Paolo Rabitti è stato consulente tecnico delle Procure in alcuni dei casi più delicati di inquinamento ambientale del Paese, dai rifiuti in Campania (suo anche il saggio Ecoballe per Aliberti) al petrolchimico di Marghera (Cronache dalla chimica per Cuen). Ora, come preannuncia il sottotitolo di questo nuovo saggio, edito in Serie Bianca da Feltrinelli in aprile 2012, è “un supertecnico indipendente che indaga su Seveso e la sua eredità di bugie”. Così facendo ci porta con lui in pagine e pagine che si fanno, per Salvatore Settis, prefatore del volume, “un romanzo di formazione, il reportage di un’indagine minuziosa, la denuncia di un delitto, un manifesto di legalità e passione civile”. Pagine che prendono il via da due righe, la dichiarazione di un anziano operaio ad un comizio a Mantova nel 2002, «Caro sindaco, prima di morire devo dirlo a qualcuno: nell’inceneritore abbiamo smaltito la roba di Seveso». E a quelle parole tornano, dopo analitiche dissertazioni, per il disvelamento del giallo.
Di qui i dati delle ricerche epidemiologiche e l’abnorme presenza di sarcomi in zona industriale nel mantovano. Il nesso causa-effetto con la diossina e invece le accuse di allarmismo. Silenzi e reticenze, la scelta di un quieto vivere che è seppellire tanto il veleno quanto la verità. E, la pista, quella che parte da Mantova e si intreccia a Seveso, dove nel 1976 una nube di gas tossico esplose da un reattore chimico diffondendosi nell’ambiente e avvelenandolo (200 grammi di diossina disseminata sul terreno, come dice il Senato, oppure i 34 chili appurati dall’Istituto Superiore di Sanità?). La saga dei bidoni scomparsi, quarantuno barili che raccolsero i rifiuti tossici, i cui viaggi si perdono in ipotesi tra Francia e Germania, e che ora seguiamo con Rabitti tra ritagli di giornali e testimonianze raccolte, e poi di nuovo – dopo studi scientifici e dati – il viaggio di ritorno verso Mantova, da cui eravamo partiti. Il ritorno all’inceneritore per rifiuti industriali Montedison, entrato in funzione nel 1975. E il crescere di un dubbio, di un legame, di un nesso. La moglie di Rabitti, Gloria, che da medico lavora proprio in quelle zone industriali del mantovano negli anni ’80 e che vuole spiegarsi il perchè di quei tanti tumori. Quei sarcomi, che appunto a Mantova, si scrive abbiano un’incidenza tripla rispetto a Seveso. E quindi quella che l’autore chiama un’impronta digitale: “non c’è bisogno di essere esperti di chimica del cloro per rendersi conto che le due impronte di diossine e furani trovate nel sangue degli abitanti di Seveso e di Mantova sono praticamente uguali”.
Basta allora, di volare per la nebbia e l’aria lurida (cita Shakespeare, Rabitti). “Perchè indignarsi non basta – come concludeva Settis nell’incipit al libro – bisogna spiegare le ragioni della nostra indignazione, combattere contro chi vuole calpestare il bene comune, coinvolgere gli altri cittadini in questa battaglia”.
Paolo Rabitti, Diossina – La verità nascosta, Feltrinelli, pp. 291, euro 16,00.


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