Uno sguardo critico per osservare il paesaggio. Uno sguardo che ne segni criticità e potenzialità ma anche nuove prospettive. Parte da qui il convegno “Paesaggi Luoghi Scenari”, ospitato a Bari dall’8 al 9 giugno presso il Politecnico. Un’iniziativa voluta e promossa dal neonato ‘Museo della Fotografia’, quella stessa fotografia che si fa «linguaggio, strumento attraverso il quale si esprime la capacità critica», come spiega il Magnifico Rettore Nicola Costantino. «Abbiamo bisogno più che mai che i nostri allievi la sviluppino», aggiunge riferendosi ad un contesto molto diverso rispetto al passato. «Oggi sono pochissimi i corsi del Politecnico in cui non si parla di ambiente e sostenibilità».
Allora quale ruolo attribuire alla fotografia? Lo stesso Rettore non tarda a definire quest’arte come quella «chiave di lettura critica del nostro territorio di cui abbiamo bisogno». Un’arte spesso bistrattata, relegata ad una funzione contemplativa che si è evoluta con il mutare dei tempi. É così che se negli anni ’70 il fotografo ha avvertito l’esigenza di denuncia, di focalizzare l’attenzione sul degrado, a partire dal 2000 «L’uomo è tornato al centro dell’attenzione di chi utilizza i mezzi di riproduzione visiva», come illustra Pio Meledandri, direttore del Museo della Fotografia del Politecnico.
Una consapevolezza dal sapore inedito che però non rinuncia ad un privilegiato punto di osservazione. «I fotografi ci hanno aiutato a capire che il ‘paesaggio’ non è la cartolina: ci hanno aiutato a puntare lo sguardo sul degrado e sulla quotidianità», chiarisce nel suo intervento Angela Barbanente, Assessore della Regione Puglia – Qualità del Territorio, Paesaggio, Aree Protette, Musei e Archivi. Per questi motivi la stessa Regione ha sentito l’esigenza di normare un Piano Paesaggistico, che ponesse in chiaro «il problema del recupero di una coscienza di ‘luogo’», per arginare quella lacerazione che troppo spesso ha visto il territorio vittima.
La valutazione è perciò propositiva: conoscere per tutelare, osservare per conoscere. «Osservare con sguardo critico significa agire sui luoghi, recuperando la consapevolezza di quelle modifiche che ognuno di noi produce sull’ambiente in cui vive». Certo si tratta di una tutela non sempre facile da applicare, anche secondo la visione di chi impiega la macchina fotografica per raccontare il territorio. In proposito Giovanni Chiaramonte, fotografo e docente di Fotografia presso la IULM di Milano, parla de “Il sacrificio del Paesaggio” e di quella tentazione, spesso osannata dalle teorie più diverse, che porta a buttare giù un abbondante strato di calce bianca a coprire le brutture del presente. Le brutture sì ma quello stesso processo di cancellazione porterebbe via anche le bellezze, l’arte del presente.
L’esigenza sentita e condivisa è perciò quella di porre in discussione l’idea di visione, anche rimettendo in gioco «quelle ‘etichette’ che si danno ad aspetti del paesaggio ma che spesso non corrispondono, guardano ad obiettivi non operativi», segnala Dino Borri, docente di Ingegneria del Territorio del Politecnico di Bari. Tante le nuove soluzioni, i nuovi modi di rapportarsi al territorio in chiave di efficienza e tecnologia: ma qual è in sostanza lo stato dell’arte? Secondo Borri esiste tutt’oggi un «dualismo tra grande innovazione e grande povertà», una situazione di stallo in cui non sempre alla conoscenza segue un regime di equità.
Eppure una nuova consapevolezza oggi esiste, l’idea nuova a cui il docente si riferisce parlando di quella «vita sostenibile» in grado di accogliere l’esistenza e la necessità di un vincolo tra azione privata e collettiva, di un’interdipendenza tra azione e status quo. «Oggi è la visione urbanocentricache deve essere sostituita da una visione bioregionale», conclude Borri. Una visione più ampia, la stessa che il fotografo conosce bene, capace di considerare le cose a lungo termine, le cose in prospettiva.





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