Le nostre periferie, slabbrate tra città e campagna sembrano, viste dall’esterno della città, lande desolate. Edifici sparsi, slegati tra loro, collegati da tratturi per capre, senza strade, senza marciapiedi, senza acqua potabile.

Cosa porta gli uomini a costruire fuori dalle regole comuni?
Questi edifici guardati singolarmente raccontano infelicità umane. Volumi accorpati solo funzionalmente, forse. Sembrano una fiera delle vanità che raccontano la miseria umana fisica e metafisica.
L’uscire fuori dalle regole comuni sembra divertire molti. Molti cittadini, supportati da pseudo-professionisti dell’industria delle costruzioni si avventurano nella costruzione di edifici senza autorizzazioni sanitarie, comunali, paesaggistiche, urbanistiche, avventurandosi in luoghi e territori dove la natura è forte, più forte dell’uomo. Costruire ai bordi delle lame, sulle faglie, sui crinali di colline d’argilla che scendono a valle con le piogge autunnali è vietato, non solo perché le leggi di Stato, Regione, Comune lo impongono, ma perché la natura dei luoghi impone il rispetto geologico e idrogeologico, oltrechè urbanistico.
Se facessimo una foto dei prospetti di ogni edificio rilevato, per la loro rozzezza culturale, forse, riusciremmo a creare un identikit delle persone che lo hanno voluto edificare; dal proprietario che lo ha finanziato, al costruttore che lo ha realizzato, al progettista che, in anonimato, lo ha ideato. Hanno tutti quel carattere furtivo, preso a sproposito, rubato alla società e agli uomini onesti di una comunità. Pensano d’esser furbi, invisibili, scaltri, forti, ma nei fatti sono ingenui, visibilissimi, sciocchi, deboli; deboli sino al punto da non saper rispondere a semplici domande sui motivi che hanno portato alla costruzione di un edificio ai bordi di un lagnone, dove, all’arrivo delle piogge autunnali, l’acqua si accumula temporaneamente, prima di riprendere, attraverso le lame naturali, la via del mare. Si ritrovano con case sott’acqua, piene di fango, rami, foglie, carcasse d’animali che, insieme alla terra sono stati portati a valle dall’acqua di pioggia.
Un contadino, tempo fa, mi raccontò, durante un sopralluogo in una lama dell’Alta Murgia che, un anno, in autunno, ad un certo momento del giorno, mentre in testa il sole splendeva accecante, udì un rumore sordo arrivare dalle pareti della lama; era un lontano rumore d’acqua torrenziale che aumentava lentamente. Era il rumore dell’acqua di pioggia che scesa sulle colline dell’Alta Murgia si era dapprima accumulata nelle piccole lame a quattrocento metri d’altitudine e che, raccogliendosi e accumulandosi verso valle, si era sommata in quantità e velocità ad altre acque di pioggia precipitate nelle stesse zone in quelle ore di un giorno d’autunno. Quell’acqua, inizialmente poca e debole, scendendo verso valle si era ingrossata a tal punto da strappare rami e alberi, annegando anche le pecore che pascolavano nella lama, dove l’erba è sempre più verde. E quel contadino mi raccontò che vide galleggiare carcasse di animali travolte dalla furia dell’acqua, del fango e dei rami che entravano in case costruite ai bordi della lama, insieme alla melma, ad oggetti d’uso comune, a rami con frutti di stagione, a giovani alberi d’ulivo, a ceppi d’uva strappati alla terra.
Chi costruì quelle case dimostrò a se stesso e agli altri che non conosceva l’ambiente, il sito, la natura, il luogo dove si era insediato istintivamente, dimostrando che anche l’istinto, l’intuizione naturale insita nella specie umana per la sopravvivenza, è stata cancellata, assopita, annullata nel suo naturale senso di autodifesa, confermando che i modi contemporanei ci stanno allontanando dai veri modi naturali del vivere, modi che si tramandavano oralmente tra uomini e generazioni.



Loading...