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Allevamenti intensivi: esaminati allevamenti che forniscono latte per Parmigiano Reggiano

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allevamenti intensivi

Un’inchiesta di CIWF International esamina nove allevamenti intensivi legati ai consorzi Grana Padano e Parmigiano Reggiano.

Sovrasfruttate, scheletriche, zoppe, coperte di ferite ed escoriazioni, e costrette a vivere in spazi angusti coperti di escrementi. Sono queste le condizioni delle vacche in nove degli allevamenti intensivi che forniscono il latte per la produzione del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano.

A rivelarlo è un’inchiesta di CIWF International, che sootolinea come in questi allevamenti intensivi non siano rispettati gli standard minimi del benessere animale. Gli animali sono inoltre nutriti di cereali (tra cui soia OGM) per metà della loro razione giornaliera. Questo, se da un lato incrementa la produzione, dall’altro fa sì che la durata media della vita delle vacche si accorci notevolmente da 15 a 5 anni.

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L’Onlus ha pertanto lanciato una campagna in sette Paesi europei (tra cui Italia, Francia e Germania), raccogliendo firme per invitare i due consorzi a riportare le vacche al pascolo. In particolare, la petizione chiede di attivare entro il 2018 un programma di monitoraggio e miglioramento del benessere animale. Un programma del genere dovrebbe includere almeno 100 giorni di pascolo all’anno, vietando altresìi l’allevamento alla posta (cioè con le vacche legate in stalla).

La videoinchiesta, realizzata in collaborazione con IRPI (Investigative Reporting Project Italy) e con la giornalista investigativa Katherine Millward, ha riscosso l’attenzione della stampa internazionale. Agence France Press ha interpellato un portavoce di Parmigiano Reggiano, il quale ha confermato che, nel disciplinare di produzione, non c’è nessuna menzione del benessere animale. Il motivo è che questo non influirebbe, se non marginalmente, sulla qualità del prodotto.

Allevamenti inrtensivi: non c’è eccellenza senza coscienza

Conosciuti ovunque come eccellenze del Made in Italy, Grana Padano e Parmigiano Reggiano fatturano circa 5 miliardi di euro all’anno. Il 40% dei loro prodotti è esportato tra Unione Europea, Stati Uniti e Cina. Eppure, per quanto si definisca questa eccellenza come “100% naturale” e “tradizionale”, nei disciplinari di produzione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano né il benessere animale né il pascolo sono menzionati.

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Il portavoce di Parmigiano Reggiano intervistato da France Press ha comunque instistito sull’interesse degli allevatori per il benessere degli animali. Inoltre, ha specificato che il consorzio sta avviando un protocollo per attuare standard minimi di benessere animale. L’ipotesi è che si tratti del protocollo CReNBA (Centro di Referenza Nazionale per il Benessere Animale). Tale protocollo prende in considerazione diversi fattori, tra cui management aziendale e del personale, strutture e attrezzature, biosicurezza. Sono inclusi anche indicatori di benessere basati sugli animali stessi (numero di trattamenti per mastiti, pulizia degli animali, fuga dall’uomo).

L’invito di CFWS: basta allevamenti intensivi, riportiamo le vacche al pascolo.

L’approvazione di questo protocollo rappresenta certamente un passo in avanti. Rimane, tuttavia, il dubbio che l’inserimento di standard minimi per il benessere degli animali derivi semplicemente dalla pressione del pubblico – e tale dubbio può risolversi in un danno d’immagine del brand. A prescindere dalla qualità del prodotto, tuttavia, bisogna chiedersi se basti rispettare solo degli standard minimi, o se il curarsi del benessere degli animali non abbia un carattere d’urgenza etica.

Alelvamenti intensivi: le dichiarazioni di CIWF Italia

Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia Onlus, ha commentato: «Se il protocollo per attuare standard minimi di benessere animale che vorrebbe attuare il Parmigiano è quello del CReNBA, la posizione di CIWF è chiara. Il protocollo del CReNBA non è garanzia di rispetto del benessere animale. Tale protocollo si limita a tracciare lo stato di una stalla. Ma tra fare questo e parlare di benessere animale c’è molta differenza. Per questo speriamo che Grana Padano e Parmigiano Reggiano comincino a trattare la questione con la serietà e l’impegno che merita».

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