Succede in Italia, in una provincia qualsiasi, ma senza dubbio è un po’ figlia del contesto di appartenenza del suo creatore. Onde – diario di un immigrato (Aletti editore) è il libro del giornalista Francesco De Palo (tra l’altro collaboratore di Ambient&Ambienti) che riporta una storia di “casa nostra”, che respira i venti di cambiamento che soffiano in Puglia.
Terra d’origine dell’autore la Puglia, nonché «Regione tradizionalmente dedita all’accoglienza», come non tarda a definirla Onofrio Introna, presidente del Consiglio regionale della Puglia intervenuto nel corso della presentazione del volume, recentemente tenutasi nell’Aula del Consiglio regionale a Bari per la giornata tematica Una città che cresce: immigrazione, inclusione sociale, intercultura. De Palo nel suo libro racconta, sotto la forma di un mini diario settimanale, come cambia la vita di un consigliere regionale dall’incontro con un ragazzo dal colore della pelle diverso dal suo.
La lettura critica del testo offre un’occasione non da poco al capoluogo, attraverso diversi motivi di confronto e di riflessione. Prima di tutto grazie alla partecipazione dei giovani – tra le scolaresche e i membri del Parlamento regionale dei Giovani della Puglia – che hanno “lavorato” criticamente sul testo presentato. «Non si può che partire dalle scuole quando si vogliono spiegare le metamorfosi della società – riflette De Palo – dal momento che compito della politica è quello di provvedere al corretto funzionamento della quotidianità dei cittadini. Ma ancora prima va compiuto un passo decisivo nella direzione di matrice sociale e culturale: spiegare analiticamente come e perché scacciare la paura dell’altro e del diverso; comprendere come l’apertura ideale e mentale al nuovo rappresenti una forma di arricchimento indiscutibile».
Giovani, adulti di domani, che respingono l’idea di un «cambiamento forzato», che hanno ben chiara l’immagine di quel “diverso” che è loro vicino, amico, colui con cui condividere spazi e sogni. Un tessuto multietnico che è impossibile non vedere. Secondo il “Dossier Statistico Immigrazione 2012” (Caritas, Migrantes), a fine 2011, il numero complessivo degli immigrati regolari ha superato i 5 milioni di persone. Un’ondata che va a sommarsi a quel dedalo di situazioni irregolari, che spesso tocca la tragedia. Nel 2011 ben duemila persone hanno perso la vita nel tentativo di costruirne un’altra, migliore. Una situazione non così dissimile dai tanti italiani andati altrove a cercare fortuna, come rammenta l’on. Roberto Menia, istriano d’origine, intervenuto nel dibattito riportando anche la sua personale esperienza familiare. L’onorevole ha ricordato quei «tanti italiani per scelta, prima che per nascita e per sangue». Sono coloro che con i “cittadini italiani” condividono e si riconoscono nella lingua, nell’ambiente: insomma nella stessa cultura.
É da qui che bisogna ripartire, come rivendicano gli stessi giovani presenti, entusiasti e tenaci, e come grida chi vive in quei simil-ghetti che puntellano le nostre città oggi. Centri di accoglienza come il CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Bari che – denuncia padre Gianni De Robertis (Migrantes) -, a fronte di una capienza di 700 persone, ospita all’interno della propria struttura ben 1400 richiedenti asilo. Persone. Persone come quelle che ogni anno – fa sapere ancora Migrantes – per il rinnovo del permesso di soggiorno si trovano a sborsare ogni anno fino a 100 euro pro capite. Cifre non da poco in famiglie numerose e dai bilanci economici piccoli piccoli.
Ma siamo di fronte a chi? A chi scappa da un paese povero e afflitto da guerre? Non solo. É disarmante il sorriso del prof. Pedro Francisco Miguel, angolano d’origine e da 35 anni a Bari. Un sorriso che spicca su quella “pelle nera” che nella “civile Italia” è ancora motivo di disturbo e imbarazzo e che si illumina al ricordo della propria terra. L’Angola: ricca di caffè, ma anche petrolio e diamanti, una terra, però, poverissima per chi la abita. Una disuguaglianza che parte da lontano, che nasce in seno stesso alle scelte dei benpensanti, delle nostre politiche occidentali e che si nutre anche delle nostre azioni di cittadini, di “cittadini del mondo”.


