Amazzonia, la diga non deve sorgere

Foresta pluviale in un'ansa del fiume Tapajos
Foresta pluviale in un’ansa del fiume Tapajos

In una nazione in fermento come il Brasile  (tra questioni politiche, criminalità e le Olimpiadi con tutti gli strascichi che ne conseguono) si aggiunge la querelle tra Siemens e Greenpeace per la costruzione della diga per la centrale idroelettrica nel cuore dell’ Amazzonia . E le ragioni sono molteplici.
Deforestazione e precedenti – La prima, principale, questione riguarda il discorso della deforestazione: questa mega-diga – la più grande di un progetto che coinvolge tanti distributori energetici europei in sinergia, alta 53 metri e lunga più di 7 chilometri e mezzo – andrà a sorgere sulle rive del fiume Tapajos e “creerà un vuoto” della foresta pluviale pari a circa 400 chilometri quadrati. Dimensioni che diventano cinque volte tante se si pensa anche alle infrastrutture e alle strade che verranno realizzate intorno.

La diga costruita a Belo Monte sul fiume Xingu
La diga costruita a Belo Monte sul fiume Xingu in Amazzonia

Non è il primo caso in cui il polmone verde del Brasile viene minacciato dalla mano dell’uomo: la cronaca riporta negli anni diversi casi in cui l’innalzamento di dighe – ultima in ordine di tempo è la diga di Belo Monte sul fiume Xingu – e, più in generale, di altri tipi di costruzioni ha portato al disboscamento di alcune porzioni di terra. E questo coinvolgerebbe anche il dibattito sui cambiamenti climatici. E talvolta la superficialità o la mancata manutenzione delle stesse ha provocato crolli, malfunzionamenti e piccoli disastri ambientali, seppur circoscritti: ultimo, in ordine di tempo, una perdita di petrolio da un oleodotto del Perù – circa otto barili – che tra gennaio e febbraio scorso ha inquinato i fiumi Inayo, Chiriaco and Marañon, quest’ultimo affluente del Rio delle Amazzoni. Senza dimenticare, oltre al dato squisitamente numerico-ambientale, che – citando Greenpeace – «l’Amazzonia è la casa di oltre 20 milioni di persone e centinaia di indigeni che non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno», oltre alla diversa e rara flora e fauna che abita da secoli questi luoghi (fino ad ora) incontaminati.

La protesta degli indigeni Munduruku
La protesta degli indigeni Munduruku

La protesta di Greenpeace – Tornando all’attualità, la diga progettata metterebbe a rischio vita e abitazioni di circa 15mila Munduruku, gli abitanti del loco. Un motivo in più che ha spinto Greenpeace a scendere in campo: in primis, svariati sono stati gli appelli mossi al colosso elettrico tedesco, portandolo alla riflessione sulle conseguenze che si abbatteranno sugli indigeni e sull’ambiente lato sensu e chiedendo pubblicamente di dissociarsi, come già fatto da Enel, dal progetto. A questi hanno fatto seguito delle simboliche scese in campo, con gli esponenti della principale organizzazione ambientale che si sono recati presso 18 sedi della Siemens, in tutto il mondo, dal Brasile alla Germania, dal Messico al Giappone, anche in Italia, a Milano. Vestiti da animali, da alberi, hanno espresso in modo civile il proprio dissenso per quest’opera architettonica, invitando Siemens a «includere la protezione delle foreste nel proprio innovativo portafoglio ambientale. Sviluppare soluzioni capaci sfruttare il potenziale dell’energia solare ed eolica del Brasile sarebbe una soluzione molto più sostenibile».

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