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Blue Economy

Nel rapporto presentato quest’anno al Club di Roma dall’economista Gunter Pauli, fondatore della ZERI (Zero Emissions Research Initiative) c’è il tentativo, di fronte all’attuale crisi economica e ambientale, di andare oltre la red economy, fallimentare modello economico che prende senza restituire, ma anche oltre la green economy, che per l’autore richiederebbe, da parte di consumatori e imprese, maggiori spese e investimenti a fronte di un livello di produzione uguale se non più basso.

Gunter Pauli

La proposta dall’economista è la blue economy, che prende esempio dalla natura stessa, dalle risorse a cascata in cui i rifiuti di un organismo diventano risorsa per gli altri, e dagli ecosistemi in cui ogni singolo elemento è in perfetta simbiosi con gli altri.

Pauli nel suo libro Blue Economy non si limita a tracciare lo scenario degradato di un pianeta morente, ma espone 100 iniziative imprenditoriali che possano essere da esempio, perché ripartendo dal territorio e dalle risorse locali prenda il via un circolo virtuoso di sviluppo che, attraverso l’applicazione della fisica, della chimica e della biologia alle risorse rinnovabili, generi milioni di nuovi posti di lavoro, riducendo le ineguaglianze, trasformando la scarsità – come scrive l’autore nella prefazione – in sufficienza quando non addirittura in abbondanza. «Una fiorente economia è essenziale per la sostenibilità – scrive Pauli – , ma è vero anche il contrario. Senza una vera sostenibilità, nessun tipo di economia può continuare a funzionare».

Tanti allora gli esempi e le proposte presentate: uno fra tutti, la trasformazione – compiuta negli ultimi 25 anni a opera di Paolo Lugari– della savana del Vichada in Colombia in un’area di foresta pluviale; questa si basa sulla perfetta simbiosi tra il pino dei Caraibi e i Pisolithus Tinctorius, un piccolo fungo che protegge le radici degli alberi offendo loro nutrimento. Si creano così le condizioni necessarie per abbassare la temperatura del suolo e aumentare la permeabilità del terreno. Le piogge diventano poi più frequenti, e si crea col tempo un’area di foresta pluviale ricca di acqua potabile e con un terreno fertile ideale allo sviluppo della flora.

foresta pluviale

C’è ancora tanto che si può fare. Ad esempio, sfruttare i rifiuti. Negli ultimi anni – evidenzia Gunter Pauli – è aumentata vertiginosamente la domanda di funghi come lo shiitake, coltivato in Cina e utile anche a scopi terapeutici. I funghi, si sa, sono coltivati su scarti agricoli che trasformano in nutrimento; dopo il raccolto, poi, resta sul terreno il micelio, alimento molto nutriente per gli animali, il cui letame è poi digerito dai batteri che così arricchiscono il terreno su cui piante e microorganismi prosperano. Ma si può fare ancora di più. Pensate, i funghi crescono sulla lignocellulosa, presente in maniera eminente nei rifiuti del caffè, che corrispondono al 99,8% del volume di partenza del prodotto (ciò che noi consumiamo è pari solo allo 0,2%). E allora, perché non coltivare i funghi sui rifiuti del caffè?

Dunque, ciò che occorre cambiare è soprattutto il modo di pensare, ispirandosi a criteri di bioimitazione, che vada oltre ciò che noi conosciamo, per imparare a fare di più con ciò che la Terra ci offre, pensando anche – e in sostanza è questo che manca oggi, e che costituisce uno degli elementi fondanti delle attuali crisi, e della mancata uscita da esse – alle generazioni future. Perché forse, come scrive Pauli, «il dono più prezioso che possiamo fare ai nostri figli è di offrir loro la libertà di pensare e, ancor più, di agire fuori dal coro».

Gunter Pauli, Blue Economy – 10 anni, 100 innovazioni, 100 milioni di posti di lavoro

Edizioni Ambiente, 2010, pagg. 342, € 25,00

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