Agrofotovoltaico di nuova generazione: quale futuro?

(foto Radovani Ingegneria)

Integrazione tra produzione di energia pulita, agricoltura e tutela del territorio. Una sentenza del Tar di Lecce non lo considera in contrasto col PPTR

 

di Alma Tarantino*

L’obiettivo dell’azzeramento del consumo di suolo è stato definito a livello europeo già con la Strategia tematica per la protezione del suolo del 2006, che ha sottolineato la necessità di porre in essere buone pratiche per ridurre gli effetti negativi del depauperamento di suolo e, in particolare, della sua forma più evidente e irreversibile: l’impermeabilizzazione (soil sealing). Entro il 2020 le politiche comunitarie avrebbero dovuto, perciò, tenere conto dei loro impatti diretti e indiretti sull’uso del territorio.

L’ottica è quindi di tutela e salvaguardia della risorsa suolo in ragione della preservazione di funzioni vitali sul versante ambientale. Perché il suolo costituisce la base della produzione di cibo, foraggio, carburante e fibre, componente chiave delle risorse fondiarie dello sviluppo agricolo e della sostenibilità ecologica, quindi luogo di risorse di innumerevoli funzioni eco-sistemiche; pertanto da contenere e preservare nella sua integrità.

Quando si può parlare di consumo di suolo?

Questo avviene in caso di perdita di una risorsa ambientale fondamentale dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale.

Si ha consumo di suolo non solo per urbanizzazione intensiva [es: copertura del suolo per cementificazione], ma anche a causa dell’uso di fenomeni chimici inquinanti o di una agricoltura intensiva tale da incidere sulla inutilizzazione dello stesso.

Il fenomeno della copertura materiale del territorio si riferisce ad un incremento della copertura artificiale di terreno, legato alle dinamiche insediative e infrastrutturali. Conseguenza di ciò è la realizzazione di un suolo impermeabile causa di accrescimento del rischio di inondazioni, di minaccia per la biodiversità, di perdita di terreni agricoli fertili ed aree naturali e seminaturali, con un’alterazione irreversibile delle caratteristiche ambientali delle originarie superfici verdi ed una sottrazione della superficie agricola.

Ora, su tale solco si colloca la questione relativa alla copertura del suolo a causa dell’utilizzo di strumenti di produzione di energia tecnologici di nuova generazione.

Agrivoltaico_Pergola_
pergola fotovoltaica agricola ombreggiante del Joint Project Università di Verona 2009_2011.Istallata a San Floriano in Valpolicella, Italia (Foto Emilio Roggero – licenza internazionale CCA 4.0)

In particolare ci si riferisce all’uso dell’agrofotovoltaico in area agricola. Si tratta di un ambito abbastanza nuovo, che deve conciliare produzione di energia solare, produzione agricola e tutela del territorio.

La peculiarità dell’agro-voltaico è evidenziata dall’importante stanziamento previsto dal P.N.R.R. (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che ha espressamente inserito la realizzazione di tali impianti tra le iniziative da attuare nel contesto della transizione ecologica per raggiungere la completa neutralità climatica e lo sviluppo ambientale sostenibile. Il riferimento è, in particolare, alla “missione M2C2, investimento 1.1.” denominato “sviluppo agro-voltaico” e il cui obiettivo è installare a regime una capacità produttiva da impianti agro-voltaici di 2GW che produrrebbe circa 2,500 GWh annui, con riduzione delle emissioni di gas serra stimabile in circa 1,5 milioni di tonnellate di CO2.

L’agrofotovoltaico è un settore ancora poco diffuso avente il merito di connettere agricoltura e fonte rinnovabile. Si tratta di produrre energia rinnovabile prevalentemente con i pannelli solari senza sottrarre terreni produttivi all’agricoltura ed all’allevamento, ma anzi integrando le due attività.

Questo sistema rappresenta una soluzione per limitare i conflitti tra la produzione agricola e quella di energia elettrica, quindi potendo garantire il nesso cibo-energia-acqua, incrementando l’efficienza d’uso del suolo attraverso la collocazione di pannelli fotovoltaici ad un’altezza da terra sufficiente per consentire pratiche di coltivazione convenzionali sul terreno sottostante.

Agrofotovoltaico, ancora tante domande

Lasciando agli esperti la discussione in merito agli aspetti tecnico/tecnologici di tale strumento di produzione di energia in ambito agricolo, non si può omettere dal considerare che all’uso di tali impianti sottende una serie di aspetti ancora in attesa di una maggiore e più dettagliata definizione regolatoria.

In primis appare ancora assente una definizione chiara e di facile applicazione, con pochi spazi interpretativi, che esprima cosa è un impianto agro-fotovoltaico.

