Ma cosa sono le barriere architettoniche? Il riferimento è a tutte quelle costruzioni e strutture, pubbliche o private, che impediscono, limitano o rendono difficoltosi gli spostamenti o la fruizione di servizi, sia per cittadini normodotati, sia, soprattutto, per persone con limitata capacità sensoriale o motoria. L’Italia sta dimostrando, specie negli ultimi anni, di avere a cuore questa tematica, e lo testimoniano gli investimenti che tutte le Regioni fanno in fase di pianificazione urbanistica in vari settori: nelle abitazioni, nei trasporti, nel lavoro, nell’istruzione e nel tempo libero (autobus con saliscendi e posti riservati per persone in carrozzella; scivoli nelle scuole, in molti edifici e sui marciapiedi; posti riservati per le proprie autovetture).
L’obiettivo, pertanto, è quello di migliorare la qualità della vita di questa categoria di persone, agendo su tre diversi livelli: accessibilità e fruizione degli spazi nel modo più sicuro e autonomo; visitabilità, intesa come accesso a spazi di relazione con idonee strutture igieniche; adattabilità, vale a dire la possibilità di modificare nel tempo e migliorare lo spazio costruito con costi limitati.
Nonostante questa sensibilità legislativa e operativa, il problema è ancora attuale, perché non tutte le strutture sono sufficientemente adeguate, e perché non tutti mostrano di possedere una matura responsabilità in questa direzione: così si vedono quotidianamente automobili parcheggiate sui posti dei disabili o davanti agli scivoli dei marciapiedi, oppure bidoni della spazzatura posizionati nelle zone limitrofe. Senza una costante sorveglianza delle forze dell’ordine. E perfino nella progettazione architettonica più lungimirante può capitare di “dimenticare” anche la più elementare forma di attenzione per i disabili, come il recente Ponte della Costituzione dell’architetto spagnolo Calatrava, costruito a Venezia sul Canal Grande: una costruzione tanto moderna che il primo progetto non aveva previsto alcun impianto che rendesse accessibile il ponte alle persone con ridotta capacità motoria.
Siamo, dunque, in presenza di un fenomeno ambientale strettamente legato a quello sociale, e per questo motivo più voci concordano nell’affermare che è necessario eliminare prima di tutto le barriere culturali, per poi agire su quelle architettoniche, per promuovere l’integrazione sociale parallelamente a quella ambientale. Prendere coscienza di essere membri di una comunità vasta ed eterogenea sotto ogni aspetto è compito delle istituzioni e dei media, ma al tempo stesso è necessario fare attenzione al rischio opposto, cioè «trasformare il disabile in oggetto mediatico per fare audience, invece di garantirgli, semplicemente, una vita dignitosa», come afferma Antonio Spinelli, Presidente Nazionale Federazione Italiana Weelchair Hockey.
Se la soluzione non può essere quella di abbattere un “muro”, la speranza dev’essere quella di avere i “mezzi” per superarlo.




Loading...
Efficace quest’articolo di Claudio Mastrodonato nel porre l’attenzione su un problema sociale dalla cui soluzione, purtroppo, siamo lontani ancora anni luce! Come ben puntualizza l’autore del pezzo, le barriere sono nella testa dei cosiddetti “abili”….sì, abili nell’ostacolare la libertà di movimento dei portatori di handicap! A riguardo occorre che ci impegniamo tutti, nel nostro piccolo ambito quotidiano, a rendere normale la vita dei disabili che ne hanno tutto il sacrosanto diritto! Grazie Claudio per averci fatto riflettere meglio.