Arte Povera in Teatro, al teatro Margherita: ultimi giorni, affrettatevi.

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L'ingresso del a

Leggo il grande cartellone sull’ingresso principale Arte Povera in Teatro. Mi avvicino alla gradinata di tavole di legno d’abete scricchiolanti che portano verso una misera, forse “povera” porta in materiale plastico. Entro. Guardo. A sinistra un book shop sull’Arte Povera allestito dall’Einaudi/Electa. Libri, libri, libri. Pile di libri che vorrebbero spiegarmi le opere che ho davanti ai miei occhi. Una poggiata. Una costruita. Una sospesa. Sulla destra un tavolino “minimale” con pile della brochure sintetica della mostra.

Una delle guide si presenta. Si chiama Tiziana Felle, chiede se può guidarmi alla comprensione della mostra, delle opere, degli artisti. Annuisco. La seguo e lei inizia un racconto «…con quest’opera Mario Mertz vuole …». Mi distraggo. Un sibilo nello spazio chiuso della cupola richiama la mia curiosità. E’ un’opera di Gilberto Zorio. Un’opera che si gonfia con aria compressa immessa in due marrani che spingono una mezza canoa in direzione di una finestra alta, nera, buia in cui è proiettato uno stralcio dello spartito, bianco nel nero, dell’internazionale socialista. I marrani si sgonfiano, la mezza canoa scivola all’indietro sul binario d’acciaio. Verso una situazione di riposo.

L'opera di Mario Merz

«…Mario Mertz ha voluto costruire un rifugio instabile, con lastre di argilloscisti ancorate tra loro, con morsetti d’acciaio, simulando la forma di un igloo…». La grande sfera di cinque metri di diametro rivestita di cartapesta dei giornali freschi di stampa creata da Michelangelo Pistoletto, ha la forza di attrarmi visivamente prima, mentalmente poi. E’ enorme. Come avranno costruito una sfera così grande dietro a due pilastri di cemento a vista così stretti? La cartapesta, sferica, stracciata, da importanza al muro di mattoni rotti e stonacati di fresco sul fondo. Il pavimento è di grezzo cemento grigio. Rifletto “…Arte Povera in Povera…”.

Una scena teatrale si contrappone, dal lato opposto, alla sfera di cartapesta. Mi avvicino. Guardo lastre quadrate di acciaio grigio/azzurro/opaco addossate a barre di acciaio a doppio T,  lunghissime. Partono da terra e raggiungono la volta del vecchio palcoscenico, inserendosi in punti sfondati dal tempo. Sacchi pieni di carbone di grossa dimensione cingono le lastre d’acciaio. E’ un’opera di . La guida mi introduce all’opera «…con quest’opera Kounellis ha voluto evidenziare…».

, curatore della mostra

Nuovi orizzonti mentali. Nuove riflessioni sull’idea della vita, dell’arte, della cultura. L’arte contemporanea ti apre a nuovi mondi mentali. E’ difficile. E’ difficile da capire se non ci si introduce al pensiero di Germano Celant, il curatore della mostra. Torno indietro. Mi avvicino al book shop. Compro il catalogo della mostra. Decido di non proseguire la visita. Devo prepararmi a comprendere, voglio comprendere ciò che sto vedendo. M’impongo di ritornare entro l’11 marzo dopo aver studiato lo scritto introduttivo.

Esco, l’aria è calda, il vento dolce, mi avvio verso il Teatro Petruzzelli ancora occupato. E’ il vento nuovo della cultura che soffia. Noi dobbiamo predisporci a percepirlo, sempre.

Siti essenziali:

http://www.artepovera2011.org/index.php?pag=bari

A proposito di Domenico Tangaro

www.domenicotangaro.it/biografia
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