Nucleare: un (vecchio) futuro. Le repliche al Ministro Pichetto

Il disegno di legge delega in materia di energia nucleare sostenibile, predisposto dal Mase, è stato approvato e ora si ricomincerà a scrivere una storia italiana mai germogliata completamente del nucleare

 

Ritorno al nucleare non è come il ritorno al futuro, anche se ha dentro lo stesso paradosso: è una contraddizione logica legata ai viaggi nel passato. Perché con il nucleare si ritorna al passato, nonostante il Governo assicuri che ci sarà una tecnologia avanzata e complementare alle fonti rinnovabili.

Ma ora la notizia è che ieri il Senato della Repubblica, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni, ha approvato definitivamente il disegno di legge n. 1924 recante la Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, già approvato dalla Camera dei deputati. Secondo gli scenari del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, un eventuale ingresso del nuovo nucleare potrebbe avvenire intorno al 2035. Al 2050 si ipotizza una capacità compresa tra 8 e 16 gigawatt, da integrare con rinnovabili, accumuli e reti per garantire energia e stabilità al sistema.

le centrali nucleari esistenti in Italia a fine anni ’80

Ma è importante sottolineare che si tratta di una previsione politica e programmatica, non di una scadenza fissata dalla legge. Da qui si deve ricominciare a riscrivere la storia del nucleare in Italia che nasce nel secondo dopoguerra, in un contesto di ricostruzione economica e di ricerca di nuove fonti energetiche, perché i vecchi referendum non pongono un vincolo. Elettrificazione dei consumi, industria, mobilità elettrica e soprattutto l’espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale stanno modificando le prospettive della domanda mondiale di elettricità. La IEA (International Energy Agency ) considera proprio questa crescita uno dei fattori che stanno riportando il nucleare all’attenzione dei governi e degli investitori.

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Breve storia del capitolo nucleare italiano: dove ci eravamo fermati?

Fin dall’inizio, tuttavia, lo sviluppo del programma nucleare italiano è stato segnato da scelte politiche controverse, assetti istituzionali in evoluzione e mutamenti nel quadro internazionale. Un forte impulso verso il nucleare si ebbe a inizio degli anni ’70 a causa del repentino aumento dei prezzi di importazione dei prodotti petroliferi dovuti alla questione arabo-israeliana. A segnare l’inizio del declino del nucleare in Italia furono due gravissimi eventi. Il 28 marzo 1979 avvenne l’incidente di Three Miles Island: la fusione parziale del nocciolo dell’omonima centrale nucleare, in Pennsylvania. Nonostante non ci siano state vittime e feriti, piccole quantità di gas radioattivo si dispersero nell’ambiente. Fu per il nucleare pessima pubblicità in molte nazioni del mondo. In Italia, la popolazione locale già stava protestando contro la costruzione della centrale di Montalto, che sarebbe iniziata nel 1982.

Il 26 aprile 1986 si verificò il disastro di Chernobyl. L’effetto negativo sull’opinione verso il nucleare fu devastante.

il famoso referendum sul Nucleare del 1987

Il mese successivo 200 mila persone si radunarono a Roma per manifestare. Dopo quasi 40 anni dai referendum del 1987, quando nel nostro Paese si contavano quattro centrali elettronucleari e gli italiani vennero chiamati ad esprimersi, sebbene non fosse esplicitamente richiesta, la dismissione delle centrali nucleari fu la conseguenza naturale che seguì il referendum. Tra il 1987 e il 1990 le centrali rimaste attive furono fermate definitivamente. I lavori avviati per la centrale di Montalto vennero invece riconvertiti per la realizzazione della centrale a policombustibile Alessandro Volta. Nel 1999 la Società Gestione Impianti Nucleari (SOGIN) acquistò la proprietà delle quattro ex-centrali, col compito di occuparsi del decommissioning.

Fu il tramonto della produzione elettronucleare italiana.

Questo disegno di Legge dice che le centrali non fanno più paura?

Sicuramente per il momento il disegno di Legge non autorizza la costruzione di una centrale, ma definisce il quadro giuridico entro il quale saranno valutati in futuro singoli progetti e tecnologie. Il Governo ha tempo dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, per adottare i decreti attuativi e  entro 24 mesi per eventuali correttivi che disciplineranno l’intero ciclo del nucleare: dalla scelta e localizzazione degli impianti alla costruzione, dalla sicurezza alla gestione del combustibile e delle scorie, fino allo smantellamento. Non saranno centrali come quelle chiuse a fine Anni 80, ma reattori piccoli, quindi Small modular reactor (Smr), Advanced modular reactor (Amr) e microreattori.

