Cave in Puglia, dati negativi dal Rapporto 2021 Legambiente

La Puglia tra le regioni con maggior numero di cave autorizzate e dismesse.  Canoni ancora irrisori e normative inadeguate. Legambiente: “Rilanciare il settore delle costruzioni e ridurre il prelievo da cave accelerando nella direzione dell’economia circolare. La svolta oggi è possibile”.

Sono 4.168 le cave autorizzate in Italia e 14.141 le cave dismesse o abbandonate secondo i dati contenuti nel Rapporto Cave 2021 di Legambiente. Tra le Regioni che presentano almeno 300 siti destinati alle attività estrattive si trovano Sicilia, Veneto, Puglia (388 cave autorizzate), Lombardia, Piemonte e Sardegna.  Per le cave dismesse spiccano i dati della Lombardia, con oltre 3.000 siti chiusi, ma anche di Puglia (2.522) e Toscana (2.400).

La crisi del settore delle costruzioni iniziata nel 2008 si è fatta sentire. Sono diminuite le cave attive (erano 4.752 nel 2017), ma aumentano quelle dismesse o abbandonate, ben 727 in più, un numero davvero impressionante, anche perché solo una piccola parte vedrà un ripristino ambientale. Le cave di inerti e quelle di calcare e gesso rappresentano oltre il 64% del totale delle cave autorizzate in Italia, percentuale che supera l’81% se si analizzano le quantità estratte. Più basse le quantità estratte di materiali di pregio, come i marmi, ma la crisi si è fatta sentire meno per le esportazioni verso Stati Uniti e Medio Oriente.

Le criticità sono i canoni irrisori, un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e una gestione delle attività estrattive senza controlli pubblici trasparenti. Il tema è di piena attualità visto il rilancio dei cantieri previsto con il Recovery plan, in particolare di alta velocità ferroviaria, ma anche in edilizia con il superbonus di cui si sta discutendo la proroga.

Una crisi senza ritorno?

Questa situazione oggi può essere cambiata, come racconta il Rapporto di Legambiente, con esempi italiani e europei, e proprio la chiave del recupero e riciclo può contribuire non solo a ridurre progressivamente le cave ma a rilanciare il settore delle costruzioni. Inoltre, anche le attività estrattive possono essere gestite correttamente, ponendo attenzione a ridurre l’impatto sul paesaggio e delle attività. Ma ora è il momento di accelerare nella transizione verso l’economia circolare, rafforzando trasparenza e legalità nel settore. Non è accettabile che il recupero di rifiuti provenienti da demolizione e ricostruzione veda numeri ancora così bassi e che si continui a devastare il territorio con l’estrazione di materiali che possono essere sostituiti da altri provenienti dal recupero e riciclo, e aprire cave senza garantire il recupero progressivo delle aree. La strada è quella segnata dalle direttive europee e dalle leggi nazionali, eliminando tutte le barriere al recupero e riciclo dei materiali per il loro utilizzo nelle opere pubbliche e nei cantieri privati. Purtroppo, larga parte dei rifiuti da demolizione e ricostruzione oggi finisce in discarica e siamo ben lontani dall’obiettivo del 70% di recupero fissato al 2020 dall’UE. Eppure, gli studi evidenziano come la filiera del riciclo in edilizia garantisca il 30% di occupati in più a parità di produzione.

“Non esistono più scuse – dichiara Ruggero Ronzulli, direttore di Legambiente Puglia -, abbiamo oggi la possibilità di passare da un modello lineare, di grande impatto, a uno circolare dove l’obiettivo è puntare su recupero, riciclo, riqualificazione urbana e territoriale. È una trasformazione sicuramente nell’interesse generale ma anche del settore, perché in questa prospettiva si aprono opportunità di innovazione di impresa e di creazione di nuovi posti di lavoro. La Puglia deve essere più incisiva in questo settore, visto il numero ancora elevato di cave autorizzate, ma sono necessarie regole più stringenti e canoni più elevati”.

