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Allevare la Posidonia per salvare le coste del Mediterraneo

La prateria di Posidonia oceanica riprodotta in vasca

La Posidonia oceanica, a dispetto del suo nome, è una pianta acquatica che cresce esclusivamente nel Mar Mediterraneo. Le sue caratteristiche sono simili alle piante terrestri, ha radici e fusto e le sue foglie, nastriformi e unite in ciuffi di 6 – 7 sono lunghe fino a un metro, dove trovano nutrimento e protezione molti organismi animali e vegetali. Fiorisce in autunno e in primavera produce frutti galleggianti comunemente chiamati “olive di mare”. Le praterie di Posidonia hanno una notevole importanza per l’ecosistema del Mare Nostrum e sono un buon bioindicatore della qualità dell’ambiente marino costiero.

Negli ultimi anni l’ormai intenso sfruttamento della fascia costiera a opera dell’uomo, come la costruzione di opere costiere, allargamento di porti, lavori di dragaggio e pesca a strascico e ancoraggi, costituisce una seria minaccia per queste biocenosi di pregio. Pertanto la Comunità Europea ha ritenuto di doverla proteggere e nel 1990 l’ha inclusa nella Lista Rossa delle specie marine del Mediterraneo a rischio di estinzione.

La TCT è un’azienda di Brindisi specializzata ricerca di prodotti che possono avere successo sul mercato. Da sei anni circa una sua equipe di sei ingegneri che fa ricerca e sviluppo si occupa di Green economy e ha realizzato un progetto per lo sviluppo di una Tecnologia Ambientale per la Ricostruzione, la Tutela delle praterie sottomarine di Posidonia e il miglioramento della sostenibilità ambientale delle operazioni su fondali. La ricerca sulla Posidonia è stata finanziata nell’ambito del PO Puglia 2007-2013 – Asse I Linea 1.1 – Azione 1.1.2 Bando “Aiuti agli investimenti in Ricerca per le Pmi”.

Corrado De Rinaldis Saponaro

Presidente Corrado De Rinaldis Saponaro, come nasce l’idea di coltivare la Posidonia?

«Un po’ di anni fa abbiamo fatto un progetto di ricerca per la produzione di gamberi peneidi, quelli bianchi che noi compriamo dall’estero, surgelati. La produzione, sia in mare, sia a terra creava un grosso inquinamento del mare. Partendo da questo presupposto, abbiamo pensato di progettare un impianto a circuito chiuso. Che significa inquinamento zero. E maggiori ricavi dalla vendita di questi gamberi rispetto alle spigole, alle orate ecc.».

E quali sono stati i risultati di questo studio?

«La ricerca ha avuto un ottimo successo. Abbiamo venduto un impianto che abbiamo brevettato, in Australia; abbiamo collaborato con la FAO per alcuni investimenti in Africa, sfruttando questa nostra tecnologia».

Quanto costa un impianto di questo genere?

«Circa unmilionecinquecentomila euro, chiavi in mano».

Torniamo alla Posidonia

«Con esperti del settore di piante marine, abbiamo verificato se, con il nostro circuito fatto a suo tempo, avremmo potuto piantare la Posidonia in una vasca, riproducendo le condizioni marine di acqua e temperatura. Importante è l’impianto luce che riproduce le condizioni della Posidonia che cresce su un fondale di circa 17-18 metri di profondità».

E chi vi procura le piante di Posidonia per l’allevamento in vasca?

«Le talee da reimpianto ce le forniscono i pescatori che in determinati periodi dell’anno durante la pesca le tirano su con le reti. Le abbiamo prese e impiantate in vasca. Dove hanno avuto una capacità di crescita e di riproduzione anche in tempi inferiori alle previsioni».

Come avviene il reimpianto in mare?

«Per il reimpianto ci affidiamo a ditte specializzate; il nostro obiettivo è quello di realizzare un prodotto Posidonia da poter utilizzare in mare, sia per ripristinare praterie scomparse e quindi l’habitat per tante specie marine, sia per frenare l’erosione delle coste. Noi abbiamo brevettato il processo di accrescimento e di riproduzione della Posidonia».

Ci sono periodi ottimali per fare questa operazione?

«Sono quattro i periodi ottimali dell’anno che, secondo gli esperti, la Posidonia ha la possibilità di radicarsi».

Quali sono le maggiori cause di erosione delle nostre coste?

«Secondo gli esperti è la desertificazione dei nostri mari».

Una vasca per la coltivazione artificiale della Posidonia

C’entra l’aumento della temperatura?

«Certamente l’aumento della temperatura non fa bene ai nostri mari. I nostri tecnici dicono che la Posidonia dell’Adriatico avrebbe difficoltà ad adattarsi su un fondale del Tirreno. E viceversa. Invece, da Ancona in su la Posidonia è scomparsa da centinaia di anni».

Ci sono stati contatti in merito alla vostra ricerca?

«Dopo la presentazione del progetto, un club della Posidonia di Barcellona vuole venire a vedere quello che siamo riusciti a fare».

Presidente, per concludere questa interessante chiacchierata: come nasce la partnership con Legambiente?

«Nasce perché una società del nostro gruppo fa ecologia del mare. E in un paio di manifestazioni organizzate da Legambiente, per la pulizia del mare e delle spiagge, siamo stati invitati a fornire, a titolo gratuito, la nostra imbarcazione laboratorio. Durante quegli incontri abbiamo parlato della nostra ricerca e loro, entusiasti, si sono offerti di collaborare alla divulgazione del progetto».

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