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Caporalato e diritti umani: quali responsabilità per le multinazionali?

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Il dramma del caporalato fa riflettere sulle nuove forme di schiavitù e sulla negazione dei diritti umani. Ma quali sono le responsabilità delle multinazionali?

Adriana Farenga e Donato Calace – A chi non piace un buon sugo di pomodoro? Per un italiano e’ la prima portata di ogni pranzo che si rispetti. Quello che magari non ci aspettiamo è che per portarci quei pomodori nel piatto qualcuno ci abbia rimesso la vita. È il dramma, del tutto nostrano, del caporalato.

Sono purtroppo tantissime le storie di lavoratori (nella maggior parte dei casi immigrati) sottopagati che hanno perso la vita nei campi. Ne e’ un esempio la storia di Abdullah Muhammed, 47 anni, originario del Sudan.  Il 20 luglio 2015, il bracciante e’ stato stroncato da un attacco cardiaco mentre raccoglieva pomodori nei campi nelle vicinanze di Nardò. Gli stessi pomodori che, come hanno dimostrato le indagini del sostituto procuratore Paola Guglielmi, vengono utilizzati da Mutti e Cirio.

Abdullah e Paola, vittime del caporalato

Abdullah, e tanti altri come lui, lavorava giornalmente tra le dieci e le dodici ore sotto il sole estivo, con temperature che spesso superano, in Salento, i 40°. Un lavoro sfiancante, senza pause concesse – neanche per correre dal medico ai primi segnali di malessere, cosa che forse gli avrebbe salvato la vita. La paga? 50€ al giorno, se non meno.

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Caporalato: tante le storie di braccianti sottopagati

Paola Clemente, ad esempio, bracciante morta nelle campagne di Andria il 13 luglio 2015, guadagnava 27€ al giorno. E per quanto l’abitudine a queste notizie ci possa aver reso cinici, fa male pensare che si possa morire per cifre così’ irrisorie, così’ come fa male pensare che diritti umani basilari siano negati praticamente sotto i nostri occhi. E fa male pensare che forse abbiamo avuto notizia di queste morti guardando il TG a pranzo, mangiando un piatto di pasta al pomodoro.

Leggi anche: Occupazione giovanile: posti nelle imprese agricole

La morte di Paola ha portato, nell’ottobre 2016, alla nascita di una legge anti-caporalato. Nel frattempo, le indagini sulla morte del sudanese sono continuate, arrivando negli scorsi giorni a una svolta. Giuseppe Mariano (titolare dell’azienda agricola dove Abdullah lavorava) e Mohamed Elsalih (il mediatore che reclutava i braccianti) sono infatti stati accusati di caporalato e omicidio colposo. I Ros di Lecce sono inoltre riusciti a ricostruire la strada dei “pomodori degli schiavi”. La filiera parte dall’azienda di Mariano e risale fino a Conserve Italia (che detiene il marchio Cirio) e Mutti.

Quali responsabilità  per le imprese?

Quali sono le responsabilità di Mutti e Cirio? Legalmente parlando, nessuna – quantomeno in Italia – e di fatto non sono state indagate, mentre i vertici delle due aziende si liberano delle responsabilità. «Non possiamo sostituirci all’attività di controllo degli ispettori dell’Inps, della Guardia di Finanza e dei Carabinieri» commenta il presidente di Conserve Italia. Da Mutti, invece, specificano che da subito avevano richiesto che la raccolta avvenisse meccanicamente. «Noi paghiamo la materia prima anche più del prezzo quadro regionale: il vero problema è a livello di sistema, servono più controlli delle forze dell’ordine».

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Nel 2015 il regno Unito ha emanato il Modern Slavery Act

Se in Italia le aziende scaricano le responsabilità sulle forze dell’ordine, all’estero non è così. Nel Regno Unito, ad esempio, il Modern Slavery Act del 2015 obbliga le imprese con un fatturato annuo totale pari o superiore a 36 milioni di sterline a fornire prove delle iniziative messe in campo. L’obiettivo, in questo modo, è assicurarsi che non sussistano condizioni di sfruttamento e schiavitù lungo le filiere produttive. Al di là delle responsabilità legali esistono tuttavia ulteriori livelli di responsabilità di impresa – in primo luogo, un livello etico e morale.

