Tra il 1963 e il 1973, in contrapposizione alle correnti del Razionalismo e del Funzionalismo, percepite come causa di disumanizzazione degli spazi della città, si sviluppa in Europa – tra Londra e Firenze, tra Milano e Torino – una vera e propria ricerca architettonica d’avanguardia, che propone tematiche nuove legate all’utopico, al fantascientifico e all’irrazionale. “Architettura Radicale”: è così che, agli inizi degli anni Settanta, Germano Celant definisce questo nuovo fenomeno architettonico, nell’intento di racchiudere sotto un’etichetta comune i poliedrici atteggiamenti dei promotori di quest’avanguardia, alla ricerca di linguaggi inediti per esprimere la propria contemporaneità e liberarsi dall’eredità del Movimento Moderno. A distanza di oltre quarant’anni, l’Architettura Radicale Italiana, quest’avanguardia spesso dimenticata dalla storiografia ufficiale, torna a far parlare di sé con una grande mostra-evento organizzata dall’Ordine degli Architetti di Torino (OAT), in partnership con il Florence Institute of Design International. La mostra e visitabile fino al 30 giugno prossimo nelle sale dell’Archivio di Stato di Torino. “Radical City”, questo il nome della mostra torinese a cura di Emanuele Piccardo, è inserita nell’ambito del Festival Architettura in Città, di cui rappresenta l’evento centrale.
Riflettori puntati sulla città: dallo spazio pubblico della piazza alle possibilità espressive della discoteca – Al centro dell’esposizione è il tema della città, come luogo di rappresentazione e sperimentazione delle teorie e delle proposte dei radicals. Quattro le sezioni in cui viene ricostruita la storia dell’Architettura Radicale Italiana:
- Il contesto. Il percorso di riscoperta dell’Avanguardia Radicale prende le mosse dalla ricostruzione del contesto politico e culturale in cui si inseriscono le sperimentazioni degli architetti radicali: dalle rivolte studentesche agli scioperi di fabbrica, dalla rivoluzione sessuale alla nascita di nuovi movimenti artistici come la Pop Art e il Postmodernismo. Sono questi gli elementi che hanno contribuito a determinare il sottofondo culturale nel quale è nata l’avventura radicale, qui rievocati attraverso un atlante visivo di immagini iconiche del tempo.
- La teoria. L’utopia della “città radicale” trova espressione nelle teorie e nelle proposte progettuali di numerosi gruppi di architetti, attivamente impegnati nell’action-planning e nello sviluppo urbano, quali ambiti privilegiati in cui sperimentare l’irrazionale e il fantascientifico. È in questa direzione che si pongono, ad esempio, progetti teorici come quello del “Monumento Continuo” dei Superstudio e la “No Stop City” degli Archizoom o, ancora, la “Città Lineare” degli Zziggurat e la “Mediatory City” di Pietro Derossi e del gruppo degli Strum.
- La piazza. È nello spazio pubblico che si svolgono le proteste studentesche e gli scioperi degli operai, che trova espressione la nuova cultura di massa degli anni Sessanta; ecco perché la piazza diventa per gli architetti radicali spazio privilegiato di confronto e di sperimentazione artistica. I radicals occupano lo spazio pubblico con performance, happening e installazioni, come nel caso del progetto “Campo Urbano”, organizzato da Luciano Caramel a Como nel 1969. Tra le opere di questa sezione, degne di nota quelle di UFO, di Ugo La Pietra e del gruppo 9999.
- La discoteca. Accanto alla piazza c’è, però, anche un altro spazio che offre agli architetti radicali la possibilità di esprimere con grande forza espressiva il proprio concetto di modernità: si tratta della discoteca. A Firenze i Superstudio realizzano il Mach2. Nel 1969 gli architetti di 9999 progettano la discoteca più nota del capoluogo toscano, lo Space Electronic, mentre a Milano Ugo La Pietra realizza la boutique Altre Cose con l’annessa discoteca Bang Bang. Ma è il Piper di Torino, progettato e gestito da Pietro Derossi nel 1966, che diventa il simbolo delle sperimentazioni dei radicals nel campo dell’entertainment, oltre che spazio privilegiato di espressione ed irraggiamento dell’Arte Povera.
La mostra torinese rappresenta, dunque, un’occasione imperdibile per riscrivere una pagina importante dell’architettura italiana, per riscoprire e mettere a fuoco un fenomeno artistico, politico e culturale che ha condizionato in modo decisivo la storia dell’architettura italiana e internazionale nel silenzio della storiografia ufficiale e che rappresenta ancora oggi un tesoro prezioso da scoprire e valorizzare.
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