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Che c’entro io con la salute mentale?

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periferie salute mentale
La periferia è emarginazione? Forse sì, quando abbiamo progettato le città senza cuore ed affetto

Luoghi come le periferie, mai più non-luoghi, al centro del dibattito sulla “costruzione” della salute mentale

Al di là delle facili battutine degli amici, mi sono chiesto perché avrei dovuto intervenire all’invito ricevuto dal Dipartimento di Salute Mentale della ASL di Bari, promotore del Festival della salute mentale, svoltosi a Bari alcune settimane fa. Mi hanno chiesto di parlare sapendo che mi occupo di periferie e di degrado paesaggistico ed ambientale e mi hanno spiegato che tutto ciò influisce sulla qualità della vita. Ho allora rifatto un tuffo nei percorsi tecnici per la formazione dei contratti di quartiere, un altro tuffo nei PIRP (i Piani Integrati per la Riqualificazione delle Periferie), nei PIRU (i Piani Integrati per la Rigenerazione Urbana), nei processi per la costruzione dei tanti Piani: tutto mi ha ricordato che ho parlato con la gente, ne ho richiesto il contatto, sono stato attento a sentire i loro bisogni, le proprie sofferenze. Poi ho fatto scelte tecniche.

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La periferia è emarginazione? Forse sì, quando abbiamo progettato le città senza cuore ed affetto (nella foto: Bari, quartiere San Pio)

Ricordo quando mi hanno parlato della vita difficile in quartieri periferici, come nelle periferie dei Centri Storici che sono afflitte dall’abbandono. In verità sostengo che a volte anche nei quartieri “alti” ci sono momenti di abbandono, in cui non si sta bene con se stessi e si diventa cocainomani o peggio, ovvero irascibili a tal punto da distruggere rapporti umani e familiari. Ho allora ricordato che in un PIRP abbiamo progettato in forma partecipata case a misura d’uomo, abbattendo le previsioni di palazzi alti per favorire case più basse, con spazi verdi, a contatto con parchi: insomma più umane. Abbiamo suggerito verde attrezzato, insediamenti di contenitori culturali o attività economiche, favorito la formazione di orti urbani assegnati alla gente, sostituendoli alle grandi aree verdi mai decollate e perennemente incolte.

Ho così scoperto che è stato facile parlare: il mio percorso di vita è attinente con la salute mentale, con le sofferenze della gente con le aspettative di recupero e di rinascita. Strano come tutto questo si fonda: la salute con la città, la natura, l’uomo, il lavoro. Si intersecano tutte  le sfere che attraversiamo lungo il nostro percorso di vita.

Allora ho deciso di continuare a raccontare dei migliori contributi ai processi di costruzione delle città e di riqualificazione delle periferie: i migliori sono venuti dai bambini, incontrandoli nelle scuole, apprendendo, con la sociologa che mi assisteva, che i bambini, con i propri scritti semplici o con i disegni su fogli di carta riciclata (perché in alcuni posti mancano i fogli bianchi), sono in grado di manifestare bisogni, dolori, desideri, aspettative, obiettivi. I bambini parlano della propria vita e disegnano percorsi di futuro che ci farebbero rinascere e darebbero respiro al nostro paese.

Ho poi parlato dei colloqui con i “saperi colti”: alcuni li posseggono veramente mentre altri li millantano trincerandosi in parole difficili ed incomprensibili. Ed ho poi parlato con le mamme di figli meravigliosi o che delinquono e delle mogli di mariti buoni o carcerati. Ho raccontato di averli incontrati nelle parrocchie insieme a preti meravigliosi ed ho visto la loro capacità di aprirsi e raccontare ciò che tutti dovremmo sapere prima di progettare le città o di alterare la natura. Ecco: dovremmo vivere in un luogo prima di pensare come modificarlo.

Qualcuno mi ha ricordato alcune parole che ho pronunciato: “La periferia è emarginazione? Forse sì, quando abbiamo progettato le città senza cuore ed affetto, oppure quando siamo stati politici ed abbiamo pensato alle vie dei salotti dimenticando le vie in cui c’è anche la gente semplice. O quando da giornalisti abbiamo parlato delle periferie solo in senso negativo, tralasciando di raccontare quando la gente richiede aiuto, manifesta difficoltà, chiede case, acqua, fognatura, illuminazione, giochi, contenitori per favorire la presenza di vita attiva.” Penso che per questo abbiamo “partorito”Ambient&Ambienti, per parlare di Ambiente ma anche dei tanti Ambienti che ci circondano e contribuiscono al complesso equilibrio che ciascuno di noi cerca.

Per questo abbiamo parlato delle “visioni” di città (per vedere oltre, dove pochi vedono ma che rappresentano la guida) e abbiamo parlato della progettazione partecipata, ottenendo adesione e ricevendo quel conforto che giustifica la voglia di continuare a costruire le città del futuro, con i servizi che servono per generare ricchezza da distribuire a chi ne ha bisogno. Questi sono gli Ambienti in cui operiamo. Forse anche l’ambiente è una medicina che contribuisce alla salute, compresa quella mentale: interviene per farci stare meglio con gli altri e con noi stessi.

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