Aiuto, mi si è ristretto il mondo!

«Vi è una dimensione psicologica, affettiva, intellettuale e, direi anche, paesaggistica in ciò che noi oggi chiamiamo crisi. Essa è, infatti, legata a un cambiamento di scala di cui constatiamo gli effetti senza riuscire a controllarne le cause». È questa la tesi di fondo del nuovo libro di Marc Augé, “L’antropologo e il mondo globale”, edito per i tipi di Cortina e già da alcuni giorni disponibile in libreria.

Portando alle estreme conseguenze la sua celebre riflessione sul concetto di non-luogo, nel suo ultimo saggio l’antropologo francese indaga le profonde trasformazioni e i connessi cambiamenti di percezione che caratterizzano il mondo globalizzato, quel nuovo ambiente interconnesso, ma nel contempo ancora proteiforme, che Augé definisce «società totale».L’accelerazione dei trasporti, la circolazione quasi istantanea dei messaggi e delle immagini, la globalizzazione degli stili di vita e dei modelli di consumo ci danno la sensazione che il mondo si sia ristretto e che risulti, ogni giorno che passa, sempre più piccolo e integrato.

I viaggi in aereo ci danno la sensazione di distanze sempre più ravvicinate tra un capo e l’altro dei continenti, ma anche le autostrade e le linee ferroviarie dei treni ad alta velocità cambiano radicalmente la nostra visione del mondo e creano nuovi paesaggi: tagliando trasversalmente i territori, seguendo non di rado percorsi sopraelevati che non attraversano più gli agglomerati urbani, permettono all’occhio umano di “spingersi oltre” quegli ostacoli – muri, alberi, terrapieni – che generalmente ci impediscono di vedere in lontananza e, in tal modo, amplificano la nostra capacità di visione, le nostre proiezioni spaziali, il nostro orizzonte di riferimento.

Le foto prese dai satelliti spaziali ci rivelano, poi, un paesaggio completamente inedito: quello della Terra vista da lontano, come presto scopriranno anche quei turisti facoltosi che si potranno permettere la breve avventura di un volo sub-orbitale, a centinaia di chilometri dal pianeta. In tal senso – sottolinea Augé – la tecnologia sembra aver anticipato le evoluzioni delle società e della politica, «affermando così la nostra identità di terrestri» e facendoci assistere alla «nascita del pianeta stesso come paesaggio».

In tutto ciò è, forse, insita una promessa di unità, ma al tempo stesso emergono con forza i rischi dello smarrimento di quelle identità particolari che, sedimentatesi nel corso dei millenni, sono inscritte nel substrato di ogni territorio. Come scrive, infatti, Augé poche pagine più avanti, «iscriviamo nel patrimonio dell’umanità i monumenti o i paesaggi più sorprendenti», ma rischiamo di perdere di vista «le segrete connivenze che sono state intessute, lungo la storia umana, tra lo spazio e la memoria. Trasformiamo regioni intere in “parchi naturali”, ma senza curarci delle tracce storiche dei territori, un po’ come se stessimo preparando la visita imminente di turisti extraterrestri troppo frettolosi per soffermarsi sui dettagli».

Questo radicale cambiamento di prospettiva fa sì che smarriamo il senso della dismisura e, nel contempo, ci allontana definitivamente dai paesaggi di cui sentiamo ancora la pregnanza, paesaggi che costituiscono un pezzo di cultura, nati dall’incontro e dalla mai interrotta interazione tra natura e azione umana. In tal modo, si delinea una frattura tra il paesaggio che è già planetario, la società che non lo è ancora e le culture che sono divise al loro interno, mentre l’uomo, perdendo di vista i suoi tradizionali riferimenti spaziali e territoriali, sperimenta nuove improvvise solitudini. Al tempo stesso, però, nel mondo globalizzato del terzo millennio, a dispetto della moltiplicazione dei non-luoghi e degli spazi anonimi, inaspettatamente si sperimentano nuove familiarità.

Persino dall’altra parte del mondo, quando si entra nei grandi centri commerciali o negli aeroporti, divenuti i luoghi simbolo della circolazione planetaria, ci si sente meno sperduti: le pubblicità, i negozi di articoli di lusso, i marchi, i cartelli e gli annunci in inglese contribuiscono a uniformare simbolicamente il pianeta, proprio come i monumenti dell’architettura internazionale che s’innalzano nelle grandi metropoli e sembrano farsi eco da un continente all’altro.

I paesaggi del mondo attuale – ossia di un mondo segnato dall’accelerazione del tempo, dal restringimento del pianeta e dall’individualizzazione dei percorsi – in effetti, sono per lo più paesaggi urbani o in via di urbanizzazione. Ma la città contemporanea è molto diversa da quella del passato: salta oltre i muri, oltrepassa ogni confine e si estende ben oltre il suo “cuore” storico, allungando i propri tentacoli lungo i fiumi, le coste e le vie di comunicazione fino a fondersi e diventare tutt’uno con le città vicine.

Quel che è certo è che percepiamo, ogni giorno di più, un rapido cambiamento di scala, di cui gli schermi della televisione e dei computer sono insieme l’indice e l’acceleratore. Ed è in questo nuovo spazio-tempo che le generazioni più giovani e ancor più quelle di domani, sono chiamate a costruirsi i propri riferimenti e il proprio orizzonte esistenziale.
Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale, Cortina Raffaello, 2014, pp. 126, € 15,00.

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