
In Italia ancora non abbiamo un metodo nè una data definitivi per trattare lo smaltimento dei rifiuti radioattivi. Le scorie provenienti dalle centrali nucleari, dall’ambito sanitario e dall’industria vengono stoccate in depositi temporanei. La soluzione sembra essere un deposito nazionale. Le istituzioni locali, però, non sembrano contente della notizia. Per capire meglio il problema ci siamo recati alla notte dei ricercatori a Roma e abbiamo parlato direttamente allo stand della Sogin, lo società che si occupa di questo progetto
Stoccaggio delle scorie radioattive: una lista di 51 aree prescelte e il progetto di un deposito definitivo che forse non vedremo mai. Ma nelle istituzioni locali vince il “No”.
Un argomento spinoso quindi, del quale, in Italia, non si parla spesso. Questi rifiuti sono i prodotti del progressivo smantellamento di impianti nucleari, nello “Stivale” sono 9, del settore sanitario e dell’industria. Il 13 dicembre 2023 è stata pubblicata da Ministero dell’Ambiente la Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), nella quale sono stati selezionati 51 aree adatti ad ospitare il così detto “Deposito Nazionale”, un luogo in cui sigillare le scorie radioattive prodotte dal Paese.

Tra Puglia e Basilicata ne sono stati scelti quattro: Altamura, Gravina in Puglia, Laterza, tutti compresi nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, che recentemente è diventato, tra l’altro, geosito UNESCO, e Matera. Nessuno particolarmente entusiasta della notizia, dimostrando il dissenso attraverso le istituzioni e l’opinione pubblica. Ma andiamo per gradi.
Rifiuti molto tossici intorno a noi, difficili da smaltire. Dove vanno a finire?
Lo siamo andati a scoprire alla “notte dei ricercatori” che si è svolta a Roma il 27 e il 28 settembre. Tra i tanti stand bianchi che ospitavano ogni tipo di disciplina scientifica, da tutta Europa, spiegate in modo semplice a noi “comuni mortali”, ci siamo imbattuti nel gazebo della “Sogin“, la società pubblica specializzata nel settore nucleare, che si occupa dello smantellamento delle centrali nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi.
In Italia, le scorie vengono custodite in dei “depositi temporanei”, che però non rispondono completamente agli standard di sicurezza necessari. La soluzione è quindi un “Deposito Nazionale”.
I rifiuti si dividono in cinque categorie in base al tempo di decadimento, che può essere di poche ore come di migliaia di anni. In particolare, vengono classificati come: a vita molto breve, attività molto bassa, bassa attività, media attività e alta attività.
Di questi il 60% arriverà dalle centrali nucleari, mentre il 40% dalle attività di medicina nucleare, industriale e ricerca, e saranno raccolti nel deposito nazionale.
Cos’è un deposito nazionale e come funziona?
Viene definito una struttura ambientale per la definitiva messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. Nello specifico si tratterà di un sistema a quattro strati, o barriere come vengono chiamate. Se vogliamo, una grande “matriosca”. Il costo per la sua realizzazione è di 1,5 miliardi di euro, mentre il costo per ogni deposito temporaneo oscilla tra 1 e 4 milioni di euro. Inoltre si stima che la sua attuazione aiuterà a formare nuovi posti di lavoro: 4000 per la costruzione e 700 per l’utilizzo.

La prima barriera è il “Manufatto”, ovvero un cilindro metallico in cui le scorie radioattive vengono bloccate da un particolare cemento. A questo primo strato sono destinati i rifiuti radioattivi a bassa e molto bassa intensità. La seconda barriera, detta “Modulo”, contiene la prima. E’ una vera e propria gabbia di calcestruzzo in cui i manufatti vengono rinchiusi e sigillati con una speciale malta cementizia. La terza barriera, la “Cella”, è un edificio di calcestruzzo che contiene più moduli alto 15,5 metri e lungo 27 metri. Si prevede che il deposito nazionale ne conterà 90.
La quarta barriera è la “Collina Multistrato”, ultimo livello di protezione previsto. Ricopre le celle messe in fila, con più strati composti da diversi materiali in modo da impedire infiltrazioni di acqua e isolare i rifiuti. Questo ultimo livello avrà anche il compito di “salvare le apparenze” attraverso una copertura vegetale che dovrebbe rendere la struttura più gradevole. Sotto il deposito dovrà essere presente anche un sistema di tunnel per permettere la manutenzione.

Questo progetto ha lo scopo, quindi, di sigillare le scorie per circa 300 anni, periodo dopo il quale raggiungono un livello di radioattività pari a quello dell’ambiente.
In aggiunta si prevede la costruzione di un Parco Tecnologico: un centro di ricerca, aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere attività legate al processo di decommissiong, della gestione dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo sostenibile in accordo con il territorio interessato.
La reticenza di Comuni e Regione
Se questa è l’idea, rimane solo un problema: e adesso dove lo facciamo?
In verità non si inizierà presto. Prima di tutto bisogna capire chi sarà il comune “fortunato” che verrà scelto. E su questo punto, in particolare, gli orientamenti non sono del tutto convergenti.
“Come Governo regionale ci siamo di recente opposti a gran voce quando sono stati individuati, da parte del Ministero dell’Ambiente, i 51 siti idonei per le scorie nucleari tra cui Gravina in Puglia, Altamura e Laterza”, sono le parole dell’assessora dell’ambiente della Regione Puglia, Serena Triggiani, che ha ribadito come il territorio sia all’avanguardia nella transizione ecologica. “Siamo la seconda regione italiana per produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e prima per lo sviluppo di energia eolica”, continua l’assessora. La Puglia c’è anche la più grande acciaieria d’Italia, l’Ilva a Taranto, e si è distinta nel processo di de carbonizzazione. Quindi, conclude Triggiani: “Ci sembra assolutamente ingiusto, quasi irrispettoso, utilizzare il nostro territorio anche per la costruzione di siti di stoccaggio di scorie”.
LEGGI ANCHE: Rifiuti radioattivi, scoppia il caso Puglia

Dello stesso avviso è il comune di Altamura che il 10 gennaio 2024 ha approvato, all’unanimità del consiglio, un ordine del giorno in cui dichiara la: “ferma contrarietà alla realizzazione del Deposito nazionale per i rifiuti radioattivi e Parco tecnologico nel territorio del Comune di Altamura e in quello dei territori limitrofi”, ribadendo le ragioni tanto paesaggistiche e ambientali, quanto a quelle legate alla conformazione geomorfologica e idrologica delle aree proposte.
Stesso risultato nel consiglio comunale di Gravina in Puglia, del 27 dicembre 2023, nel quale dopo tre ore di dibattito è stata confermata l’opposizione unanime al progetto.
Che succede dopo che si viene scelti
Secondo quanto ci è stato spiegato dai tecnici, la costruzione del deposito non è il primo passaggio. Tanto per cominciare la scelta deve essere concordata, quindi non c’è nessuna imposizione da parte di Sogin o del Governo. Inoltre, dopo aver “avviato la pratica”, ci voglio almeno due anni di studi e rilievi per accertarsi che tutto sia in regola, quindi si può partire.
La strada che si vuole percorrere
Quello delle scorie radioattive è un problema che necessita una soluzione. La costruzione di un Deposito Nazionale permetterebbe di avere un luogo certo dove raccogliere i rifiuti radioattivi, allineandosi agli standard previsti dall’Unione Europea.