Il punto sulle cave in Italia e Puglia

cava-pietra-leccese-cursi (Foto Tommaso Farenga per Ambient&Ambienti)
Una cava di pietra leccese a Cursi (Foto Tommaso Farenga per Ambient&Ambienti)

Legambiente ha iniziato nel 2008 l’attività di monitoraggio del settore. Il quadro aggiornato evidenzia un progressivo calo delle cave autorizzate (attive e autorizzate ma in assenza di attività estrattiva in corso) che va di pari passo con la crisi del settore edilizio: erano 5.725 nel 2008,  4.752 nel 2017,ora sono 4.168, con un calo complessivo del 37%.

Le 14.141 cave dismesse, rilevate incrociando i dati forniti dalle Regioni e dalle Province Autonome con quelli di Istat, invece aumentano rispetto alle 13.414 del 2017. Spiccano i dati della Lombardia, con oltre 3.000 siti chiusi, ma anche della Puglia (2.522) e della Toscana (2.400). Mentre Sicilia, Veneto, Puglia (388), Lombardia, Piemonte e Sardegna sono le Regioni che presentano un maggior numero di cave autorizzate, almeno 300 in ognuna al momento dell’elaborazione dei dati. I Comuni con almeno una cava autorizzata sono 1.667, il 21% del totale dei Comuni italiani. Il Comune con il numero più alto è, appunto, Carrara con 73 cave autorizzate; seguono Sant’Anna di Alfaedo (VR) con 55, Bagnolo Piemonte (CN) con 50, Nuvolera (BS) con 47, Guidonia Montecelio (RM) con 37, Albiano (TN) con 36, Custonaci (TP) con 36 e Trani con 28.

La normativa di riferimento

Il settore, così delicato per gli impatti e gli interessi, è governato a livello nazionale da un Regio Decreto di Vittorio Emanuele III del 1927. Da allora non vi è più stato un intervento normativo che determinasse criteri unici per tutto il Paese; mancano persino un monitoraggio nazionale della situazione o indirizzi comuni per la gestione e il recupero. Con il DPR 616/1977 le funzioni amministrative relative alle attività di cava sono state trasferite alle Regioni, e gradualmente sono state approvate normative regionali a regolare il settore. Purtroppo, ancora in molte Regioni si verificano situazioni di grave arretratezza e i limiti all’attività estrattiva sono fissati in maniera non uniforme.

La Regione Puglia conta sulla L.R. 21/2004 e L.R. 22/2019. La Puglia ha anche specificato delle aree escluse per l’apertura di cave e sono: aree protette a carattere nazionale e regionale e nelle relative zone di protezione esterna; SIC e ZPS; corsi d’acqua e demanio fluviali e lacuale; aree prescritte dal Piano Paesaggistico Regionale o dal Piano di Assetto Idrogeologico. A rilasciare le autorizzazioni sono in particolare i Comuni (nel caso di aree su più Comuni non associati).

In Puglia il recupero contestuale dei siti estrattivi, che non è obbligatorio, viene incentivato tramite una riduzione degli oneri sull’attività estrattiva proporzionale alla percentuale di superficie di cava recuperata rispetto alla superficie totale autorizzata (massimo il 40%). Il recupero delle cave dismesse viene, in ogni caso, effettuato dai Comuni utilizzando gli oneri di cava. In seguito alla L.R. 22/2019, il recupero ambientale deve garantire la pubblica sicurezza, la stabilità e funzionalità del contesto idrogeologico, la salvaguardia dell’ambiente naturale e deve essere coerente con le caratteristiche del contesto, e in particolare, con le componenti geologiche, agronomiche, vegetazionali e faunistiche del sito di localizzazione dell’intervento.

