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Il cronista dell'Unità ha ritratto gli operai dell' mentre infossano l' senza protezioni

Dead man walking. Un uomo morto cammina. La mia memoria ricorre subito al film del 2007 con Sean Penn, ogni volta che sento parlare di amianto. Dopo anni di latenza, la bomba a orologeria dei tumori causati dall’ miete vittime ogni giorno, tutti i giorni. Sono uomini, donne e talvolta anche bambini che ripetono i gesti della loro quotidianità, la cui sorte, però, è già segnata. Chi non ha retto l’attesa, anche solo di un segnale di solidarietà da parte delle istituzioni è stato indotto al suicidio. È una storia dall’epilogo inimmaginabile, quella di migliaia di lavoratori che per anni hanno respirato fibre di amianto. Ne basta una per uccidere un essere vivente. A Carlo Sessa un laboratorio privato ne ha diagnosticate migliaia; ha un inspessimento pleurico bilaterale ai polmoni e un inizio di asbestosi, oltre a una bronchite cronica. Con queste patologie l’ gli ha riconosciuto solo il 4 percento di invalidità, «se uno viene tamponato e mette il collare – esordisce Sessa – gli danno subito il 3, 4 percento, è una vergogna!».  Carlo ha lavorato all’Isochimica di Avellino, un’azienda nata nell’82 per dare lavoro, dopo il terribile terremoto che all’epoca colpì l’Irpinia. Nel 1983 le Ferrovie dello Stato ordinarono la bonifica di locomotori e carrozze. L’appalto, per decine di miliardi, fu affidato alla Isochimica di Piano d’Ardine, un’azienda della provincia di Avellino di proprietà di quello stesso Elio Graziano poi al centro dello scandalo delle lenzuola d’oro. Trecentotrenta operai, abbagliati dalla chimera del posto fisso, in un territorio in perenne crisi di lavoro, per scoibentare tremila carrozze; 20mila quintali di amianto sepolto sotto l’edificio della nuova stazione che stava nascendo, nel cortile della fabbrica, oppure ammassato nei capannoni, sversato nei fiumi, nelle campagne, dentro i boschi, nella pancia dell’Irpinia e finito nei polmoni dei suoi figli.  Un lavoro ad altissimo rischio fatto nel cuore di Borgo Ferrovia; prima che i capannoni della fabbrica fossero ultimati, la scoibentazione fu avviata per circa sei mesi sui binari della stazione stessa di Avellino, a pochi metri dalle case, da un campo sportivo, da un asilo, dalle scuole elementari e medie, dal parco giochi per i bambini. Il proprietario dell’Isochimica è l’ultraottantenne Elio Graziano. Uno dei padroni della città. Amico dei potenti ministri socialisti Claudio Signorile e Carmelo Conte, raccontano le cronache. All’epoca Carlo aveva vent’anni. Oggi ne ha quasi quarantanove. Oltre un quarto di secolo è trascorso tra denunce e accuse per la mancanza di misure di sicurezza all’interno della fabbrica, richieste di aiuto per se e per gli altri, con scarsissimi risultati.

«Siamo oltre cento ammalati, cinque o sei morti, uno si è suicidato proprio nei giorni scorsi. Quando ha saputo di essere affetto dall’asbestosi si è sparato un colpo di pistola. Aveva quarantotto anni e ha lasciato la moglie e due figlie. Noi vogliamo giustizia».

Nel 1988 la procura di Firenze avvia indagini sulle attività della Direzione generale del servizio materiale e trazione delle Ferrovie dello Stato che ha sede nel capoluogo toscano e competente su tutto il territorio nazionale. L’inchiesta partì dopo un esposto dei ferrovieri fiorentini tra i quali si segnalò l’aumento dei casi di , il tumore causato dall’esposizione all’amianto. L’allora pretore di Firenze Beniamino Deidda dispose, nel dicembre dello stesso anno un’ordinanza che impose la chiusura dell’Isochimica. Deidda emise anche cinque comunicazioni giudiziarie. Una per Elio Graziano, proprietario dell’Isochimica, un’altra per Vincenzo Izzo, direttore dello stabilimento e le ultime tre ad altrettanti alti funzionari delle Fs di Firenze.

