Progetti di ambiente
Circuito delle biomasse: dalla culla alla tomba

Stavolta, più che parlare di iniziative sul territorio andate a buon fine, parliamo di un progetto che sta scatenando forti resistenze nella sesta provincia. Sul banco degli accusati le centrali a biomasse

Continua la battaglia contro gli impianti a nella sesta provincia pugliese; ed è una battaglia tanto agguerrita che haportato alla nascita, lo scorso 13 aprile, del coordinamento No Biomasse e Inceneritori provinciale con lo scopo di «radicare la battaglia su questi temi nelle singole realtà interessate da questi provvedimenti – ha detto , referente del coordinamento per San Ferdinando – sollecitando gli amministratori che appoggiano questi impianti».

<p>Ruggero Isernia</p>

Ruggero Isernia

Oltre a , città prescelta dalla spa per il progetto di una centrale a biomasse liquide da 37 MW (poi sospeso dal sindaco Maffei), anche Andria, Trani, Canosa, San Ferdinando, Trinitapoli e Bisceglie sono le altre città nel mirino di impianti a biomasse o inceneritori. Il fronte del no si radica così in un nuovo coordinamento che impegna tutta la sesta provincia pugliese. E’ lecito domandarsi perché. Quale sarebbe infatti la reale incidenza sull’ambiente di questo tipo di centrali? Stando al progetto della centrale da 37 MW in via Foggia a Barletta, presentato dalla Tre Tozzi Renewable Energy Spa, questo comporterebbe, secondo il coordinamento No alla centrale a biomasse e inceneritori, notevoli incombenze negative.

«Basti pensare – dice Riccardo La Rosa, referente di Andria del nuovo coordinamento provinciale – che una centrale da 1 MW inquina quanto 20 automobili accese 24 ore al giorno. Si capisce subito – chiosa La Rosa – quanto possa inquinare una centrale della potenza di 37 MW come quella che si vorrebbe impiantare a Barletta». A destare preoccupazione, poi, l’approvvigionamento degli necessari ad alimentare una centrale a biomasse liquide che, stando alle valutazioni fatte dal coordinamento, comporterebbe un alto impatto ambientale. Si tratta di olio di , una pianta presente in Madagascar o Senegal da trasportare in Italia via mare e via terra, con notevoli incidenze negative per l’ingente utilizzo di petrolio.

«Il bilancio sarebbe del tutto negativo – spiega il dott. Dino Leonetti, medico e membro del coordinamento Andria città sana -. Bisogna infatti considerare diversi fattori avversi: dalla distruzione di habitat nei paesi di origine, al trasporto via nave e via terra degli oli con conseguenze inevitabili sull’inquinamento, sino alle immissioni di ceneri o micro polveri in atmosfera che gli impianti stessi comporterebbero». La centrale necessiterebbe infatti di 28mila tonnellate di olio l’anno che, oltre a richiedere specifiche tecniche agricole per la coltivazione e processi industriali per l’estrazione, comporterebbe lunghi trasporti marittimi e, dunque, enormi quantità di petrolio. Non rinnovabile. Considerando poi il trasporto dell’olio vegetale su mezzi pesanti, dal porto sino a Barletta, questo si tradurrebbe in circa 6mila corse tra andata e ritorno nell’arco di un anno. Si aggirerebbe intorno alle 38 tonnellate l’emissione di polveri sottili, 92 tonnellate di ossido d’azoto e 108 tonnellate di monossido di carbonio.

<p>Alessadro Zagaria </p>

Alessadro Zagaria

«Le centrali – afferma infatti del coordinamento No biomasse e inceneritori di Barletta – non producono , ma il problema risiede nel fatto che il trasporto di questi oli comporta la combustione di petrolio e, dunque, produzione di ».Il problema probabilmente risiede nella necessità o meno di installare questi impianti in un territorio già pronto a produrre energia da altre fonti rinnovabili. «Dovremmo cercare di tenere presente la filiera corta – dice  Leonetti – utilizzando le risorse di questo territorio, evitando che questo diventi terra di conquista da parte di imprenditori mossi solo da motivi economici. Questi impianti – riferisce ancora il dott. Leonetti – sarebbero solo un aerosol obbligatorio di sostanze tossiche per i cittadini». Ma, nel caso di Barletta, sebbene la Tre Tozzi spa abbia stipulato un contratto col governo del Madagascar per la fornitura di olio di jatropha, l’ing. Palmieri, responsabile del progetto, non ha negato la possibilità di reperire risorse anche in loco. Resta ferma tuttavia la posizione del nuovo coordinamento provinciale No Biomasse e Inceneritori. «Anche se volessero approvvigionarsi qui di questi oli – spiega infatti il dott. Leonetti – non si trarrebbe alcun vantaggio. Trasformando per esempio in colza l’agro di questo territorio, la situazione non migliorerebbe perché la quantità generata non sarebbe comunque sufficiente a produrre biocarburante che serve all’impianto». Un comitato tecnico scientifico e giuridico costituito ad hoc a supporto del neonato coordinamento per studiare questi impianti, rappresenta, poi, un segno chiaro dell’impegno di quanti continuano a denunciarne la pericolosità sotto il profilo ambientale.

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