Alle 17.00 ora locale, le 10.00 in Italia, il Giappone ha spento l’ultima delle cinquantaquattro centrali nucleari ancora in attività. Le altre sono state già tutte spente e non sono più ripartite dopo gli stress test. Le operazioni graduali di spegnimento si sono concluse definitivamente alle 23.00, le 16.00 ora italiana. La Hokkaido Electric Power ha disattivato la terza unità della centrale di Tomari, l’ultima della lunga serie di chiusure seguite al disastro di Fukushima. Il più grande incidente nucleare dopo la catastrofe di Chernobyl nel 1986, ha moltiplicato le paure del popolo giapponese sulla sicurezza degli impianti che, al contrario, prima del sisma dell’11 marzo 2011 e dello Tsunami provocato, era considerata una certezza.
Decine di migliaia di persone sono scese in strada in tutto il Paese per festeggiare lo spegnimento del reattore, al grido di “Mai più Fukushima”; il Giappone, così, rimane senza energia nucleare per la prima volta dal 1966. «Oggi è un giorno storico», ha detto Masashi Ishikawa, popolare militante anti-nucleare nipponico che questa mattina ha parlato a una folla di circa 6.000 persone riunita per manifestare a Tokyo. Molti sventolavano il tradizionale “Koinobori”, vessillo a forma di carpa – tipico della Festa dei bambini che si celebra oggi ma che è diventato anche simbolo del movimento anti-nucleare. «Ci sono così tante centrali, ma oggi non ne funziona più nemmeno una. Ed è grazie ai nostri sforzi», ha continuato Ishikawa.
Dopo il disastro di Fukushima, secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano nipponico Tokyo Shimbun, l’80% dei giapponesi vuole la chiusura delle centrali nucleari; solo il 16% è a favore dell’energia atomica. L’attività degli impianti non sarà riavviata prima di settanta giorni. Tuttavia, dopo il via libera dell’authority sulla sicurezza nucleare, l’iter burocratico di riavvio prevede il consenso dei residenti, dei comuni e delle prefetture che ospitano gli impianti. Ma, da questi ultimi, finora non è giunta nessuna conferma, neppure dalla prefettura a forte vocazione nucleare di Fukui che, con i suoi quattordici reattori su una superficie grande quanto la città di Roma, ne fanno l’area più nuclearizzata al mondo.
Viceversa, rappresentanti del governo hanno chiesto la riapertura di alcuni reattori, sia per evitare il rischio di possibili mancanze di energia elettrica nei periodi più caldi dell’anno sia per abbassare la quantità di emissioni dovute all’aumento di produzione di energia prodotta da petrolio e gas. Prima della crisi di Fukushima, la quantità di energia elettrica prodotta nel Paese del Sol Levante, pari a 281 gigawatt (dati relativi a maggio 2010), era per il 65% da centrali termoelettriche a combustibili fossili (olio, carbone, gas), per il 17% da centrali nucleari e idroelettriche e solo per l’1% da fonti rinnovabili.
Subito dopo il disastro di Fukushima, ad agosto 2011, il Parlamento nipponico ha approvato una legge che obbliga i distributori a rifornirsi di elettricità proveniente da fonti rinnovabili (sole, vento, geotermia e biomassa). La legge che entrerà in vigore il 1° luglio prossimo e i proventi dovranno contribuire alla svolta energetica del Paese.




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