Nell’intervista che ha rilasciato ad Ambient&Ambienti, a margine del suo intervento a fine 2012 all’ex Palazzo delle poste di Bari, Luciano Mutti, direttore Gime (Gruppo Italiano Mesotelioma) non disdegna qualche frecciata, spiegando a che punto è la ricerca e svelando alcune certezze «che noi conosciamo in anticipo e altri leggono sulle riviste di locali e non su quelle scientifiche». Si toglie qualche sassolino dalla scarpa: «Non siamo più visti come dei venditori di fumo». Ribadisce «importanti sviluppi nello studio della genetica del mesotelioma» e invita a «superare le divisioni tra ricercatori di base e clinici». Il presidente del GiMe ha le idee chiare su presente e prospettive della ricerca
Professore, a proposito di ricerca, lei più volte ha ribadito un concetto cardine: il segreto per andare avanti è almeno partire e superare le divisioni tra ricercatori di base e clinici.
«È così, il metodo utilizzato in tutto il mondo, seppur con qualche difficoltà, è quello di integrare la ricerca preclinica con la ricerca clinica. Ci sono linee guida internazionali molto chiare in cui si dice che non si possono fare sperimentazioni cliniche se non esiste un razionale forte che ne possa in qualche modo far prevedere una certa probabilità di successo».
In sostanza, esperimenti solo se si è sicuri di risultati: un cane che si morde la coda…
«Infatti, è una cosa che ovviamente nel momento in cui si testano farmaci senza questo tipo di studi prima, diventa estremamente complicato ottenere risultati. La percentuale di efficacia di un trial che ha un razionale preclinico forte non supera comunque il 20% quando poi testato nell’uomo; invece la possibilità che un farmaco senza studio preclinico forte sia efficace nell’uomo non supera il 5%. Quindi, integrare questa ricerca di base che dà il razionale, cioè i meccanismi attraverso cui quel farmaco ha dimostrato già di funzionare in modelli sperimentali, consente di fare trials che siano più ragionevolmente efficaci di altri».
Quindi lei invita anche a usare farmaci specifici in base alle anomalie?
«C’è tutto un campo di questa cosiddetta personalize therapy, che è quella che studia i cancri in base alle anomalie genetiche che li correlano alla sensibilità ai farmaci. Cioè ci sono dei geni, la cui mutazione ovvero l’espressione, permette di dire che quelle cellule di cancro che hanno quei geni alterati sono sensibili a un certo farmaco. Questo è il futuro: ora siamo in un periodo di mezzo, queste tecniche non sono standardizzate e non sono ancora completamente accettate in clinica per questione di costi, ma ci sono step intermedi come quello di valutare biomarkers specifici che consentono di predire, in base allo studio preclinico, che la cellula tumorale che ha quel biomarcatore sarà sensibile a un farmaco».
A che punto siamo invece con gli studi della genetica del mesotelioma?
«Ci sono due cose importanti. Innanzitutto a Cambridge, al Sanger Institute, si sta facendo il profilo genomico di tutti i mesoteliomi per cui, come si è avuto già per altri cancri, il mesotelioma è stato inserito in questo atlante e permette di valutare quali siano le anomalie specifiche di un cancro. Quando avremo un profilo genetico omogeneo potremo capire più o meno quali sono le mutazioni più frequenti e ovviamente poi vanno valutate se queste mutazioni sono importanti o meno in termini di processo di cancerogenesi. Quindi, siamo su quella strada da lì deriva la possibilità di utilizzare farmaci in base alla differenza di espressione di geni»
In base a questo, cosa prevedete come risposta immunitaria?
«I geni regolano anche la risposta immunitaria per cui ci sono una serie di modificazioni della capacità di indurre risposta immune contro la cellula tumorale anche in base ai geni che esprime, quindi alle proteine che interagiscono con il sistema immunitario».
Intanto, a fine 2012 con la conferenza governativa di Venezia siete tornati un interlocutore “credibile”.
«Se devo parlare specificatamente delle conclusioni di Venezia, devo innanzitutto evidenziare che siamo contenti: Dopo aver detto che eravamo dei venditori di fumo, si sono accorti della fibulina 3. Probabilmente l’hanno letto su qualche rivista, ma noi lo sapevamo da un anno. Solo che adesso mi faccio una domanda: dato che è sperimentale, io vorrei capire dove possono trovare un kit per dosare la fibulina 3, che non c’è, non è un comunque un metodo standardizzato nel range del valori, quindi ci vogliono tutti i valori normali per definire poi il valore patologico: vorrei capire proprio come faranno. La seconda conclusione cui sono giunti è la presa in carico dei pazienti, ma vorrei capire cosa intendono, dato che non hanno proposto alcuni tipo di ricerca terapeutica. La terza conclusione è quella della banca biologica: eppure ce ne sono già due, una a Pittsburgh (Stati Uniti) e una in Inghilterra. Lo stesso vale per i centri clinici: ci sono una serie di centri europei e statunitensi che stanno lavorando alacremente facendo trials pubblicati che dimostrano miglioramento della sopravvivenza. E infine, a proposito della ricerca sul mesotelioma: hanno detto che la ricerca sul mesotelioma non esiste, eppure all’ultimo incontro che abbiamo fatto a Boston devo dire di non aver mai visto tanti delegati, quasi 600, una massa di lavori pubblicati quintuplicata negli ultimi due anni e un numero di chemical trials almeno raddoppiati».