«Io e una ventina di colleghi, quando fummo messi al corrente del rischio che correvamo, fu uno di Democrazia proletaria a metterci sull’avviso, abbiamo dato vita anche a un comitato di lotta. Io sono stato licenziato sette volte, perché Graziano vedeva in me un sobillatore, poi dopo dieci, quindici giorni mi riassumeva. Tentò anche di corrompermi con un assegno in bianco. Una sera mi diede il blocchetto e la penna e mi disse, quanto vuoi?».

In seguito il consiglio di fabbrica invitò anche un professore dell’Università Cattolica di Roma.  Nelle tre perizie a distanza di mesi una dall’altra la quantità di polvere d’amianto nell’aria superò di ben 150 volte il limite consentito.

L'amianto scoibentato vola nel fossato, a cielo aperto, dal nastro trasportatore

«Allora lui ci comprò degli autorespiratori senza bombole, quindi si respirava la stessa aria. Poi, fortunatamente, intervenne il Procuratore Deidda e chiuse la fabbrica ma oggi ne stiamo scontando le conseguenze drammatiche».

Gli operai ex Isochimica, però, non sono rassegnati del tutto, vogliono giustizia, soprattutto  e dopo 23 anni vogliono riportare l’Isochimica e le Ferrovie dello Stato in Tribunale. Una denuncia è stata inviata anche al Tribunale dei Diritti dell’Uomo a Bruxelles. Hanno dato vita alla sezione locale dell’, l’; coordinatore dell’associazione di Avellino è Francesco D’Argenio. Quando tornava a casa dall’isochimica, con gli abiti pieni di polvere bianca ad attenderlo c’erano la moglie e due bimbi, uno di pochi mesi, l’altro in fasce. Un laboratorio specializzato di Pisa gli ha riscontrato 9mila fibre di amianto nei polmoni. L’Inail gli ha riconosciuto solo il 7 percento di invalidità con placche pleuriche di asbesto.

«È una cosa inaudita – esclama D’Argenio -. Dovevamo scoibentare le carrozze dall’amianto e poi coibentarle con la lana di vetro, quella verde, molto tossica anche quella, abbiamo scoperto dopo. Ma una legge già nel 1943 diceva che quelle carrozze andavano solo eliminate. Ad alcuni di noi è stata anche riscontrata percentuale zero!».

Nell’estate del 2010, molti dei dipendenti della Isochimica si sono rivolti all’avvocato che ha subito consigliato loro di effettuare controlli sanitari.  Solo grazie a questi controlli è emerso che la gran parte dei lavoratori ancora in vita sono affetti da patologie asbesto correlate.

«Desta meraviglia e sorpresa che a enorme distanza di tempo e per gravissime lesioni dell’ambiente e della salute pubblica, non siano stati ancora assunti provvedimenti per rendere alla giustizia i responsabili di siffatti illeciti, con risarcimento per le vittime», ha dichiarato Bonanni.

L’avvocato di Latina che ha paragonato la vicenda di Avellino a quella dell’ di Casale Monferrato ha poi aggiunto «Le indagini difensive che stiamo portando avanti per conto delle vittime hanno permesso di far venire alla luce situazioni, fatti e circostanze che le parti hanno già esposto e che altri esporranno a breve alle competenti autorità, affinché la giustizia faccia il suo corso, anche perché sembrano esserci stati casi di decessi sospetti anche tra coloro che non avevano materialmente manipolato l’amianto nel luogo di lavoro – tra le vittime decedute per mesotelioma anche un addetto alla pulitura dei pavimenti della stazione -, e a 200 metri c’era una scuola di bambini, che è ancora presente».

L’Inail ha convocato l’avvocato Bonanni – presidente nazionale dell’Osservatorio Nazionale Amianto – ad Avellino il 5 dicembre prossimo. Per la circostanza è stata proclamata anche una manifestazione cittadina e una conferenza stampa dell’ONA.

Scritto da: Gianni Avvantaggiato

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