Il sacco del pianeta

Contro la malagestione del mondo naturale. Per Collier, l’“utilitarismo” è un fine nobile, che merita rinunce, con uno sguardo al futuro. Così, dal matrimonio tra economisti e ambientalisti, nasce ciò che è utile per il Pianeta.

 

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“Saccheggio – spiega lo stesso autore in un passaggio del volume – è un termine che possiede una forte carica emotiva, evoca immagini di soldataglia e di violenza. Ma il saccheggio è di base un concetto economico, l’abrogazione dei diritti di proprietà.” Al di là del furto, anche dietro “congruo” pagamento non saranno comunque gradite a molti le conclusioni di , economista di spicco, chiamato da Stiglitz al Centro Studi della Banca Mondiale e direttore del Centro studi di Economia Africana all’Università di Oxford. Propugna convinto la vendita dei diritti di emissione di da parte dei paesi poveri nei confronti di quelli ricchi. Ed è contrario al divieto europeo agli , tanto quanto agli incentivi americani ai biocarburanti.

Certo il saggio si presta ad analizzare con puntuale meticolosità il “bene ” come risorsa, una risorsa esauribile, spendibile… Affronta la sfida ad un corretto sfruttamento del Pianeta: “natura + tecnologia + regole = prosperità” (di contro, senza regole, uguale saccheggio). Si spende per “ristabilire l’ordine ambientale e sradicare la povertà globale”, ponendosi come giunzione tra “mercenari di una cultura dell’avidità e promotori di un benessere insostenibile”. Insomma, “cerca la massima felicità per il maggior numero”, alias l’utilitarismo.

Così facendo, si preoccupa ad esempio delle generazioni future di brasiliani: dovrebbero pensarci gli attuali elettori brasiliani, che permettono la compromissione di un bene come la foresta pluviale senza lasciar in eredità un “bene equivalente”, solo per rimpinguare le casse nell’oggi. Predica una governance efficiente ed eletta senza brogli per un’accurata gestione politica delle risorse nazionali. Addirittura, tra un cenno ai problemi nella ricerca e la proposta finanziamenti pubblici alle prospezioni, divide in quadranti il Pianeta per render più percettibile la suddivisione dei beni del sottosuolo tra: Paesi ricchi Ocse; Russia e Cina; India e Brasile; e infine “l’ultimo miliardo” cioè i paesi poveri, che hanno “un’immensa opporturnità”, scrive. E ancora, tra lotta alla corruzione e dilemmi fiscali, propugna la gestione governativa delle attività estrattive. Come in Norvegia, dove “si vendono i gioielli di famiglia” con una forte attenzione alle generazioni future, tanto da vincolare in un fondo pubblico i redditi prodotti dai beni naturali. Invoca la necessità di incrementare gli investimenti interni. E tratta di beni rinnovabili ed inesauribili, di esternalità e passività naturali, per giungere all’idea di un accordo globale sul cap and trade (sistema di limitazione e scambio delle quote di emissioni) “risarcendo i nostri discendenti del caldo che lasceremo loro in eredità con altri beni”.

Perchè, come recita sin dalla copertina l’assunto del libro: “Gli ambientalisti hanno ragione quando sostengono che le responsabilità di ogni generazione nei confronti dei beni naturali sono diverse da quelle che riguardano altri beni. Ma gli economisti non hanno torto se dicono che la natura è un bene e, come tale, va utilizzato a vantaggio dell’umanità”. Ma chi è contrario a vendere ossigeno, per comprare anidride, storcerà comunque il naso!

Paul Collier, Il sacco del Pianeta, Laterza, 2012, pp. 285, euro 19,00.

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