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Caso Fibronit: 10mila firme per una variante urbanistica… all’inverso. Ce ne parla Ludovico Abbaticchio

Il boom edilizio di qualche decennio fa ha visto l’utilizzo massiccio di prodotti in fibrocemento; tubi, tettoie ondulate, vasche, manicotti ecc. erano composte da cemento, acqua e fibre di amianto. A Bari la parola amianto è legata a filo doppio alla parola “Fibronit”, al nome, cioè della fabbrica situata a ridosso dei quartieri Madonnella, Japigia e San Pasquale, una zona del capoluogo pugliese che nel tempo è divenuta centrale.

Ludovico Abbaticchio assessore al Welfare al Comune di Bari

Nello stesso tempo, però, il materiale in fibrocemento che andava man mano degradandosi ha dato origine a un alto tasso di dispersione di polveri sottili sia nell’ambiente di lavoro sia in quello circostante. Polveri che, se inalate o ingerite provocano malattie che si chiamano asbestosi, mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare e a distanza di tempo provocano la morte. A Bari si contano più di 250 morti, tra lavoratori e familiari. Nel 1992 la legge n. 257 mette al bando estrazione, commercializzazione e utilizzo dell’amianto e consente alle vittime oppure ai parenti di beneficiare di contributi previdenziali. La Fibronit intanto chiude ma i capannoni vuoti della fabbrica diventano una bomba ecologica. Urge, allora, intervenire. Cosa è stato fatto sino a oggi lo chiediamo al dottor Ludovico Abbaticchio, come semplice cittadino, come medico e come attuale assessore al Welfare al Comune di Bari.

Assessore, come è nata la sua battaglia a sostegno della Fibronit?

«La vicenda della Fibronit nasce più di dieci anni fa per iniziativa sia di operai e famiglie di operai della Fibronit sia per quella di comitati di quartiere dell’area Japigia, San Pasquale e Carrassi dove avevo iniziato a sensibilizzare una serie di persone, sia sul piano politico culturale sia  sul piano associativo.

il tetto del torrino della Fibronit prima dei lavori di bonifica

Allora c’era il Partito Comunista, nel quale partito io militavo come indipendente, che fece anche sua la battaglia, insieme al partito dei verdi, per iniziare un discorso di tutela di salute dei cittadini».

E per quanto riguarda gli operai?

«E’ chiaro che la storia è ancora più lunga perché c’erano anche dei contenziosi che molti operai e impiegati o figli di operai della Fibronit avevano avviato con l’Ispettorato del Lavoro, perché c’era la lotta, allora, per far riconoscere le patologie legate all’amianto come dipendenti da cause di servizio. Quindi c’è stata anche tutta una storia di natura scientifica che si è collegata alla questione Fibronit. Storia che poi è diventata prima un diritto di tutela dei lavoratori e poi diritto di tutela della salute della cittadinanza».

Avete dato il via ai comitati di quartiere.

comitati cittadini contro l'amanto, in corteo

«Io ero un medico e insieme al sindacato medici di cui ero membro – si chiamava CUMI, Confederazione Unitaria Medici Italiani – aprimmo anche un fronte di impegni civili, arrivando fino alla raccolta delle firme negli ambulatori. Questa è una cosa che si è dimenticata spesso. Questi medici di famiglia,eravamo una decina, si impegnarono nel raccogliere le firme negli ambulatori e arrivammo anche a 10mila firme di cittadini, che io ho ancora conservate, che inviammo al sindaco di allora, Di Cagno Abbrescia. Nel momento in cui il medico in ambulatorio chiedeva al cittadino di firmare le petizione per rendere inedificabile l’area della Fibronit e quindi metterla in sicurezza, fu avviata anche l’informazione del cittadino».

Lei, come ha già detto, all’epoca faceva già politica.

«Io, allora stavo all’opposizione. Ci rendemmo conto che c’era un programma chiamato PRUST, di riqualificazione urbana, che vedeva nella Fibronit un percorso di edificabilità e anche di sottopassi che a causa dell’innalzamento delle polveri di amianto potevano diventare ulteriormente pericolose per la collettività.

i tetti della Fibronit prima della bonifica

Quindi ci fu una battaglia molto dura contro l’allora governo della città amministrata da Simeone Di Cagno Abbrescia, per tentare di rendere quell’area inedificabile, o trovare altre soluzioni che potevano essere sul piano urbanistico di compensazione al fine di poter evitare interessi speculativi. Questa cosa non riuscì sotto dal punto di vista urbanistico ma riuscimmo a fermare, quanto meno, questo programma».

Cosa cambia con l’avvento della giunta Emiliano?

«Io divenni Assessore all’Urbanistica, e quindi ero portatore insieme a tutta l’area del centrosinistra di questa esigenza. Questa era una battaglia di civiltà, innanzitutto, che io ho intrapresa da medico e da cittadino perché ho anche avuto qualche amico che è morto per questa malattia».

Quanti morti ci sono stati a causa dell’amianto della Fibronit?

«Sicuramente più di trecento, a Bari. Poi bisogna valutare bene se le morti collegate soltanto al rapporto con il lavoro o se erano collaterali, per esempio mogli e figlie che lavavano le tute degli operai o le polveri che erano circolate in quei quartieri abbastanza rischiosi. Su questo c’è da fare tutto uno studio epidemiologico anche ben preciso e riconoscere anche quelli che sono i diritti di invalidità civile, non solo lavorativi».

vista generale della Fibronit di Bari dopo la bonifica 2007

Cosa ricorda di quella esperienza?

