La “città disobbediente”

Quando la “città regolata” non risponde alle esigenze dei cittadini Continua a leggere

Negli ultimi anni, sempre più di frequente, architetti ed urbanisti, nell’atto di progettare interventi ad ampio raggio sugli , si sforzano di non calarli dall’alto, di non imporli in modo coatto alla cittadinanza. Cercano, al contrario, di coinvolgere la comunità residente nel processo decisionale che sottende ad ogni azione di , per concordare e disegnare uno scenario di sviluppo condiviso che tenga conto anche dei bisogni, delle aspettative e dei desideri espressi da chi in quegli spazi urbani concretamente vive ed opera.  Per rendere più efficaci queste esperienze di “”, non di rado i progettisti si avvalgono della collaborazione dei sociologi, chiamati non soltanto ad avviare un dialogo produttivo con la comunità locale – depositaria di energie, potenzialità e competenze, oltre che di conoscenze dei problemi quotidiani del territorio, da cui non si può prescindere se si vogliono produrre politiche rispondenti ai bisogni reali – , ma anche a far luce sulle complesse trasformazioni che interessano la , prefigurando nuove forme dell’abitare e inedite modalità d’uso dello spazio urbano.

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In Italia, tuttavia, forse più che in altri Paesi, si registra ancora una certa resistenza, da parte di urbanisti e pianificatori, a consentire l’accesso di altri attori nel percorso progettuale. E, anche quando si realizza questa necessaria convergenza tra pianificazione urbanistica e sociologia, non sempre la “fantasia sociale” messa in campo dai progettisti e dagli stessi sociologi riesce effettivamente a raccogliere e ad interpretare in modo adeguato le richieste e le esigenze inespresse dei cittadini che saranno fruitori degli spazi progettati.

<p>una saracinesca utilizzata per lo scambio di messaggi</p>
 
 
 

 

È allora che emerge la “”! Una città silente, residuale, che rimodella e utilizza gli spazi in funzione dei propri bisogni insoddisfatti, anche a costo di violare le regole e stravolgere la destinazione d’uso di alcuni luoghi.

Avviene, così, che gli abitanti di un dato quartiere privatizzino spazi pubblici, trasformino e personalizzino edifici o porzioni di territorio progettati con tutt’altra finalità, si approprino di aree abbandonate o marginali, in maniera del tutto indipendente da quelle che erano in partenza le intenzioni progettuali di sociologi, architetti e urbanisti.

Negli interstizi della “”, in quelli che l’architetto ligure – sulla scorta delle teorie paesaggistiche di – ha definito “” (spazi indecisi, micro-aree residuali ed extra-architettoniche, parcheggi sottoutilizzati in alcune fasce orarie, strutture adibite a mercati solo in orari diurni, ecc.), affiorano i segni e le tracce di una città “altra” che disobbedisce alle regole, che non si cura di vincoli e norme prestabilite, che si auto-costruisce e determina autonomamente il proprio modo d’essere.

<p>Spazio pubblico privatizzato</p>

sociale (6 giugno)Parcheggio su marciapiede

 

 

 

 

 

 

 

La “città disobbediente” percepisce, infatti, lo spazio in modo differente da chi, come sociologi e progettisti, è in definitiva estraneo al contesto e, laddove individua luoghi o aree poco strutturati e dunque suscettibili alle più svariate rifunzionalizzazioni, se ne appropria senza troppi complimenti, per trasformarli, a seconda delle necessità, in luoghi di incontro, di aggregazione informale, di parcheggio, di comunicazione, di espressione artistica e così via. Il tutto con l’intento, più o meno consapevole, di dar voce a tutte quelle esigenze contingenti e quei bisogni disattesi, cui la “città regolata” non è capace di fornire una risposta adeguata e soddisfacente.

Tra queste due diverse città, c’è un ponte ancora tutto da costruire, perché la città futura sia quella voluta da tutti.

<p>i murales riscoprono la creatività</p>
i murales riscoprono la creatività
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