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Trump presidente, indietro tutta?

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Il discorso di Donald Trump, presidente numero 45 degli USA, non sposta di un millimetro le affermazioni fatte in campagna elettorale. «Il lavoro agli americani»

Piglio deciso, voce ferma, sguardo soddisfatto, the Donald sa di toccare le corde dell’America dei delusi; sa che è cominciata l’era di Trump presidente. E giura che darà una svolta all’economia, all’industria, all’istruzione, al sistema sanitario del Paese che governerà per 4 anni «con la benedizione di Dio».

Trump presidente USA
Donald Trump è il 45mo presidente degli Stati Uniti

Il discorso di insediamento pronunciato davanti a presidenti che hanno dato una sterzata alla politica internazionale come Clinton e Obama, è stato un discorso che ha avuto una parola d’ordine mai pronunciata ma presente, e questa parola è “protezionismo”: una specie di dottrina di Monroe in chiave populista. Come il presidente James Monroe disse nel 1823 davanti al Congresso ”L’America agli americani” esprimendo la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, così Trump, presidente di uno Stato economicamente in crisi, punta proprio su questo aspetto e promette lavoro agli americani dalle industrie americane. «Rifaremo grande l’America», questo il suo mantra presentato con tutte le variazioni: «Non vi abbandoneremo mai più; da oggi il potere passa al popolo; gli Stati Uniti diventano di nuovo del popolo; il popolo è il presidente di questo paese e nessuno sarà più dimenticato;  quello che importa non è quale partito controlli il governo ma se il popolo controlla il governo»: un durissimo attacco all’establishment e più in generale alla politica. E qui il Trump presidente si smarca dal Trump politico (che non è mai stato, anche se qualcuno ha tentato di fargli recitare questo ruolo), perché si richiama implicitamente al “movimento” che è orgoglioso di aver creato, più che al partito repubblicano, i cui membri in parte ne hanno condiviso la linea e non senza imbarazzo.

Trump presidente di quale America?

Trump pronuncia un discorso divisivo, aggressivo, minaccioso, mettendo contro “loro”, cioè i politici egoisti, e “voi”, cioè i cittadini, sfruttati e umiliati da politiche troppo garantiste verso le economie straniere: «Le aziende hanno chiuso, i posti di lavoro sono andati perduti. Il sistema si è autoprotetto ma non ha protetto i cittadini del proprio paese».

E se con riferimento alla sicurezza ha voluto ribadire che «il terrorismo sparirà dalla faccia della terra», parlando dei servizi ha affermato che «il sistema scolastico  è troppo costoso, noi lo estenderemo a tutti», mentre per il lavoro ha sostenuto che «ogni decisione sarà fatta in modo che l’America e i suoi lavoratori se ne giovino, e non gli altri». L’America tornerà a vincere: «Costruiremo nuovi porti, aeroporti, strade, autostrade, ferrovie, gallerie, in tutta la nazione». E ancora «Ricostruiremo questo paese con mani americane e con manodopera americana».

Importante è il passaggio sul terrorismo, amplificato dalla convinzione del Presidente che  «al di là della politica, ci sarà una fedeltà totale al nostro Paese. E quando si apre il cuore al patriottismo non c’è spazio per il terrorismo». Un revival del nazionalismo, quello che si coglie nel pensiero del Trump Presidente; un ritorno al populismo per altri, un passo indietro rispetto alle politiche di accoglienza e di altruismo che hanno fatto dell’America il mito del passato. Recupera però Trump, quando afferma che «tutta la saggezza del passato non sarà mai dimenticata, a prescindere dal colore della nostra pelle».
E poi ritorna sulla visione protezionista del Paese che ritiene attaccato e per la cui tutela «i confini devono essere protetti e solo in questo modo si tuteleranno i lavoratori americani». Sono le parole magiche che Trump pronuncia esaltando i circa 900mila – pochissimi gli afroamericani – che a Washington hanno avuto l’accesso al Campidoglio per assistere all’insediamento del presidente (ben poca cosa rispetto ai 2 milioni che assistettero all’insediamento di Obama).

Che dire poi quando afferma «Sottrarremo le persone al welfare e li metteremo a costruire strade, porti, aeroporti»? Sembra che pensi ad un programma di sviluppo delle infrastrutture per rendere vero quell’american dream irrimediabilmente appannato da una politica troppo debole e aperta all’invasione delle economie straniere nei confini statunitensi. Ma poi tornano in mente i suoi interessi con i poteri forti dell’economia  statunitense e l’american dream diventa il Trump dream.

«Il momento delle chiacchiere è finito, ora arriva l’ora dell’azione. Non permettete a nessuno che qualcosa non possa essere fatta; nessuna sfida è troppo alta per gli americani». Uno scatto d’orgoglio per il popolo che il Trump Presidente si appresta a governare. Anche Obama aveva chiamato a raccolta gli americani con la sua celebre frase Yes, we can: voleva dire uniti per essere forti e cambiare. Ma allora si vedevano un sogno ed una visione che ora attende di essere esplicitata dal Trump Presidente tycoon, che afferma «Dobbiamo pensare in grande e sognare sempre più in grande».

Noi speriamo che l’America possa mantenere il fascino e il sogno di libertà che ha sempre rappresentato.

 

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