Tra etica e utopia: lettera aperta ai cittadini della BAT

Barletta, capofila della provincia BAT, vista dal mare

Cari cittadini, è l’essere città, anzi sistema di dieci città, che rende questa avventura  – progettare la nuova Provincia – così difficile e unica nello stesso tempo.

Nella storia moderna e contemporanea, questo territorio è stato sempre subordinato al suo capoluogo, a Bari, che oggi sembra essersi dissolto come in un incantesimo. I territori sono arrivati a noi, per eredità storica, attraverso i turbolenti cicli della storia politica, dopo l’Unità d’Italia. Il primo dopo il 1860, il secondo dopo il 1918 e il terzo dopo il 1945; ma è stato il dopoguerra, dopo il 1950 e la feroce aggressione del territorio, da parte della politica locale, a distruggere molti dettagli fisici della storia.

Le nostre città oggi hanno cessato di espandersi sul territorio circostante; questo cambio di direzione è corretto perché inizia a prevalere l’idea del completamento visto  dall’interno del centro urbano verso l’esterno, trasformando periferie infelici, ricucendo le aree dimesse delle zone artigianali/industriali, curando le ricostruzioni e le ristrutturazioni funzionali degli edifici storici, moderni e contemporanei nella città e sparsi sul territorio. Ma un’attenzione particolare va orientata verso le nostre città viventi, proteggendole dalla politica perversa, che ostenta ogni giorno politiche eterogenee e diverse. E’ necessario che tutti noi ci applichiamo per contrapporci a questa lenta lacerazione quotidiana, una necessità che oggi è diventata “urgenza” di intervenire, prima che sia troppo tardi.

Andria, il palazzo di città

Certo, voi chiederete: come? In che modo intervenire? Oggi si è diffusa l’idea che le città sono in crisi, la loro esistenza è travolta dal traffico, dal rumore, dall’inquinamento, dalla tensione, dall’aggressività. Ma questa è la somma dei nostri comportamenti individuali; siamo noi che produciamo tutto ciò con il nostro atteggiamento, col nostro modo di vivere, con le nostre scelte. Per cui, prima di rassegnarci a perdere le nostre città dobbiamo innanzitutto diminuire la nostra aggressività, aumentando la nostra partecipazione civica, per comprenderle nelle loro potenzialità e capacità di produrre economia e vita.

Forse  (e non siamo gli unici a pensarlo) la città è ancora la più bella “invenzione” dell’uomo per la sua complessità e per la sua antica e importante dose di civiltà che produce, in sintesi, la loro “bellezza”; perché è uno dei primi aspetti che salta agli occhi degli abitanti. E’ la bellezza complessiva che fa scattare l’orgoglio di appartenenza, di specchio fedele delle proprie abitudini raccontate fisicamente e visivamente. Le nostre scelte diventano forma e le forme che modelliamo ogni giorno diventano città in un insieme di edifici, strade, quartieri, piazze piene di sole e di luce, di energia vitale, di colori, di suoni, di odori.

Trani, la cattedrale vista dal porticciolo

La bellezza delle nostre città deriva dal fatto che sono state costruite lentamente nel tempo e con attenzione, dagli uomini che ci hanno preceduto. Ogni edificio, piazza, via, monumento, racconta una storia e la città è la somma di queste storie. Ma la città è anche un organismo vivente, funzionale, che cresce, si trasforma e si stratifica ogni giorno, e questo cambiamento è dovuto agli uomini che la abitano. Comprendiamo ora che la città è molto di più di un insieme di edifici, strade, istituzioni, piazze, culture, vita e soprattutto la città è multi-etnica, sempre.

La città è un modo d’essere degli uomini, è un’avventura dello spirito umano, è un’emozione da vivere ogni giorno tra etica ed utopia.

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