Maschere di carnevale tra arte, design e riciclo – FOTO

Alcune maschere di Alfio Cangiani esposte a Bari fino al 17 febbraio

Perizia artistica e artigianale unite all ricerca sui materiali di scarto che diventano oggetti d’arte: Alfio Cangiani si racconta e racconta il suo percorso umano e professionale nel segno dell’attenzione a quello che coinsideriamo scarto. Le sue maschere in mostra a Bari presso lo showroom Fanelli

 

Si conclude martedì 17 febbraio – e non poteva essere diversamente, dato che è Martedì Grasso – una mostra particolare nel suo genere, che si tiene nello showroom della tappezzeria Fanelli a Poggiofranco. Facce di pezza è il suo titolo, e in esposizione sono le maschere in tessuto realizzate da Alfio Cangiani. La mostra è l’evento conclusivo del Progetto ‘Re/Design e Orizzonti tessili’, fatto di 6 attività ospitate da quella che è una delle più antiche tappezzerie di Bari con una storia di quasi un secolo, e rientra nelle iniziative messe in atto dalle attività commerciali che hanno risposto all’avviso pubblico “Un negozio non è solo un negozio” promosso dal Comune di Bari, che così si è fatto carico di rilanciare le attività di prossimità. Le otto opere esposte, che si muovono tra design e arte, hanno la caratteristica di essere il risultato del lavoro su materiali di scarto come tessuti di recupero e cartone. Non è una novità per Cangiani, l’autore delle opere, che ha fatto della “nobilitazione” dello scarto, del rifiuto, la sua attività.

Classe 1960, barese di nascita ma ormai cittadino di Casamassima, presidente dell’associazione di promozione sociale MentiCreattive, Alfio Cangiani è un personaggio poliedrico che riserva molte sorprese, a partire dalla sua formazione: dalla laurea in giurisprudenza passa all’ecodesign e alle attività socioeducative ispirate ai concetti di riuso e riciclo, ma sempre  nel segno dell’inclusione. Ambient&Ambienti lo ha incontrato.

Cangiani: “I miei maestri mio nonno e Riccardo Dalisi”

Cangiani, è una folgorazione come quella di San Paolo sulla via di Damasco o un’inclinazione questo passaggio dagli studi giuridici all’ecodesign?

Alfio Cangiani

E’ un cambiamento che dipende dalle mie reali inclinazioni e da un interesse che ho sempre coltivato: se veramente quello che vuoi fare è un’altra cosa la devi fare e non puoi farne a meno, almeno così è stato per me.

Come ha cominciato?

Le prime esperienze nascono dal dover fare di necessità virtù, nel senso che non potendo acquistare molti materiali impegnativi per le mie creazioni, mi sono “sporcato le mani” con materiali diversi, e continuo a farlo. Ho imparato a lavorare, a usare le attrezzature, e questo in qualche modo mi ha anche aiutato quando, dall’ essere un’inclinazione è diventata anche una professione.

Cioè?

Io mi occupo sia di design industriale, quindi progetto su commissione delle aziende ma tentando di orientarle verso quella che ultimamente è definita transizione ecologica, un percorso ormai obbligatorio e che comunque è molto più lungo di quanto non si pensi. Sono però anche un designer autoproduttore, nel senso che molte delle mie ricerche non vengono fatte per conto delle aziende ma in maniera autonoma e quindi produco collezioni di oggetti che io stesso realizzo nel mio laboratorio o faccio realizzare. In questo posso contare sulla collaborazione  di molti amici e colleghi artigiani e designers e anche su una serie di aziende. molte delle quali sono quelle per cui disegno.

Ha avuto dei maestri o degli esempi da seguire nel suo percorso prfessionale?

 Io ho avuto l’onore di essere allievo del grande architetto e designer Riccardo Dalisi che è stato soprattutto un pioniere in senso assoluto dell’inclusione sociale e della rigenerazione urbana e umana. Ma prima ancora ho ereditato da mio nonno, che era un creatore anche lui, una manualità e una ragionevole inventiva.

“Dietro le maschere ci sono delle personalità”

 Parliamo della mostra “Facce di pezza” In questa mostra viene utilizzato materiale di scarto per realizzare delle maschere.

Le opere esposte sono maschere e non solo, nel senso che sono partito dalla connessione con il tessuto, che è la materia prima del negozio dove espongo, ma non volevo fare le classiche maschere della tradizione. Quindi, come sempre, sono partito dal recupero dei materiali perchè non mi interessa lavorare con materiali preziosi, se gli oggetti hanno qualcosa da dire parlano comunque, indipendentemente dal fatto che siano intrinsecamente preziosi per i materiali usati.

