Il turn-over degli abiti nell’armadio di una donna subisce andamenti variabili, spesso è più facile che entrino vestiti di cui si è fatta incetta in preda a shopping compulsivo, senza che nulla mai riesca ad uscire da quelle ante strabordanti, se non per invadere i vani dedicati al lui della coppia, che si ritrova segregato e “all’angolo”. Le più decise hanno moti di inscatolamento pro-beneficienza al cambio stagione, mentre per le metodiche ad ogni nuovo che entra un vecchio cede il posto. Comunque sia è stato calcolato che ciascuno di noi butta ogni anno in modo indifferenziato – e quindi non più riciclabile – all’incirca dai 3 chili e mezzo ai 5 chili di abiti (e in questo forse noi donne facciamo la parte di “un pollo e mezzo” ad alzar la media). Ma sempre in quanto a numeri (e ad ingegno) è anche vero che riciclando 20 bottiglie di plastica si da vita a un morbido pile.
Legger l’etichetta per conoscere i materiali di cui è composto il capo, ma anche esser consci, ad esempio, che la produzione di cotone occupa il 2,5% della produzione agricola mondiale, assorbendo il 25% degli insetticidi e l’11% del totale dei pesticidi usati in agricoltura, certo non può bastare a renderci consapevoli di quanto “l’abito faccia il monaco” dal punto di vista delle nostre convinzioni ambientaliste. A darci una mano ecco allora che anche quest’anno, com’è oramai tradizione, torna dal 30 marzo al 1° aprile alla Fiera Milano City Critical Fashion, la sezione dedicata alla moda etica e sostenibile all’interno della kermesse “Fa’ la cosa giusta”, giunta alla sua nona edizione, con oltre 70mila visitatori nel 2011, 750 espositori totali e 1.500 studenti partecipanti.
Nel gergo della moda, si dovrebbero forse chiamare le nuove linee. Tra le novità di quest’anno, le creazioni di cui parlare alla tre giorni di Critical Fashion non mancano. Come quelle di “La Tilde”: collane vintage realizzate con accessori maschili, cravatte e persino telefoni di modernariato. Oppure “Ethical Gold” della Gioielleria Belloni, il primo oro estratto senza utilizzo di sostanze chimiche nocive e sfruttamento del lavoro. Il progetto “Ricomincio da capo” di Caritas: donne italiane in cassa integrazione e donne rom che trasformano capi di seconda mano in bellissime creazioni sartoriali. Oppure “Free Shore”, marchio che realizza abiti appositamente disegnati per persone con disabilità: zip, bottoni supplementari e altri accorgimenti che permettono una migliore vestibilità anche a chi vive impedimenti fisici temporanei o permanenti, senza rinunciare a finiture accurate. E inoltre tutto un ricco calendario di incontri con stilisti, designer, addetti ai lavori e semplici appassionati di moda. Workshop inclusi. Per ricavare una busta della spesa da una vecchia camicia da uomo con “Reshirt Upcycle”, organizzato da ARTinFiera, oppure l’antica arte della tessitura con materiali di riciclo (e un buon tè) all’interno del Loom Café, a cura di Sibilla Potenza e Cartaelatte. Il laboratorio “Let’s Fold” per piccoli gioielli in metallo, oppure il corso di Omiyage proposto da Z’Atelier con cui creare graziose borsettine. Senza smettere di sferruzzare per le “Sciarpe dell’amicizia”, che saranno donate all’Unicef di Bologna, grazie al knit café “Uniti da un filo”.




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