Carbonara, dal degrado alla bellezza

Antonella Di Rella

Lo scorso 16 aprile 5 studenti dell’ultimo anno di scuola superiore delle province di Bari e BAT  hanno ricevuto il premio in denaro messo in palio dalla Fondazione GiuseppeTatarella. I ragazzi si sono cimentati con tre tracce da sviluppare ed una aveva per tema le periferie. Ambient&Ambienti ha pubblicato già uno dei temi vincitori . . Ecco il secondo dei cinque prescelti dalla giuria. Autrice è Antonella Di Rella, studentessa al Liceo Classico “Socrate” di Bari.

 

Sono all’ultimo anno di un liceo classico e, come credo avvenga a tutti quelli che ci sono già passati, inizio a sentirmi confusa. Se mi guardo indietro mi stupisco di quanto sono ormai così vicina alla fine del mio percorso scolastico e contemporaneamente all’inizio della mia vita adulta: le responsabilità stanno arrivando, prima fra tutte la scelta del mio prossimo percorso di studi. Sono sempre stata una ragazza che ha procrastinato le decisioni, infatti l’iscrizione a questo liceo scaturì dall’allettante pensiero che questo non mi avrebbe precluso alcuna possibilità nel futuro. La mia scelta è stata, dunque, solo una furba non-scelta, e non la rimpiango affatto: a diciotto anni ho ancora tutto il potere e le possibilità di determinare ancora il mio destino.
Soltanto che ora, però, il tempo diminuisce sempre più e i primi dubbi iniziano ad affiorare: “Quale facoltà scelgo? Devo seguire l’istinto o la ragione, le passioni o le statistiche? Parlano di crisi, i miei genitori iniziano ad avere problemi con i loro lavori, posso davvero concedermi il lusso di puntare alla soddisfazione personale o devo semplicemente seguire le sterili percentuali più o meno elevate di eventuali sbocchi occupazionali? ” Ma soprattutto: devo rimanere qui, a Bari, o devo andarmene? Può la mia città, alla quale tengo in maniera particolare perché è dove affondano le mie radici, garantirmi un futuro quantomeno rispettabile?
Abito in un quartiere estremamente periferico del capoluogo, Carbonara, e quando guardo fuori dalla finestra la risposta a questa domanda sembra arrivare da sola: tutto quello che vedo è abbandono, tutto quello che percepisco è degrado. E questo mi spingerebbe ad allontanarmi.
I miei genitori comprarono questa casa quando la “zona nuova” in cui vivo era ancora in fase di costruzione; era il periodo in cui il centro cittadino cercava di espandersi inglobando le varie piccole realtà limitrofe ancora autosufficienti in vista di un futuro metropolitano, cosmopolita. A distanza di quasi vent’anni tutto quello che resta nei loro occhi è delusione. Il nostro è tutt’ora un mero quartiere dormitorio, abbiamo a malapena un supermercato scarsamente sufficiente, una farmacia, un tabaccaio, un palazzetto dello sport, una chiesa e anche un piccolo giardinetto, contentino per farci dimenticare di quando siamo stati rimasti chiusi nelle nostre case, intrappolati come topi, in seguito all’inondazione del “canalone” che bloccò le due uniche vie d’uscita dalla zona di cui disponevamo – perché è più proficuo rilasciare permessi per la costruzione di case in luoghi a rischio, come il letto di un canale deviatore quale il “canalone”, piuttosto che salvaguardare la sicurezza cittadina.
Il mio però non è semplice lamento retorico¹.