Quanto al tema della mostra, ho voluto indagare sulle differenze fra maschera e volto, ipotizzando un rapporto che andasse oltre il semplice ‘ornamento’ carnascialesco. In questo caso, più che semplici maschere, sono ipotetiche personalità, perché la maschera può occultare o suggerire delle identità che vorremmo ma non possiamo avere. Inoltre la maschera entra nell’interazione col corpo in maniera più intensa, quindi col tatuaggio, col piercing, con tutte le relazioni più o meno cruente che da sempre accompagnano la relazione di noi stessi col nostro corpo e con quello degli altri.

Contro la cultura dello scarto, spazio all’inclusione

Tra le esperienze e i laboratori che lei ha animato negli anni, ce n’è qualcuno in particolare che le ha insegnato qualcosa?

In realtà in ognuno dei laboratori in cui sono stato impegnato, molto spesso sono più io a imparare di quello che posso insegnare, perché è la relazione con gli altri esseri umani che arricchisce, quindi  al di là di quello che posso trasferire  come competenze, è il rapporto che si crea a produrre risultati Sono legato in particolare ai laboratori di tipo inclusivo, perché sono convinto che così come siamo colpiti da un problema mondiale che è quello degli scarti, dei rifiuti, molto spesso anche tutto ciò che è divergente – il difetto fisico, il limite mentale, la differenza di mobilità – e che, come ho verificato, è un’opportunità, viene considerato come deviazione. Quindi molto spesso le persone “diverse”, in qualunque modo vengono considerate di “seconda scelta” e quindi anche loro diventano degli scarti. Il mio desiderio è quello, invece, di   dare valore e cercare di dimostrare in maniera un po’ donchisciottesca, me ne rendo conto, che gli scarti non esistono, che i rifiuti non esistono, ma che sono solo “errori” di progettazione. Oltre a salvare i rifiuti di produzione, cerco di salvare o recuperare, per quanto è possibile, quelli che sono considerati rifiuto umani dalla società.

Secondo lei quanto è cresciuta la sensibilità verso i concetti e le pratiche del riciclo e della rigenerazione?

Una maschera di Alfio Cangiani esposta a Bari fino al 17 febbraio

Rispetto a 20 anni fa, quando bisognava spiegare da zero che cosa fossero l’ecologia, il riuso e il riciclo, ovviamente, la sensibilità è molto cresciuta, e credo sia facilmente avvertibile anche se non ancora abbastanza. Credo però che si debbano incentivare due aspetti: il primo è la sensibilizzazione dei più giovani, soprattutto dei bambini, che sono i più recettivi da questo punto di vista. Il secondo è una sorta di educazione, per quello che è possibile, anche degli adulti. In realtà il primo bypassa il secondo, perché i bambini in qualche senso “impongono” alle loro famiglie il concetto di riutilizzo. I bambini rappresentano un grosso elemento di cambiamento.

“Un libro che non è un libro”

Cosa c’è in programma per il futuro?

Tra le tante cose ho in programma,  una mostra a Milano che probabilmente ingloberà la barese “Facce di pezza”. Nel frattempo mi sono preso anche il lusso di scrivere un libro che, come avrebbe detto Magritte, non è un libro.

Cioè?

 È un libro di poesie dal titolo Assorbire il silenzio,  ma al tempo stesso è una mini-installazione artistica che presenteremo il 22 febbraio a Bari nella galleria Museonuovaera.  Insieme al poeta Vittorino Curci parleremo di questo libro che è un oggetto insolito, il primo libro in assoluto che si può appendere al muro e che nessuna casa editrice, tipografia o stamperia avrebbe potuto stampare.

Quindi un libro che diventa un’opera d’arte

Alfio Cangiani,l “Chaise longue con poggiapiedi”, 2014

Certo, sempre nella logica che in un periodo come questo in cui la gente acquista i libri, li legge e poi li butta via, per me verba manent più che verba volant. Cerco da tanto tempo di dimostrare che le parole sono importanti, come ha già detto anni fa Nanni Moretti, ma soprattutto che le parole restano, non sono così volatili  e superficiali come ci vogliono far credere.

Altri progetti?

Sto lavorando anche ad altri progetti che riguardano l’inclusione, la moda sostenibile, l’ecodesign e l’ecologia in senso ampio, ma senza mai dimenticare la possibilità di offrire una seconda chance a chi purtroppo non ha potuto giocarsi la prima.

Vorrei, infine, in grande umiltà suggerire un’attività che si sta perdendo e che è quella di ascoltare. Se proviamo ad ascoltare gli altri abbiamo spesso delle sorprese inaspettate, e comunque spostare l’attenzione da noi stessi a qualcos’altro, meglio ancora qualcun altro, ci aiuta a crescere, almeno per me è stato così. Mi rendo conto che sto dicendo una cosa molto difficile, ma l’importante è cominciare a seminare. Non è necessario avere la presunzione di vedere le sequoie, l’importante è piantarle.

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