A due settimane da quando, il 29 novembre scorso, la mongolfiera di Greenpeace ha salutato l’apertura del vertice ONU sui cambiamenti climatici sorvolando la piramide dell’antica città Maya di Chichen Itza, in Messico, il summit di capi di Stato e di Governo sul clima si è concluso sabato 11 dicembre solo con una mezza vittoria. 
Dopo la composizione del Cancun act ottenuto da Patricia Espinosa, la presidente della conferenza sul clima, la norma di questi vertici prevede l’adesione di tutti i partecipanti, 194 i Paesi che aderiscono, la Bolivia ha rifiutato di firmare l’accordo.
Il futuro del Protocollo di Kyoto, che stabilisce la necessità di ridurre le emissioni in misura compresa tra il 25 e il 40% e la limitazione dell’aumento della temperatura a 2°C entro il 2020, in scadenza nel 2012, è stato il tema principale discusso alla sedicesima conferenza organizzata dalle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in gergo COP16, il nome completo è Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Espinosa ha convinto a uno a uno i dissenzienti di Kyoto, a cominciare dal Giappone che ha minacciato di porre il veto alla proroga se Cina, India e Stati Uniti non provvedono alla riduzione delle emissioni attuali, poi la Russia e il Canada. È riuscita a persuadere anche il gruppo Al.ba, l’Alternativa Bolivariana, i contestatori dei vertici sul clima.
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Ma non è riuscita a fare altrettanto con Pablo Solon, il capo negoziatore boliviano. Eppure, dopo il fallimento del vertice di Copenhaghen dello scorso anno e nonstante la defezione della Bolivia, con il “pacchetto bilanciato”, com’è stato chiamato il documento di Cancun con le sue dichiarazioni politiche e d’intenti, nessuna vincolante, nessuna operativa, è stato avviato un processo che consente di guardare all’anno prossimo a Durban in Sudafrica con maggiore fiducia al futuro del Pianeta.
E c’é scritto pure che il protocollo di Kyoto deve continuare dopo la sua scadenza naturale, il 2012. Dentro il pacchetto ci sono anche i soldi del “Fast start” per i Paesi in via di sviluppo (30 miliardi di dollari, 410 milioni da parte dell’Italia) e poi il “Green climate fund”, un fondo per far decollare l’economia verde nel mondo con 100 miliardi di dollari l’anno, gestito per tre anni dalla Banca mondiale e da quaranta Paesi membri (25 in via di sviluppo e 15 sviluppati). Albania, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Georgia, Grecia, Moldova, Romania, Russia, Serbia, Turchia ed Ucraina hanno presentato al Cop 16 un testo in cui dichiarano il proprio impegno nella costruzione della Green Economy del futuro. La creazione di un nuovo “fondo verde” globale necessita, però, di identificare fonti di finanziamento innovative. Come, per esempio, un sistema di prelievi imposti al settore internazionale dei trasporti aerei e marittimi, al momento non regolamentato, che sarebbe rivolto all’8% delle emissioni globali e simultaneamente sarebbe in grado di garantire miliardi di dollari di finanziamenti di lungo termine.




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