Di quale nucleare stiamo parlando? È probabilmente questo il punto più importante per comprendere il significato del provvedimento perché quando oggi si parla di un ritorno italiano al nucleare non si può semplicemente immaginare la riproposizione delle centrali costruite nella seconda metà del Novecento. Perchè occorre evitare di trasformare una prospettiva tecnologica in una realtà industriale già consolidata, non necessariamente giganteschi impianti unici, ma reattori di dimensioni inferiori, con una maggiore standardizzazione e una parte crescente dei componenti realizzata industrialmente e successivamente assemblata nel sito. L’obiettivo è trasferire al nucleare alcuni principi propri della produzione industrializzata: serialità, standardizzazione, modularità e maggiore controllo dei tempi di realizzazione. La modularità, quindi, rappresenta una delle principali promesse del nuovo nucleare, ma la sua capacità di ridurre realmente costi e tempi dovrà essere verificata attraverso una diffusione industriale su scala molto maggiore.

Immediata la reazione delle associazioni: “Il nucleare sostenibile attualmente non esiste”

“Una legge delega che già dal titolo fa promesse irrealizzabili: il nucleare sostenibile, infatti, attualmente non esiste, anzi il titolo colpevolmente svuota di significato l’aggettivo sostenibile” questa la reazione di Greenpeace Italia, Legambiente, WWF Italia, Kyoto Club.

Da tempo le associazioni si sono già espresse contro un potenziale ritorno in campo del nucleare in Italia

“Il nucleare disponibile oggi è pressoché lo stesso disponibile 15 anni fa, quando venne bocciato (per la seconda volta) in un plebiscitario referendum popolare. Tra l’altro, il testo richiama la neutralità tecnologica all’interno delle tecnologie nucleari, una ulteriore mostruosità che lascia campo libero all’esecutivo e conferma come i richiami ai reattori modulari, oggi non disponibili commercialmente, siano solo un artificio retorico per far passare l’idea che “piccolo è più pulito”, quando tutte le analisi tecniche dicono esattamente il contrario: i piccoli reattori moltiplicano problemi (compresa produzione delle scorie) e costi, nonché i problemi di sicurezza. Il nucleare non risolve nessuno dei tanti problemi che oggi l’Italia ha di fronte, nel mezzo della seconda crisi energetica negli ultimi 4 anni”. 

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Le associazioni elencano poi quello che non risolve questo disegno di Legge: “Non assicura la rapida disponibilità di energia, visto che qualsiasi piano nucleare vedrebbe comunque tempi lunghi, come minimo 15 anni (come dimostra ad esempio esperienza francese di Flamanville), non assicura l’indipendenza energetica, visto che dipende da un combustibile (uranio) disponibile soprattutto in Paesi molto problematici (a iniziare dalla Russia, che ha la leadership mondiale)“; “non assicura la sicurezza né per l’ambiente né per le persone, sia per la necessità di gestire le scorie che per la possibilità, purtroppo confermata più volte, di incidenti dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche. Rispetto a 15 anni fa un elemento è cambiato, la situazione geopolitica: certamente oggi, ancor più di ieri, dotarsi di potenziali e rischiosissimi obiettivi sensibili disseminati sul territorio non appare affatto saggio.“.

Rispetto alla “velocità” che il Ministro Pichetto promette nell’emanazione di provvedimenti delegati, dal momento che il settore è azzerato dal 1987, le associazioni puntualizzano che: “lo stesso ministro non riesce ad assicurare l’utilizzo delle fonti rinnovabili sul territorio e che addirittura ha tagliato i fondi per i porti che servono all’eolico offshore. Se sul nucleare andasse veloce, sarebbe piuttosto sospetto, specie sapendo che solo un sistema basato su fonti rinnovabili, accumuli, efficienza energetica ed elettrificazione garantisce davvero indipendenza e sicurezza energetica”.

Allarme scorie nucleari

Permane il rischio che che molti territori possano diventare siti di deposito delle scorie nucleari

Nel DDL si riprende ex novo la gestione delle scorie derivanti dalle centrali nucleari chiuse nel 1987, dal momento che sono anni che si sarebbe dovuto decidere dove stoccarle e non è stato fatto, pur avendo impegnato enormi risorse e avviato molti percorsi. Una parte dei decreti dovrà definire lo stoccaggio dei rifiuti ad alta attività e il deposito per quelli a bassa e media intensità, insieme alle procedure per individuare i siti. Nei materiali viene indicata anche la possibilità di ricorrere a candidature volontarie di Comuni e consorzi locali per ospitare impianti e infrastrutture collegate.

Nuovo titolo, stessi problemi: un triste ritorno al (vecchio) futuro.

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