I canoni

Sono molto basse le entrate percepite dagli enti pubblici con l’applicazione dei canoni in confronto ai guadagni del settore. Il totale nazionale di tutte le concessioni pagate nelle Regioni, per sabbia e ghiaia, è di 17,4 milioni di euro, a cui bisognerebbe sommare le entrate della Sicilia che variano in funzione della quantità cavata, oltre a una piccola quota derivata dall’ampiezza dei siti estrattivi, come avviene in Puglia. Cifre bassissime rispetto ai 467 milioni di euro all’anno ricavati dalla vendita. In Lazio, Umbria, Puglia e della Provincia Autonoma di Trento non si arriva al 2% di canone rispetto al prezzo di vendita di sabbia e ghiaia. Se venisse applicato un canone, come avviene in Gran Bretagna, pari al 20% dei prezzi di vendita, gli introiti delle Regioni per l’estrazione di sabbia e ghiaia salirebbero a 93,5 milioni circa.

La Puglia conta 21mila euro di entrate annue derivanti dai canoni per sabbia e ghiaia per un volume invece di affari annuo da attività estrattive con prezzi di vendita di 2, 240 milioni di euro, ovvero il 0.9% di entrate. Nel caso in cui la Puglia adottasse l’applicazione del canone proporzionato al valore di mercato per sabbia e ghiaia per la quantità estratta di sabbia e ghiaia di 140.000 metri cubi, si avrebbe un’entrata Ipotesi con canone al 20% del valore di mercato (in euro) di 448.000 euro, rispetto ai soli 21.000 attuali.

Nel caso delle pietre ornamentali, con l’applicazione del 20% del valore di mercato si passerebbe dagli attuali 371.250 euro a ben 26.250.000 euro. Oggi il canone richiesto è di 0.99 euro a metro cubo.

La distruzione del paesaggio portata dalle attività estrattive

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Anche la Puglia conta la distruzione del paesaggio e dell’ambiente a causa delle cattive condotte nelle attività estrattive

Come in tutte le regioni d’Italia anche la Puglia conta la distruzione del paesaggio e dell’ambiente a causa delle cattive condotte nelle attività estrattive. Clamorosa la serie di sequestri avvenuti nel tacco d’Italia negli ultimi anni. Nell’Ottobre 2018 i militari del NOE di Lecce ed i carabinieri di Manduria (TA), hanno scoperto in località Paglione, un’area di circa 5 mila mq, dove prima c’era una piantagione di ulivi, completamente cavata per una profondità media di quasi 2 metri ed utilizzata come deposito illecito di rifiuti speciali non pericolosi (principalmente inerti da demolizione, plastica, ingombranti e sfalci di potatura).

Nel Novembre 2020, a Melpignano (LE), in località Murichella, i militari del Noe hanno posta sotto sequestro un’altra cava di circa 9 mila metri quadrati dove veniva estratta pietra leccese. I lavori di estrazione non sono risultati conformi alle indicazioni di progetto, con conseguenti danni all’ambiente naturale, mentre una parte dell’area vedeva operazioni di scavo abusive, perché non rientranti nell’autorizzazione.  Oltre all’area sono state sequestrate anche le 4 macchine utilizzate per le operazioni di scavo. Il valore del sequestro è di circa 250mila euro.

A pochi giorni di distanza un altro illecito ha riguardato una cava utilizzata per tombare rifiuti, questa volta nei pressi di Lecce. Sulla strada in direzione della frazione Villa Convento in una cava di calcare di circa 20mila mq, che era in fase di recupero ambientale, venivano utilizzati materiale di riempimento, inerti da demolizione con traverse ferroviarie in cemento, rifiuti di plastica da impianti elettrici, canaline e secchi, ceramiche da sanitari e mattonelle. Il valore del sequestro, in questo caso, ammonta a circa 100mila euro. Abusi simili sono stati scoperti in altri due siti, a Melpignano e a Corigliano d’Otranto.

Le buone pratiche di gestione

Non ci sono solo brutte notizie per questo settore. Diverse anche le buone pratiche di gestione delle cave, riciclo e recupero inerti. In Puglia sono molte le aree che in passato hanno visto una forte presenza di siti estrattivi ed un successivo abbandono dei luoghi, senza alcun principio di ripristino ambientale e con la conseguenza che, in molti casi, le cave abbandonate sono diventate vere e proprie discariche abusive.

