bitonto

I relatori (Francesco Brandi, Gaetano Frascella, Luciano Traversa, Antonio Lombardi e Sabino Paparella) e le relatrici (Bianca Vittoria Ranieri, Anna Maria Macchia e Claudia Verna) hanno esposto i loro percorsi accademici in modo chiaro ed efficace, riuscendo ad attirare l’attenzione dei commensali  alle prese con buffet invitanti e gustosi. Dall’antichità, passando per Aristotele, secondo cui il tempo trova la sua misura nell’esperienza, alla visione di Wallace secondo cui il potere latentemente disumanizzante del corpo continua a rendersi particolarmente evidente nella sfera sessuale, concludendo poi con Einstein secondo cui senza lo stupore la vita sarebbe noiosa, fino a Husserl e Leopardi. Il filosofo greco Platone riteneva che “il vino per l’uomo è come l’acqua per le piante, che in giusta dose le fa stare bene erette”, dunque l’ ingrediente principale che ha dato inizio al primo incontro del sApericena è il vino. Anche Hegel, idealista tedesco, pare che non disdegnasse il bere: addirittura, per render conto del passaggio dalla religione alla filosofia all’interno del suo sistema, egli spiega che è un po’ come con lo champagne, quando nel calice la schiume si fonde con vino. Nella vastità degli argomenti trattati negli incontri, le riflessioni legate all’ambiente e al nuovo modo di ri-pensare al gusto erano perlopiù filosofiche. Oggi s’inizia a capire che non c’è nulla di più filosofico della cucina, che è un modo di parlare del mondo, senza le parole ma, appunto, con i cibi, i sapori, le sostanze e, soprattutto, l’uso intelligente della corporeità. Il mangiare “oltrepassa” la questione biologica e si apre alla dimensione del senso. È un gesto carico di significati, ed il cibo è la materia di questo gesto. L’approccio filosofico ha permesso di interpretare il cibo attraverso l’utilizzo dell’intersoggettività (soggetti in relazione) e della natura ambedue appartenenti alla storia del pensiero occidentale. Il soggetto cerca di stabilire un confine mobile tra sé e l’esterno tramite l’atto alimentare, dunque noi diventiamo ciò che mangiamo. Assumendo il cibo assimiliamo il mondo, e anche l’altro se pensiamo all’animale. Insomma, pare che la nostra relazione con il cibo sia complessa a sufficienza affinché la filosofia possa occuparsene per trarne qualcosa di utile o di interessante.

Come sostiene Jacques Derrida, infatti, la questione non è, né mai lo è stata, “mangiare o non mangiare, mangiare questo e non quello, il vivente o il non vivente, l’uomo o l’animale”, quanto nella nostra relazione con il cibo, perché è “la migliore maniera, la più rispettosa e la più riconoscente, la più adatta così a rapportarsi all’altro e a rapportare l’altro a sé.” Si potrebbe affermare che il valore ambientale, emerso da questo sApericena, ruota  intorno alla legge dell’ospitalità infinita, vale a  dire la regola del “bisogna ben mangiare” con gli altri. Un esempio concreto è riscontrabile nell’ultimo incontro avvenuto il 10 agosto, a cura del professore di Storia della Filosofia (e ricercatore all’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”) Sabino Paparella e la sua presentazione Guarda, c’è luna? I dadi di Einstein e le parentesi di Husserl. La sua esperienza accademica non richiedeva solo il saper qualcosa su un determinato argomento ma qualcosa di più, un’ecologia del gusto ad effetto-sorpresa. Proviamo a chiederci, sappiamo cosa mangiamo nella realtà? La risposta del relatore, riformulata nel vocabolario fenomenologico, suona: bisogna fare esperienza, il sentire è infatti determinante e intrattiene infatti una relazione intima con il corpo, inteso non solo nel suo aspetto cinestetico e costitutivo ma anche nel suo aspetto passivo e qualitativo. I cibi della serata, che osservandoli a priori sembravano dolci (in base alla quotidianità) in realtà assaggiandoli, altro che non erano delizie salate. Infine, l’uso di questo gioco dialettico corpo-mente ha innescato nei partecipanti il sentimento dello “stupore” , il vero motivo del perché eravamo in quel luogo ad ascoltare i temi. “Cosa succede quando ci meravigliamo?” conclude Paparella: «Qualcosa ci suscita quel sentimento perché ci apre nuove prospettive, ci affascina, ci rende manifesto ciò che pure era già palese».  Rimane quel paradosso, la filosofia nasce dalla meraviglia o è la vita a causare la meraviglia e il senso della natura?

(Testo di Anna Capriati. Le foto sono di Savino Carbone)

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