acquacoltura e pesca a rischio per l’acidificazione del Mediterraneo

mitili sperimentali marcati Credits Archivio OGS
mitili sperimentali marcati (Credits Archivio OGS)

L’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ha contribuito a una pubblicazione internazionale. Uno studio multidisciplinare ha evidenziato le aree più vulnerabili nel presente e in scenari futuri

 

 Diverse zone del Mediterreaneo sono a rischio acidificazione, un fenomeno che sta compromettendo l’integrità e la funzionalità degli ecosistemi con impatti negativi per la biodiversità e per le attività umane che beneficiano delle risorse naturali marine, i cosiddetti servizi ecosistemici, come pesca e acquacoltura. A dirlo è una recente analisi condotta da un gruppo di ricerca che ha coinvolto in prima linea l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS.

“Abbiamo condotto un’analisi che ci ha consentito di identificare gli hotspot di acidificazione marina nel Mar Mediterraneo e la vulnerabilità dei servizi ecosistemici. Queste analisi permettono di stabilire quando e dove implementare delle misure di mitigazione o adattamento” racconta Donata Canu, prima ricercatrice della sezione di Oceanografia dell’OGS, coautrice dello studio interdisciplinare. La ricerca, a cui ha partecipato insieme a Cosimo Solidoro, Direttore della Sezione di Oceanografia dell’OGS e Serena Zunino, ricercatrice dell’OGS, compone un capitolo del libro “Ocean Governance Knowledge Systems, Policy Foundations and Thematic Analyses” edito da Springer e recentemente pubblicato.

Cosa rischia il mare e chi lo abita

acquacoltura (foto Pixabay)
A correre seri rischi di acidificazione non sono  le attuali attività di acquacoltura, ma gli scenari futuri, che indicano il superamento della soglia di rischio nelle specie d’interesse commerciale (foto Pixabay)

“Nell’epoca in cui viviamo, l’Antropocene, gli oceani globali sono stati già profondamente alterati dalle attività umane” continua Canu. “Livelli crescenti di emissioni di gas serra di cui il 25% è stato assorbito dagli oceani hanno portato a una variazione del pH dell’acqua marina di circa il 30%: questo processo è denominato “acidificazione marina”. Con questo termine non si intende che le acque diventeranno acide, ma che il pH si abbasserà spostandosi verso valori più vicini a 7 (pH neutro).  Pur considerando ampie variazioni – aggiunge Serena Zunino – l’acidificazione ha impatti negativi sulla crescita e lo sviluppo, sulla riduzione della calcificazione e sull’alterazione immunologica e fisiologica degli organismi marini che abbiamo preso in esame”. A correre seri rischi di acidificazione non sono  le attuali attività di acquacoltura, ma gli scenari futuri, che indicano il superamento della soglia di rischio nelle specie d’interesse commerciale.

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Lo studio racconta come gli effetti dell’acidificazione sulle attività umane, come la pesca, sono legati non solo all’impatto diretto sulle specie di interesse commerciale ma anche a quello indiretto sulla varietà di habitat biogenici, ovvero gli habitat che sono in gran parte “costruiti” dagli organismi viventi che lo abitano (coralli, alghe e piante marine) che forniscono un ambiente unico e costituiscono hot-spot per la pesca e la biodiversità. “Il rischio per gli habitat biogenici aumenta sostanzialmente in tutto il bacino durante i mesi estivi tra i 10 e i 20 metri di profondità” continua Zunino.

Manca una strategia comunitaria

Strategie di gestione e governance che includano ricerca, innovazione, monitoraggio e prevenzione e che, soprattutto, siano coordinate a livello europeo sono gli strumenti per contrastare il fenomeno. “Ad oggi l’acidificazione marina rappresenta una nuova sfida per la governance data la sua natura complessa, incerta, in costante intensificazione e dal carattere transfrontaliero” conclude Cosimo Solidoro. “Tuttavia, sebbene alcuni sforzi siano stati compiuti per inserire l’acidificazione marina nelle agende di governance, il problema resta ancora non-coordinato a livello di Unione Europea con poche risposte a livello di strategie effettive di mitigazione e adattamento. La natura incerta e il potenziale danno ecologico-economico e sociale richiedono la necessità di sviluppare soluzioni su misura e specifiche”.

Immagine: acquacoltura di mitili sperimentali in Adriatico. Crediti: archivio OGS

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