Sono consapevole, infatti, del fatto che l’autonomia della periferia dipenda paradossalmente dal suo centro e che eventuali miglioramenti o iniziative partirebbero proprio da quest’ultimo; non denigro in toto l’operato della forza centrale, in fondo so che rispetto a tutte le altre città del Meridione, Bari è una piccola oasi di salvezza. Cosa terribile al pensiero, questa, se mi soffermo sul fatto che i miei disagi sono in realtà minimi nei confronti di quelli delle realtà lucane, siciliane o calabresi. Da noi qui a Bari si riesce ancora a condurre una vita quantomeno degna di questo nome, si avverte meno la paura di associazioni malavitose (ancora per poco, perlomeno) e le periferie sono raggiungibili con i mezzi pubblici che raramente saltano le corse. Se la nostra è la periferia dell’abbandono, la loro costituisce forse un indefinito confine tra bene e male. Ma non voglio sbilanciarmi, non posso basare i miei ragionamenti solo sul sentito dire o su ciò che traspare da film e libri.
Pasolini sostenne che la volontà di ridurre la distanza tra periferia e centro cittadino risale all’epoca del Fascismo e soprattutto agli anni ’70, quando il << Potere>> , non meglio definito dall’autore, decise tramite la diffusione della televisione di allargare il più possibile il campo di azione del progetto di <<mercificazione di massa>> . Le motivazioni di questa scelta politica, quindi, ricadono pesantemente sullo stato attuale delle condizioni delle città e ne sono la maggior causa.
La periferia è stata dunque solo sfruttata per fare numero ed estendere gli spazi cittadini, ed è per questo che tutto ciò si è trasformato in stato di abbandono. Seppur, infatti ad esempio, casa mia disti appena tre chilometri da Poggiofranco, un quartiere abbastanza altolocato della città, questa lontananza sembra equivalere una profondità abissale, che forse solo il progetto G124 di Renzo Piano saprà colmare.
Il considerare la periferia il luogo di potenziale slancio economico, è, a parer mio infatti, l’intuizione giusta. E’ qui, come dice lo stesso Senatore, che si concentra la maggior parte di energia umana, si ha solo bisogno di impianti e strutture adeguate. E’ vero, a primo sguardo può non sembrare così: come può, in fondo, un luogo grigio e senza speranze costituire il fulcro di un’ipotetica rinascita? Conosciamo bene, ad esempio, il ritratto tragico che Pasolini dipingeva dei sobborghi romani, eppure“In periferia: un’altra Roma” è un componimento che contiene concetti che difficilmente ci aspetteremmo di trovare. In un riquadro di solitudine e bruttezza estetica, di autobus che raramente arrivano e di operai che, stanchi, da essi scendono, Pasolini ritrae al centro della scena dei ragazzi che non curanti di ciò da cui sono circondati ma soprattutto <<ardenti di sventatezza giovanile>> fischiettano per le strade, riuscendo a godersi quell’aria di sottile e latente primavera che solo loro riescono a percepire. Basta poco, infatti, a chi ha tanta voglia di vivere, come, per l’appunto, i giovani, per trovare la spinta necessaria a compiere un buon lavoro, lavoro che poi, se ricadrà in maniera positiva sulla propria esperienza di vita, saranno ancora più motivati a migliorare. E’ in periferia, dunque, che si trova la forza lavoro – famiglie, soprattutto, che hanno bisogno di un contratto per pagarsi l’affitto-così come anche gli spazi adeguati dove aprire imprese di qualsiasi genere.
Il parlare di “rammendo”, poi, piuttosto che di “ricostruzione” è un altro punto a favore. In molti sostengono che il modo migliore per andare avanti sia tener conto del proprio passato, unire la tradizione all’innovazione, ed ecco a cosa la parola “rammendo” in questo ambito mi fa pensare.
