Il 20% dell’ossigeno e il 60% dell’acqua dolce dell’intero pianeta provengono dalle foreste pluviali dell’Amazzonia. Il disboscamento delle foreste amazzoniche, quindi, non può essere definito un problema “interno” del Brasile ma planetario, appunto.
Una legge già votata dalla Camera dei deputati e in attesa dell’approvazione definitiva del Senato, permetterà ai proprietari terrieri brasiliani che hanno disboscato illegalmente zone protette dell’Amazzonia di ottenere un’amnistia e ridurrà le aree che finora gli imprenditori erano obbligati a proteggere. La legge, secondo gli ecologisti sarebbe una catastrofe, che ha fatto immediatamente il giro del mondo suscitando allarme e indignazione in ogni angolo della Terra, potrebbe essere fermata dal veto della presidente Dilma Rousseff. E per convincere la leader carioca a respingere le pressioni delle lobby di latifondisti e allevatori, Avaaz, organizzazione internazionale no profit e indipendente, ha dato avvio a una petizione (clicca qui per andare alla petizione) con la quale si chiede alla presidente Dilma di agire immediatamente per salvare le preziose foreste del Brasile e di rafforzare la sicurezza degli ambientalisti. Infatti, è stato calcolato che negli ultimi 25 anni ci sono stati 1.581 omicidi per questioni legate allo sfruttamento delle foreste e del territorio brasiliani, di cui 393 tra il 2000 e il 2010. Molti altri sono stati minacciati di morte. A fornire i dati aggiornati è la Commissione Pastorale per la Terra (Comissão Pastoral da Terra, Cpt) della Chiesa cattolica brasiliana che da anni monitora la situazione che negli ultimi tempi ha avuto una drammatica escalation a cominciare, nel maggio scorso, dagli assassinii di Claudio José Ribeiro da Silva, leader del Consiglio Nazionale dei Lavoratori estrattivi e di sua moglie Maria do Espirito Santo, ecologisti e attivisti brasiliani tra i più importanti di tutto il Sudamerica (leggi l’articolo di Ambient&Ambienti “Hanno lottato contro la deforestazione in Amazzonia: uccisi”), cui sono seguiti quelli degli ambientalisti Adelino “Dinho” Ramos, Eremilton Pereira dos Santos, Marco Gomes da Silva, semplici contadini contrari alla modifica delle leggi che proteggono le foreste e a favore del veto di Dilma Rousseff. Omicidi desinati a non avere nessun colpevole, almeno per il momento, eseguiti in nome del denaro e di interessi privati.
Tutto a danno della ricca foresta amazzonica, perpetrato dall’industria del legno, prima causa della deforestazione nell’area e dagli allevatori – il Brasile è uno dei maggiori esportatori mondiali di carne bovina - che richiedono sempre nuovi pascoli. Altri interessi industriali sono l’espansione delle piantagioni di soia per la produzione di mangimi e del biodiesel, l’estrazione del ferro e della bauxite e le centinaia di progetti infrastrutturali come la diga idroelettrica di Belo Monte in Pará (fonte osservatorio indipendente sulle foreste primarie “Salva le Foreste”).
Un sondaggio telefonico condotto da Datafolha, su richiesta dei gruppi ambientalisti Amigos da Terra – Amazonia Brasileira (Amici della Terra – Amazzonia Brasiliana), IMAFLORA, Imazon, Instituto Socioambiental (il socio-ambientale Institute), SOS Mata Atlântica e il WWF- Brasile, ha stabilito che il 79 percento degli intervistati ha dichiarato di essere contrario all’amnistia ad agricoltori e allevatori che hanno disboscato la foresta oltre il consentito dalla legge. Il 45 percento sostiene l’amnistia solo per coloro che accettano di ripristinare le aree disboscate fino al requisito legale, mentre il 48 percento ha respinto l’amnistia, in qualsiasi forma, sostenendo che i trasgressori devono essere puniti “per dare l’esempio per le generazioni future”. Solo il 5 percento crede che i deforestatori dovrebbero essere perdonati senza la necessità di rimboschire.




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