“Chi inquina, paga”, ma in Europa non è sempre così

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La relazione della Corte dei conti europea segnala che questo principio è applicato in maniera differente nei vari settori e pagano i contribuenti europei

 

Nell’UE esistono quasi 3 milioni di siti potenzialmente contaminati, principalmente da attività industriali e dallo smaltimento e trattamento dei rifiuti. Su dieci corpi idrici superficiali, come laghi e fiumi, sei non sono in un “buono stato chimico ed ecologico”. L’inquinamento atmosferico, un grave rischio sanitario nell’UE, è inoltre nocivo per la vegetazione e gli ecosistemi. Tutto ciò comporta costi significativi per i cittadini dell’UE. In virtù del principio “chi inquina paga”, chi inquina è considerato responsabile dell’inquinamento e del danno ambientale causato.  Ed è chi inquina, e non i contribuenti, che dovrebbe farsi carico dei costi associati. Secondo una relazione pubblicata dalla Corte dei conti europea, tuttavia, nell’UE tale principio è generalmente recepito nelle politiche ambientali dell’UE, ma è applicato in misura diversa nei vari settori e negli Stati membri. Di conseguenza, gli interventi di bonifica sono talvolta pagati con fondi pubblici anziché da chi ha provocato l’inquinamento.

Anche se la direttiva sulle emissioni industriali si applica agli impianti più inquinanti, in caso di danno ambientale causato da emissioni autorizzate la maggior parte degli Stati membri non obbliga le industrie responsabili al risarcimento. La direttiva non impone neppure alle industrie di sostenere i costi dell’impatto dell’inquinamento residuo, che ammonta a centinaia di miliardi di euro. Analogamente, la normativa dell’UE in materia di rifiuti integra il principio “chi inquina paga”, ad esempio attraverso la “responsabilità estesa del produttore”. La Corte rileva però che occorrono spesso ingenti investimenti pubblici per sopperire alla mancanza di fondi.

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Chi inquina, inoltre, non sostiene il costo pieno dell’inquinamento idrico. Sono generalmente le famiglie dell’UE a pagare di più, anche se consumano solo il 10 % dell’acqua. Il principio “chi inquina paga” resta di difficile applicazione in caso di inquinamento da fonti diffuse, in particolare quello provocato dall’agricoltura.

Molto spesso, la contaminazione dei siti risale a così tanto tempo prima che l’inquinatore non esiste più, non può essere individuato e non può essere obbligato a risarcire il danno. Questo “inquinamento orfano” è una delle ragioni per cui l’UE ha dovuto finanziare progetti di bonifica che avrebbero dovuto essere pagati dagli inquinatori. E quel che è peggio, l’utilizzo dei fondi pubblici dell’UE è avvenuto in violazione del principio “chi inquina paga”, ad esempio quando le autorità degli Stati membri non hanno applicato la normativa ambientale e non hanno obbligato gli inquinatori a pagare.

Infine, la Corte sottolinea che, quando le imprese non dispongono di garanzie finanziarie sufficienti (ad esempio, polizze assicurative che coprono la responsabilità ambientale), vi è il rischio che i costi della bonifica dei siti finiscano per essere sostenuti dai contribuenti. Ad oggi, solo sette Stati membri (Cechia, Irlanda, Spagna, Italia, Polonia, Portogallo e Slovacchia) richiedono garanzie finanziarie per alcune o per tutte le passività ambientali. A livello dell’UE, tuttavia, tali garanzie non sono obbligatorie, per cui in pratica i contribuenti sono costretti a subentrare e sostenere i costi della bonifica quando chi ha causato il danno ambientale è insolvente.

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