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Il “silenzio” dei fari

Il vento sibila forte da una finestra rotta ed è l’unico rumore di un giorno pieno di pace. Sono in alto, molto in alto e mi guardo attorno: vedo solo mare, solo rocce chiare e lisce, un paesaggio talmente strano da farmi sentire sulla luna. Sono a Razzoli un’isola sarda sperduta e ormai disabitata, in cui esistono un vecchio faro e una natura selvaggia capace di ammaliare. Mi piacerebbe ricordare per sempre questi attimi di silenzio assoluto ma il mondo rumoroso riesce a coprire con la sua invadenza ogni emozione. Soprattutto quella di trovarsi circondati dal nulla, o meglio dal tutto: una sensazione che chi va per mare ben conosce.

Faro di Punta Palascia, Otranto (LE) - foto archivio SIT&A srl

Faro di Punta Palascia, Otranto (LE) - foto archivio SIT&A srl

<p>Torre Preposti, sul Gargano, tra Pugnochiuso e Mattinata- foto archivio fotografico fotogramma - Bari</p>

Torre Preposti, sul Gargano, tra Pugnochiuso e Mattinata - archivio fotografico fotogramma, Bari

La cultura del silenzio sembra un concetto depressivo, dato che ci attorniamo sempre più di brusii, evitando con cura ogni minima possibilità di restare senza ascolto, muti o sordi esseri viventi:  camminiamo, facciamo jogging e persino nuotiamo con la musica infilata nelle orecchie e ci siamo così abituati da provare angoscia quando ci capita di restare “assordati” dal silenzio. E invece c’è un’ecologia mentale anche nell’assenza di rumore: dovremmo solo imparare a coglierla.
Da anni, portando avanti una ricerca sui fari e sulla loro storia in Italia e all’estero, mi trovo spesso in cima ad una lanterna e mi scopro a rimirare il silenzio. Le torri sul mare, che siano disabitate o curate dai guardiani hanno un loro “audio” particolare: una volta percorse le scale a chiocciola che portano in cima, ci si trova in una “cupola” in cui regnano luce e silenzio e in cui si possono sentire raffiche di vento, grida di gabbiani e lontani echi di lontani motori marini. Quasi un miracolo per noi, umani  produttori e catalizzatori di rumori; navigatori che impariamo a sporcare il mare in modo inverecondo, gettandovi tutto e riversandovi anche anche la nostra rumorosa vita.
L’ ”andar per fari” ha invece un suo suono muto, pieno di fascino. Abitare in un faro, soprattuto se isolato, ha molto a che fare con la vita in una barca  (e ovviamente parliamo di una barca a vela e non certo di uno yacht supermotorizzato!). I racconti di chi svolge ancora il mestiere di farista o lo ha fatto per tanti anni riportano spesso alla parola “silenzio”. La cita ad esempio Rita Di Loreto, l’unica donna guardiana di un faro in Italia, che ha vissuto da sola a Punta Preposti sul Gargano per oltre vent’anni e ora, andata in pensione, ha dovuto lasciare quel piccolo paradiso, quell’atollo di serenità per piombare nella più comune esistenza rumorosa. E poi i profumi: sia in barca che su un faro c’è quel gusto acre della salsedine, ma pure l’odore umido   delle cose esposte all’aria e all’acqua, come se una patina di natura coprisse ogni pezzo di realtà, facendolo suo.

faro razzoli

Faro dell'Isola Razzoli nell'Arcipelago di La Maddalena - archivio fotografico fotogramma Bari

In ogni mia esperienza di navigatrice ripenso a queste sensazioni, anche se solo per attimi. E’ il piccolo regalo che possono farci i viaggi, gli studi, le passeggiate davanti al mare. Non è necessario, come sappiamo, raggiungere per forza mete lontane, perché il silenzio è alla portata di tutti. Un giorno, il guardiano di un faro mi ha detto di sentirsi privilegiato per la sua posizione in alto, lontano dalla pazza folla. E guardando dalla sua finestra in cima alla roccia il suo paesaggio “privato” e quotidiano, fatto soltanto di mare e cielo ha annunciato quasi con solennità: “Quando sono qui, mi sento ogni giorno in capo al mondo”.

Enrica Simonetti, giornalista, capo-servizio della redazione cultura  e spettacoli della “Gazzetta del Mezzogiorno”, è autrice di “Luci ed eclissi sul mare. Fari d’Italia” (Laterza,2006) e “Luci sull’adriatico-Fari tra le due sponde” (Laterza, 2009)

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