Mi spiego, quei pochi chilometri di distanza dal centro permettono di avere due situazioni del tutto dicotomiche: se da un lato sembra di vivere in un limbo dimenticato, dove degrado, abbandono e autonomia perduta sembrano le parole d’ordine, dall’altro questi rendono possibile la sopravvivenza di aspetti ancora vagamente bucolici – meno inquinamento acustico, un po’ più di verde, campagne dove resta ancora intatta la tradizione contadina. Avendo da sempre vissuto qui, per me è assolutamente normale tornare da scuola e vedere nelle campagne vicine un gregge al pascolo, mentre ho recentemente scoperto che per le mie amiche è una cosa assolutamente impensabile, fuori dal comune, se non in gite apposite. E questo è un lato della cosiddetta “periferia” a cui non si dovrebbe voler rinunciare. Riprendendo il pensiero di Asor Rosa a proposito della figura di Verga, coloro i quali sono nati e cresciuti in provincia, in piccoli borghi o, per l’appunto, in periferia, vedono questi come luoghi di reclusione, di prigionia, di limite alle proprie aspirazioni future, ma al contempo percepiscono la grande città come il posto <<della disillusione, dell’artificialità culturale, […] del disinganno esistenziale>> e questo porta ad una irrimediabile dialettica tra le due concezioni, alla quale forse solo la coesistenza fra di esse può fungere da rimedio. Come prima dicevo, così come per un solido futuro bisogna tenere a fianco, dunque, e non dietro il proprio passato, anche per una buona ma soprattutto efficiente metropoli l’elemento essenziale è la tradizione. Le periferie, dunque, vanno lasciate tali, non vanno cambiate radicalmente, vanno colorate, rammendate, per l’appunto.
A proposito di tradizione, se dovessi mai scegliere cosa del liceo classico mi rimarrà maggiormente, di certo il mio pensiero andrebbe al concetto di polis. Nell’ antica Grecia, perlomeno nel periodo di maggior sviluppo, il cittadino era al centro della vita politica e la sua realizzazione in quanto tale avveniva nel momento in cui egli partecipava in maniera attiva alle assemblee, anche se questo significava dover perdere la giornata di lavoro nel proprio piccolo appezzamento terriero. Questo concetto, dunque, non indicava soltanto ciò che noi oggi intendiamo con il termine “città”, bensì una commistione di elementi – politici in senso lato- il cui maggior risultato era l’armonia del singolo nella comunità. Ora, se consideriamo che la polis era formata dall’insieme dei singoli cittadini, non è difficile arrivare alla conclusione che soltanto l’unione dell’armonia di ognuno di essi portava all’armonia generale, cosa che fu raggiunta, non a caso, nel V secolo, con l’affermazione della primordiale forma di democrazia. La domanda , dunque, nasce spontanea: se un popolo di semplici contadini millenni fa riuscì, spinto dalla sopraccitata armonia e dal sentimento di appartenenza ad un’unica comunità, a respingere una flotta dalla mole di quella persiana, dove riusciremmo ad arrivare noi con l’incredibile avanguardia tecnologica di cui disponiamo?
Il problema è che ci manca proprio quella spinta, che continua a diminuire a vista d’occhio. Quello che noto in maniera sempre più consapevole, infatti, è come la sensazione di abbandono da parte del cosiddetto centro -che inglobando la periferia aveva fatto sperare in un futuro comunitario-, stia modificando le dinamiche dello stesso quartiere. Il considerarsi soli induce al bisogno di sentirsi parte di qualcosa, e così si stanno creando tante piccole “sottozone” tra le quali la differenza che intercorre si fa sempre più accentuata: abito in una strada abbastanza lunga, e mi sorprende come basti avanzare di un centinaio di metri da casa mia per avvertire un ulteriore forte senso di isolamento. Mi spiego, ogni complesso di palazzi sta diventando sempre più una realtà a sé stante, non si vive più quell’aria di vicinanza che si manifesta, invece, in altri quartieri. Riusciamo a non vivere la nostra zona a tal punto che non riconosciamo nemmeno di vista i volti dei nostri vicini: ognuno chiuso nella propria realtà, ognuno nella propria casa.
Inutile dire che questo fa elevare il nostro grado straniamento, e anche di delinquenza. Non siamo più sicuri, siamo abbandonati e non creiamo più forza mediante l’unione.