Una responsabilità etica?

In tanti tendono a credere che la funzione delle imprese risieda solo nella generazione di profitti per gli azionisti, e non nell’assicurare che i diritti umani siano rispettati lungo le filiere. Perché allora a Mutti o Cirio dovrebbe interessare assicurarsi che il fornitore di pomodori di Nardò non sfrutti i propri braccianti fino al punto da stroncarli sui campi?

Le risposte più immediate riguardano l’immagine, il brand, il rischio di boicottaggio. In realtà, salvo alcuni casi particolarmente eclatanti, questi rischi hanno impatti su fatturati e quote di mercato piuttosto limitati, sia nel tempo che nell’entità. Ciò che invece ha un impatto più profondo e strategico sull’attività delle imprese è il rischio di essere esclusi dai fornitori di grandi distributori che hanno obblighi più stringenti in ambito di diritti umani. Non è un caso che la vicenda sia finita nel mirino della stampa inglese: le maggiori catene di supermercati nel Regno Unito hanno sugli scaffali i prodotti di Cirio e Mutti e, come si diceva più sopra, le aziende inglesi sono soggette agli obblighi del Modern Slavery Act.

Il rischio di disinvestimento

Un altro rischio è inoltre legato al pericolo di disinvestimento da parte di investitori istituzionali (come i fondi previdenziali e i fondi pensionistici) che investono i propri fondi solo in aziende che rispettano determinati criteri etici. Il fondo norvegese GPFG (il più grande fondo sovrano a livello globale, che gestisce circa 830 miliardi di dollari) ha ritirato i propri investimenti da 23 compagnie già nel 2012, a seguito di violazione dei diritti umani e deforestazione legati alla produzione intensiva e non sostenibile dell’olio di palma.

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L’Iniziativa PRI conta oltre 1800 sottoscrittori

Il caso del fondo norvegese non è una mosca bianca. L’iniziativa delle Nazioni Unite Principles for Responsible Investments (PRI), che ha sancito 6 principi volontari di investimento responsabile, conta quasi 1800 sottoscrittori, per un totale di quasi 100 triliardi di dollari in fondi investiti.

Questi esempi, insieme a tanti altri, stanno a testimoniare come temi quali i diritti umani non sono alieni alle dinamiche di buongoverno strategico dell’impresa. Non sono aspetti accessori e filantropici, ma rappresentano dimensioni cruciali per il successo e la sopravvivenza dell’azienda nel lungo periodo. E quindi, tornando a parlare del caporalato e della nuova schiavitù, le aziende hanno il dovere di agire e tutelare i diritti umani. Non solo possono, parafrasando le dichiarazioni di Mutti e Cirio, “sostituirsi” all’Inps e alle forze dell’ordine, ma possono farlo in maniera molto più efficiente, facendo perno sulle leggi di mercato e sull’interesse degli investitori verso la sostenibilità.


Gli autori

Donato Calace calace caporalatoè Dottore di Ricerca in The economics and management of natural resources (una presentazione della tesi è disponibile qui). È Director of Innovation per Datamaran, piattaforma tecnologica che analizza i temi ambientali, sociali, e di governance. Ha presentato i risultati delle sue ricerche in conferenze internazionali e ha pubblicato in riviste scientifiche quali l’International Journal of Sustainable Development, e riviste specializzate quali Ethical Boardroom.

Adriana FarengaAdriana Farenga è Dottore di Ricerca in Filosofia e Cultrice della Materia in Storia della Filosofia Medievale presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha fatto parte del team di Comunicazione dell’Institute for European Environmental Policy (IEEP) e della ONG Global One, lavorando su temi quali politica ambientale, empowerment delle donne e sviluppo internazionale. Al momento è Communications Officer presso il National Institute for Health Research (NIHR) a Londra. Collabora con Ambient&Ambienti dal 2009.

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