É quanto avvenuto anche a Fantiano, nel Comune di Grottaglie (TA), quando negli anni ’70 le cave di tufo e sabbia diventano inattive e vengono lasciate al degrado. Il Comune ha provveduto ad una prima risistemazione dell’area, a fine anni ’90, ripulendola e rendendola accessibile per eventi culturali, grazie anche all’istituzione del Parco Naturale Regionale Terra delle Gravine.

Una vicenda parallela è quella dell’ex cava di argilla nella contrada Lustrelle di Cutrofiano (LE). Anche in questo caso, infatti, l’attività estrattiva si concluse alla fine degli anni ’70, e la cava abbandonata divenne una discarica abusiva. Durante gli anni ’80 l’area venne bonificata e furono piantati 8mila alberi lungo i bordi dell’ex perimetro estrattivo e ripuliti gli strati in cui vennero portati alla luce decine di fossili, organizzando in seguito percorsi per la visita da parte di appassionati e turisti.

Nacque così il Parco dei fossili, con un’estensione di 12 ettari ed una profondità di -18 metri. In questo giacimento a cielo aperto, uno dei pochi esempi in Europa di recupero ambientale a fini scientifico-didattici di cava dismessa, sono esposti vari strati geologici straordinariamente ricchi di fossili ben conservati, che rendono famosa la cava nell’ambiente scientifico.

Gli obiettivi secondo Legambiente

La sfida dei prossimi anni è la rigenerazione delle città, la riqualificazione energetica e anti sismica del patrimonio edilizio; in questa prospettiva si può rilanciare il settore delle costruzioni puntando su qualità, sostenibilità, recupero e riciclo dei materiali.

Per Legambiente sono tre gli obiettivi principali da raggiungere.

  • rafforzare la tutela del territorio, perché il quadro delle regole di tutela del territorio dalle attività estrattive è inadeguato e ancora troppi Piani contengono previsioni enormi di nuovi prelievi, invece di regolarne una corretta gestione, tutelando le aree di pregio e fissando regole per garantire sempre il recupero progressivo dei luoghi.
  • Stabilire un canone minimo nazionale per le concessioni di cava, come nel Regno Unito pari al 20% del valore di mercato, perché la strada dell’economia circolare passa per una revisione della fiscalità e in tutti i Paesi europei l’aumento dei canoni per le attività estrattive e per il conferimento a discarica degli inerti è stato il volano per la riorganizzazione e modernizzazione del settore verso il riciclo.
  • Ridurre il prelievo da cava attraverso il recupero degli inerti provenienti dall’edilizia e dal riciclo di rifiuti da utilizzare in tutti i cantieri, perché è vantaggioso per il paese e le imprese; per questo serve ridurre il conferimento a discarica, rendere economicamente vantaggioso l’utilizzo di materiali provenienti da recupero e riciclo a fronte di quelli provenienti da cava, facilitare il recupero, riciclo e riutilizzo in edilizia di rifiuti provenienti da tutti i settori e garantire sbocchi di mercato a questi materiali. In particolare, occorre accelerare l’approvazione dei decreti End of waste per garantire il passaggio da rifiuti a materiali per le costruzioni, e approvare Criteri ambientali minimi (Cam) per le infrastrutture e per l’edilizia, in modo da dare riferimenti chiari ai cantieri pubblici e privati.

Occorre accelerare la crescita di una moderna filiera in cui siano le stesse imprese edili a gestire il processo di demolizione selettiva degli inerti, provenienti dalle costruzioni in modo da riciclarli invece che conferirli in discarica. Per riuscirci occorre rendere trasparente e tracciabile il percorso dei rifiuti e spingere nelle gare sia il recupero dei materiali che l’utilizzo di quantità minime provenienti dal riciclo. Governo e Regioni prendano decisioni chiare per accompagnare e accelerare questa transizione.

 

 

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