«Due punti fondamentali, la battaglia per l’inedificabilità dell’area Fibronit e l’altra quella sul nodo ferroviario. Che in realtà erano anche un po’ confacenti perché c’erano delle situazioni urbanistiche collaterali che potevano interessare entrambi i progetti di riqualificazione urbana – infatti, la stazione ferroviaria della Sud-Est è alle spalle della Fibronit -. E questa è stata la prima variante urbanistica, all’inverso».

Che vuol dire all’inverso?

«Di solito le varianti urbanistiche si fanno ai fini di edilizia. Cioè un’area agricola o edificabile, per un certo tipo di percorso diventa edificabile per edilizia o commerciale o  pubblica, abitativa, dove c’è l’interesse pubblico, legato a vari fattori come l’edilizia pubblica insieme all’edilizia privata. In questo caso era il contrario: si trattava di trasformare un’area che era edificabile per attività anche commerciali in area a verde pubblico. Quindi l’interesse pubblico doveva anche diventare importante al fine di non rendere attaccabile la delibera di questa variante, sul piano urbanistico, da quelle che erano eventuali necessità di alcuni eventuali legittimi proprietari o soggetti che avevano investito anche sul piano di programmazione sulle politiche urbanistiche di edificazione della zona Fibronit. E questa variante individuava, primo punto forte di interesse pubblico, la salute dei cittadini. Quindi fu fissata la variante e poi l’acquisizione del verde pubblico e la riqualificazione. La variante è stata innovativa».

i tetti della Fibronit a Bari dopo i lavori di bonifica

Mettere in pratica una innovazione di questa portata avrà avuto le sue difficoltà.

«Sapendo che quando si costruiscono appartamenti è più facile trovare i fondi privati, nella inedificabilità, quel terreno aveva valore zero. Alcune società finanziarie legate al territorio Fibronit hanno fatto ricorso ma hanno perso perché in realtà il problema dell’amianto aveva interessato anche i ministeri competenti. Alla fine l’interesse pubblico è prevalso. È stato anche un evento storico di cui la mia non è stata una iniziativa politica ma è stato il rispetto di quel percorso storico che nasceva dai lavoratori dell’amianto della Fibronit e di quelli che erano i comitati di quartiere di cui facevo parte  come cittadino. La cosa che adesso a mio parere diventa difficile è arrivare alla realizzazione del parco urbano a verde. Perché è chiaro che c’è bisogno di grossi investimenti. Si tratta di milioni di euro. So che la Regione Puglia ha già investito una certa somma».

Ma quello della Fibronit non è un caso che riguarda solo la città di Bari.

«Deve essere inserito in un percorso di risanamento e di riqualificazione dei territori urbani e industriali del Paese nel quale il ministero delle Finanze, innanzitutto, il ministero dei Lavori Pubblici, il ministero delle Attività Urbanistiche, quello dell’Ambiente  e quello della Sanità devono mettere a parer mio ciascuno una somma di denaro affinché queste aree che sono presenti nel territorio italiano possano avere dei cofinanziamenti sia ministeriali sia regionali sia comunali, dove è possibile, per tentare di avviare seriamente e serenamente questo processo di riconversione a verde urbano».

il sindaco di Bari Michele Emiliano

Che cosa propone il comune di Bari?

«Per la Fibronit ci sono dei percorsi che la giunta Emiliano non ha dimenticato, ma questo è un momento critico perché con la riduzione dei finanziamenti e il disagio delle politiche nazionali sui temi della salute, in genere, con la riduzione dei fondi, sta portando a parere mio a una grossa sofferenza nel campo della messa in sicurezza. Che già, in maniera forte, è avvenuta. La messa in sicurezza della Fibronit c’è stata. Buona parte dell’area è stata messa in sicurezza. Rimane la ferma intenzione di proseguire in quella direzione. E questo è un impegno che, lo posso dire a testa alta, l’amministrazione di centrosinistra  con il sindaco Emiliano sta portando avanti».

C’è da aspettare e sperare.

«No. Non c’è solo da aspettare. C’è bisogno, a mio parere, che, al di là della politica che rimane un impegno sia personale sia di tutta la giunta Emiliano, di una ripresa di coscienza dell’opinione pubblica. Per questo motivo accetto con piacere questo tipo di intervista. Nella fase in cui io preparavo la variante per la Fibronit venivo attaccato dai miei stessi amici e dai miei stessi concittadini con i quali avevamo realizzato i percorsi dei comitati di quartiere, la raccolta delle firme negli ambulatori, perché temevano che come amministrazione comunale non stessimo facendo nulla».

Come sono andati, invece, i fatti?

«In realtà, quegli otto mesi che sono passati dall’insediamento, nel 2004, della giunta Emiliano dove ero assessore all’Urbanistica, alla presentazione della delibera in consiglio comunale, io avevo lavorato molto insieme con l’avvocatura del comune e anche ai funzionari dell’urbanistica per rendere inattaccabile quella delibera sul piano del Tribunale Amministrativo».

C’è altro che la preoccupa?

«I cittadini si sono addormentati o rilassati, una volta ottenuta la variante Fibronit. Dopodiché io non ho più visto grandi movimenti. Probabilmente, c’è bisogno di rivitalizzare questi temi,perché io sono preoccupato dei tagli. E quindi, dove si taglia, chiaramente significa che le parti che vanno in sofferenza sono quelle delle politiche sociali e poi quelle ambientali».

Le foto sono dell’archivio del Comitato Cittadino “Fibronit”

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