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C’e posto anche per gli over….?

Se è vero – come è vero – che la quota della popolazione anziana continua a crescere significativamente e che sempre più la società dovrà misurarsi con le esigenze della terza e della quarta età, anche l’assetto urbano dovrà imparare a fare i conti con questo segmento di persone che non possono essere condannate soltanto ad abitare, ma che hanno diritto – al pari degli altri – a vivere la città ed i suoi spazi.

<p>anziani a passeggio nel parco</p>

anziani a passeggio nel parco

Riscoperti recentemente dal mercato come un target di consumo più che rispettabile – per ampiezza e spesso per possibilità di spesa -, gli anziani interrogano silenziosamente gli urbanisti e aspettano meritatamente la loro attenzione, anche perché spesso sono i protagonisti privilegiati di un tempo libero dilatato ad oltranza e capace di strutturare la mediazione fra il mondo dei bambini e l’iniziale contatto con la società e la sua organizzazione ambientale.

Non basta, oggi, immaginare una città che sia confacente con i bisogni dei minori; è tempo che si progettino città capaci anche di accogliere e valorizzare quanti appartengono alla terza e quarta età. Qualche suggerimento può coadiuvare l’avvio di una riflessione condivisa, partendo dalla ricomprensione del rapporto che intercorre fra la dimensione della continuità e quella della discontinuità e che interseca tanto la prospettiva dello spazio, quanto quella del tempo.

la nuova frontiera del computer

la nuova frontiera del computer

A livello spaziale, non basta garantire agli anziani la sicurezza necessaria perché la fruizione della città sia ragionevolmente appetibile. Occorre anche tener conto del modo in cui essi percepiscono le distanze: vicino e lontano sono declinati anche sulla base della capacità di un riconoscimento che non è quantitativo, ma qualitativo.

È l’affettività la cifra che consente di identificare ciò che è famigliare e ciò che invece è distante nella organizzazione simbolica e funzionale della quotidianità. La città, che si modifica incessantemente, ha bisogno, per gli anziani, di rendere riconoscibile ciò che è stabile insieme – e non soltanto accanto – a quel che invece viene via via cambiato: il mercatino rionale e il nuovo centro commerciale non possono rappresentare mondi separati e incomunicabili; la vecchia parrocchia del quartiere e il parco giochi avveniristico non devono essere inevitabilmente messi in una condizione di esasperata competizione.

Pertanto, è importante che antico e moderno possano trovare nuovi livelli di compatibilità e armonizzazione: l’inclusione e l’esclusione sociale delle persone e dei gruppi umani sono segnati e spesso contribuiscono a loro volta a ridefinire la capacità di tenere insieme piani temporali diversificati, ma non incompatibili. La posta in gioco non è soltanto quella di restituire una funzione alla memoria della collettività sociale, ma quella di rendere appetibile l’idea che vecchio non equivale ad abituale e che il nuovo non è necessariamente coincidente con l’inedito.
<p>spesa in un centro commerciale</p>

spesa in un centro commerciale

In una dinamica di accoglienza reciproca fra le generazioni, può essere generata, nello spazio sociale della città, una progressiva e intelligente rivisitazione dei paradigmi urbani che regolano le azioni e le relazioni della cittadinanza. Senso della tradizione e apertura al futuro possono insieme ridisegnare la vita della città, significandola come punto di incontro, di comunicazione e di collaborazione  fra tutti coloro che non rinunciano ad esprimere la loro appartenenza ad uno spazio e ad un tempo storico.

Questa prospettiva chiede e a sua volta determina una diversa consapevolezza della vita sociale: se si è dato sempre per scontato che gli anziani hanno la responsabilità di custodire e trasmettere ai giovani il patrimonio ideale e fattuale su cui regge la convivenza, è maturo il tempo in cui i giovani e gli adulti possono coinvolgere attivamente i vecchi, perché utilizzino senza diffidenze e sentimenti di perdita o di estraneazione  i benefici della contemporaneità.

È utopia immaginare una città in cui si attui una democrazia partecipata delle differenze generazionali, attenta non solo alla cura di quel che è stato finora realizzato, ma anche alla fatica necessaria a produrre nuove risorse e prassi della convivenza? Se la gestione della città appartiene a tutti, è difficile, ma non impossibile sviluppare una disponibilità di cooperazione per la manutenzione del cambiamento culturale, sociale, urbanistico.

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