
Per presentarsi alla stampa ha scelto uno dei luoghi simbolo del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Castel del Monte. Ai piedi del suggestivo castello federiciano, patrimonio Unesco dell’umanità, Cesare Veronico, storico ambientalista pugliese, nominato a capo dell’area protetta dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini, ha tenuto la sua prima uscita pubblica da presidente. E dall’alto della collina murgiana, Veronico mette subito in chiaro l’obiettivo della sua mission: «far diventare il Parco Nazionale dell’Alta Murgia il miglior parco d’Italia, coinvolgendo il mondo dell’associazionismo, le imprese, i cittadini». Tra gli altri obiettivi del neo presidente, valorizzare il marchio del parco, perché diventi «strumento di garanzia di qualità, rafforzando l’immagine del territorio e delle sue aziende e l’identità dell’area».
Bisogna migliorare la ricettività turistica e fornire ai visitatori gli strumenti, gli spazi, le opportunità perché possano vivere il parco, ha detto Veronico e progetta di costituire una rete dei parchi, che “metta a sistema” tutte le aree protette; il parco deve poter raccontare la vita nei territori, dalle chiese rupestri di Gravina, per esempio, al Teatro Mercadante di Altamura, passando per le Grotte di Sant’Angelo di Santeramo. E individuare nel più grande parco rurale d’Europa a carattere agricolo le potenzialità per «migliorare strutture e servizi e offrire un nuovo slancio a livello locale, nazionale e internazionale dell’intera area».
Ambient&Ambienti ha ricevuto e pubblica volentieri un intervento del neo presidente del Parco Nazionale dell’Alta Murgia.
“Difficile che tredici Comuni, ciascuno con la propria storia e la propria identità forte, riescano a fare un territorio. Da neopresidente sento che può riuscirci un ente come il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, cui i tredici Comuni partecipano. La mia idea non è nuova e potrebbe apparire neanche troppo originale. Eppure, a dispetto di quanti invocano soluzioni complesse a problemi complessi, per riuscire a promuovere un territorio non c’è ricetta migliore di quella più semplice, cioè stare insieme, fare sistema, il parco e le comunità che vivono nel parco. C’è un precedente incoraggiante e oltremodo pertinente. Nel 2002, quando ero assessore alla Provincia di Bari, verificai il sostanziale stallo del tavolo di confronto tra i sindaci dei Comuni interessati al progetto del parco. Ne sondai la disponibilità e li portai a discutere. L’uovo di Colombo, a ben vedere. Funzionò. Il parco è il luogo fisico e insieme offre la piattaforma immateriale per fare corto circuito tra le idee, i progetti, le speranze, le tipicità dei territori e delle comunità che li abitano. Ho in mente un parco aperto, nel quale le istanze di ciascuno abbiano l’attenzione che meritano e le parti in causa dialoghino tra loro. Gli ambientalisti con gli agricoltori, gli amministratori di un ente locale con i loro omologhi, i portatori di interessi di tutela e valorizzazione dell’ambiente con gli operatori turistici. L’esperienza dei parchi nazionali d’Italia ci insegna che non esistono incompatibilità a prescindere. L’ambiente, la naturalità, la biodiversità sono valori che fungono da valore aggiunto e non da freno.
Sugli scenari internazionali contano come biglietto da visita. E se vogliamo fare sistema, nel biglietto da visita della Murgia non può non troneggiare la qualità – nei rapporti, tanto quanto nell’offerta – come precondizione. Da personalità sensibile da sempre ai temi dell’ambientalismo non posso non sottolineare come il modello economico basato sulla pesantezza degli interventi industriali stia oggi di fatto mostrando la corda. Ma se c’è un contraltare al gigantismo, questo sta di certo nell’economia e nella filosofia dei parchi. Tanto più in un parco rurale quale è quello dell’Alta Murgia. I centri storici incorniciati in un succedersi di paesaggi naturali e geologici dalla varietà impressionante, la filiera agroalimentare, un reticolo di connessioni naturali tra sistemi territoriali omogenei costituiscono tutti insieme quello che per un’azienda è il know how, l’insieme delle competenze e delle conoscenze. Ingenerare una consapevolezza comune di questa potenzialità intrinseca nel territorio significa avere già in partenza una grande spinta motivazionale.
La motivazione, in un contesto che ha tutto per crescere secondo il nuovo crisma della sostenibilità, è tutto ciò che serve. In effetti, gli strumenti e le occasioni non mancano come dimostra l’enorme ricchezza del patrimonio storico, naturale, culturale e paesaggistico di quest’area geografica della nostra Puglia. Dovunque sia andato in queste prime settimane da presidente del parco, qualsiasi associazione abbia incontrato, con qualsiasi sindaco mi sia confrontato, ne ho sempre ricavato l’impressione che non mancasse nulla se non una piccola spinta motivazionale per vincere un radicato quanto ingiustificato scetticismo. A questo proposito devo dire che essere un cittadino, venire da Bari, mi mette in una posizione di sostanziale vantaggio rispetto a un presidente espressione diretta del territori. Guardare le cose da persona terza, non restare invischiato nelle sabbie mobili delle dietrologie o delle piccole invidie, mi aiuterà sicuramente nel mio lavoro di sintesi e messa a valore di ciascuna esperienza, professionalità, sensibilità. Con queste premesse, fidando negli strumenti che la Regione Puglia ha già messo a disposizione dei decisori e della rete delle economie innovative come ad esempio i Sac (Sistemi ambientali e culturali), sono sicuro che, in tempi ragionevolmente brevi, il parco non potrà non essere percepito come una ricchezza capace di generare altra ricchezza.
La recente visita in Puglia del ministro Ornaghi e l’idea di destinare, pur in un periodo di grande crisi economica, 60milioni di euro alla valorizzazione e all’attrattività di tre sistemi di grande valenza ambientale, storica e archeologica in tre aree strategiche della Puglia, ci conferma che questa è la strada giusta sulla quale mettersi in cammino”.
Cesare Veronico




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