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Sicilia chiama economia circolare

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«L’economia circolare può essere la chiave per lo sviluppo economico  della Sicilia: se si valorizzassero le centinaia di migliaia di tonnellate di sottoprodotti agricoli, agroindustriali e di frazione organica dei rifiuti urbani prodotte ogni anno in Sicilia, potremmo ottenere il biometano per il 9% dei consumi di metano utilizzato in Italia per i trasporti, biofertilizzanti pari all’8% dei fertilizzanti consumati in Italia e biochemicals di alto valore, ma  serve la collaborazione delle Istituzioni».
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Stefano Arvati, presidente di Renovo

Così Stefano Arvati, Presidente di Renovo ha iniziato il suo intervento dal palco del convegno Quale visione strategica per il futuro della Sicilia del nuovo millennio? organizzato da Legambiente e svoltosi oggi, lunedì 17 ottobre, nell’ambito di Festambiente Mediterraneo. L’incontro ha rappresentato un confronto tra il mondo imprenditoriale delle rinnovabili e quello delle Istituzioni siciliane per tracciare un quadro dell’economia locale e indagare le possibilità di sviluppo legate all’economia circolare.

«I dati siciliani sul potenziale di sottoprodotti e della frazione organica di rifiuti urbani valorizzabili all’interno di in una filiera corta della bioenergia, dei biochemicals e dei biofertilizzanti, ci danno la dimensione di un settore con enormi possibilità di sviluppo per l’economia siciliana», ha detto Arvati.  «Se si riuscissero a valorizzare tutti gli scarti prodotti annualmente, potremmo avviare un comparto in grado di generare vantaggi economici trasversali a tutto il territorio: basti pensare che secondo la Direttiva sull’Economia Circolare della Commissione Europea la prevenzione dei rifiuti, la progettazione ecocompatibile, il riutilizzo delle risorse, possono generare risparmi netti per le imprese pari all’8% del fatturato annuo».

A Caltagirone si sta già lavorando in questa direzione, come mostra il ‘Polo dell’Economia Circolare’; qui stanno partendo delle filiere per la produzione di biochemicals (polifenoli, pectina e limonene), biometano dal residuo dei sottoprodotti e dalla frazione organica dei rifiuti urbani, ed energia elettrica e termica. «Questo modello è perfettamente replicabile – ha continuato Arvati –  ma per avviare un comparto così complesso su scala regionale c’è bisogno di una collaborazione da parte delle Istituzioni; serve la precisa volontà politica di ripensare un nuovo iter burocratico e legislativo che possa ridurre i passaggi e i tempi di autorizzazione che, attualmente, rischiano di minare ogni progetto alla sua base».

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