Altrettanto lacunosa è la normativa in tema di iter autorizzativi semplificati per l’installazione di tali impianti, nonostante le introdotte modifiche normative finalizzate a promuovere l’incentivazione degli stessi.

Ci si riferisce nello specifico al Decreto Legge, 31 maggio 2021, n. 77, art 31.c.5, convertito, con modificazioni, dalla Legge, 29 luglio 2021, n. 108 (“Governance del Piano nazionale di rilancio e resilienza e prime misure di rafforzamento delle strutture amministrative e di accelerazione e snellimento delle procedure” – c.d. “Decreto Semplificazioni Bis”) con cui, emendando l’art.65 del d.l. n.1/2021, è stato stabilito che gli impianti agro-voltaici possono accedere agli incentivi connessi alla produzione di energia da fonti rinnovabili; altrettanto con riferimento allo schema del Decreto Legislativo di recepimento della direttiva 2018/2001 (c.d. “Direttiva RED II”) ai sensi del quale è demandata al Ministero della Transizione Ecologica la definizione dei “criteri e modalità per incentivare la realizzazione di impianti agrivoltaici attraverso la concessione di prestiti o contributi a fondo perduto, realizzati in conformità a quanto stabilito dall’articolo 65, comma 1-quater, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, che, attraverso l’implementazione di sistemi ibridi agricoltura-produzione energetica, non compromettano l’utilizzo dei terreni dedicati all’agricoltura.

La tematica “agrofotovoltaico” è stata oggetto di recente pronunciamento della “giustizia amministrativa”; quest’ultima è stata chiamata ad esprimersi su un diniego reso nel nostro territorio dalla pubblica amministrazione in merito ad un progetto migliorativo volto alla realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica di tal fatta da parte degli operatori del settore.

Quali criticità?

La prima criticità riguarda i potenziali profili di contrasto tra la realizzazione di tali impianti rispetto alle previsioni del nostro P.P.T.R. (Piano Paesaggistico Territoriale Regionale).

Il dato di partenza insorto riguarda il presupposto per cui gli atti di pianificazione paesaggistica territoriale regionale (di cui alla disciplina del P.P.T.R.) espressamente sconsigliano la realizzazione di impianti F.E.R. (Fonte di Energie Rinnovabili) in aree agricole rientranti in contesti paesaggistici caratterizzati/peculiari, in sommi capi, al fine di evitare il depauperamento dell’agroecosistema, ovvero di evitare una diminuzione della qualità paesaggistica complessiva dei luoghi, e quindi l’insorgere di un pregiudizio alla conservazione dei valori paesaggistici.

Di qui l’impasse sul tema.

Ma il giudice amministrativo “interpellato” ha rilevato (T.A.R. Puglia Lecce, sentenza resa in data 11.2.2022) che il P.P.T.R. si occupa dei soli impianti fotovoltaici, ma non anche di quelli agro-fotovoltaici, definiti di nuova generazione e successivi alla disciplina introdotta con lo stesso P.P.T.R. (quindi ratione temporis sfuggenti alla disciplina del Piano).

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Prototipo di agrofotovoltaico per coltivazione di ortaggi a Isola della Scala (foto Emilio Roggero su licenza CCA 4.0 International)

In sintesi, mentre nel caso di impianti fotovoltaici tout-court il suolo viene reso impermeabile, quindi viene di fatto impedita la crescita della vegetazione e il terreno agricolo, nell’agri-fotovoltaico la collocazione dell’impianto direttamente su pali più alti e ben distanziati tra loro, consentirebbe la coltivazione sul terreno sottostante dando modo alle macchine da lavoro di poter svolgere il loro compito senza impedimenti per la produzione agricola prevista. Pertanto, la superficie del terreno resterebbe permeabile, raggiungibile dal sole e dalla pioggia, e utilizzabile per la coltivazione agricola.

I profili presunti di contrasto col PPTR sembrerebbero quindi allo stato attuale non sussistenti, considerata la differenza tipologica dei due impianti; differenze comunque da dover esser tenute in considerazione anche ai fini della valutazione del rispetto degli indici di pressione cumulativa / di impatto cumulativo degli impianti sul territorio.

Il tempo ci dirà se si tratta di pronuncia espressione di un orientamento isolato oppure quieto sul punto.

Ma l’innovatività della questione di certo sarà stimolo di riflessioni ulteriori sull’argomento coinvolgendo profili di innovazione tecnologica e tutela del territorio.

*Alma L.G. Tarantino è avvocato e dottore di ricerca in Istituzioni e politiche comparate presso l’Università di Bari e docente a contratto in vari master

 

 

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