A processo gli attivisti Greenpeace anti-OGM

Si è aperto a Pordenone il processo contro i 23 attivisti Greenpeace che, nel 2010, hanno combattuto contro la semina illegale di mais geneticamente modificato. Due i capi di imputazione: danneggiamento (archiviato) e invasione arbitraria di terreno, per cui il processo è stato rinviato il prossimo 14 marzo.

All’epoca dei fatti, i 23 di Greenpeace entrarono in diversi campi per isolare e mettere in sicurezza le parti superiori delle piante di mais che stavano producendo il polline transgenico: dato il mancato intervento delle autorità competenti, questo risultava l’unico modo rimasto per impedire la contaminazione delle aree. In seguito a quell’intervento, le coltivazioni furono finalmente poste sotto sequestro, fu emesso l’ordine di distruzione delle coltivazioni illegali e iniziò una più vasta campagna di campionamenti nella regione che ancora prosegue.

Uno dei passaggi obbligati per tutelare e far rifiorire l’agricoltura italiana e lavorare per la sostenibilità del settore e dell’ambiente in cui viviamo, è un forte e netto rifiuto degli OGM e del tipo di agricoltura di stampo industriale che incarnano. La responsabile della campagna Agricoltura di Greenpeace Federica Ferrario si appella al governo italiano affinché possa «adottare misure di salvaguardia nazionale per vietare la coltivazione di OGM in tutta Italia, per tutelare e valorizzare la nostra agricoltura, il nostro ambiente e la salute. Lo hanno già fatto in molti Paesi, ultimo in ordine
cronologico la Polonia, ora tocca all’Italia».

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