«La periferia è stata solo sfruttata per fare numero ed estendere gli spazi cittadini, ed è per questo che tutto ciò si è trasformato in stato di abbandono» (foto Luca Turi)

Altro ambito che il G124 poteva prendere in considerazione, ma che poco può avere a che fare con la gestione di un singolo senatore, è certamente la scuola. Sembrerà una pensiero banale, ma in questi anni di scuola ho compreso il vero potere e l’importanza della cultura. Viviamo in un’epoca in cui la svalutazione dei consumi aumenta in maniera sempre più vertiginosa e questo, a mio parere, influisce in maniera davvero considerevole sulle sorti della società. La cultura è speranza, la cultura è rispetto verso sé e verso gli altri, e in un mondo che tende a lasciarci sempre più soli, sempre più ai margini, cosa può conservare integra la nostra dignità se non il rispetto reciproco?
Nella mia zona c’è soltanto un istituto superiore di secondo grado, di fama anche non delle migliori, e questo in un ottica più a lungo termine può influire- e ha già influenzato- i giovani. Se non si ha una giusta guida, non si acquisiscono nemmeno determinati valori minimi attinenti all’ambito dell’esperienza di cittadino; noi di Carbonara viviamo in un ambiente che di certo non invoglia a tenere un certo ordine, un certo rigore, un certo rispetto nei confronti delle mura e della strada, ma questo non dev’essere l’ alibi per comportarci da cattivi cittadini, dal cioè gettare eventuali rifiuti per la strada all’imbrattare i muri solo per l’effimero gusto della distruzione. Se non c’è cultura il processo per il quale se ci si sente abbandonati ci si lascia andare perche senza speranze in un futuro diverso è molto più semplice che attecchisca; ed è esattamente quello che sta avvenendo. Esiste una stradina nei dintorni che potrebbe fungere da ulteriore via d’uscita dal quartiere se solo fosse agibile, purtroppo, però, gli abitanti preferiscono utilizzare il dosso della strada come discarica, così da renderla inagibile per via della quantità sempre maggiore di vetri e altri rifiuti. La cultura, quindi, serve anche a rendere il singolo capace di decodificare i messaggi a volte distorti che ci vengono lanciati e a comprenderne la vera natura. La cultura serve, e inutile dire che creerebbe anche il substrato culturale necessario al progresso e all’innovazione in senso lato.
Il frutto principale della non-cultura è senza dubbio la violenza. E nel ventunesimo secolo iniziamo a stancarci di sentir parlare di delinquenza, di bullismo, di discriminazioni del “diverso”da parte di piccoli gruppi. Fenomeni questi che, in maniera latente e offuscata, si manifestano già, non solo in periferia. I furti in casa aumentano, il telegiornale non parla più di niente se non di cronaca nera e il recitare la parte del “duro” assicura più rispetto e approvazione rispetto a qualunque altra manifestazione di moderato “perbenismo”.
Purtroppo però, è difficile esprimere a fondo tutti i disagi che si provano. Solo se ci si abita si può comprendere ciò che si prova: io, ad esempio, ho diciotto anni, ho bisogno di uscire con i miei amici, di andare a scuola guida, di coltivare le mie passioni, di comprare i quaderni che mi finiscono inaspettatamente durante il pomeriggio… Cose dunque pressoché scontate, banali, talmente tanto banali che è impensabile dover prendere ogni volta l’autobus, chiedere passaggi a familiari o dover impedire ai genitori di godersi il meritato riposo dopo una giornata di lavoro per farsi accompagnare. Eppure succede, ed è storia di ogni giorno. Ho diciotto anni e tutto quello che vorrei è solo un minimo di libertà, libertà che mi viene negata se ogni qual volta devo ipotizzare uno spostamento diventa più un problema che altro.
Ho un’amica che abita ad Adelfia e spesso ci confrontiamo sulle nostre esperienze di vita. Ascoltandola sono arrivata alla conclusione che allo stato attuale, forse, è meglio vivere in un paesino ancora estraneo al potere della grande città, che, pertanto, si organizza sulle proprie forze, piuttosto che essere inglobati in un progetto che mira soltanto ai numeri, e non alla qualità della vita del singolo. Un paese per quanto piccolo ha la propria autonomia, e il singolo è più consapevole del fatto che è anche da se stesso che dipende il funzionamento o meno dell’organizzazione del paese.
Sono orgogliosa di essere nata a Bari, come credo tutti qui, e non nego di aver intravisto piccoli segni di miglioramento, ma non voglio sbilanciarmi. Questa è una città che ha tanto da raccontare di sé e da donare all’estern. E’ come un elegante abito da sera sul quale, a causa dell’usura, si iniziano ad intravedere buchi e slabbrature, ma è troppo bello per essere gettato, essi vanno cuciti prima che si strappi definitivamente, va, appunto, rammendato.

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