Le aree protette sono a rischio, secondo uno studio su Nature

La sede mondiale dell’IUCN

Un passo fondamentale che comporta un aumento dei finanziamenti e l’impegno dei politici è urgente per garantire la conservazione delle aree protette e perché queste possano continuare a esprimere appieno il potenziale sociale ed economico. L’articolo è stato pubblicato nei giorni scorsi da su Nature da esperti della Wildlife Conservation Society, l’Università di Queensland, e la Commissione Mondiale IUCN (International Union for the Conservation of Nature), sulle aree protette (WCPA).

L’argomento è all’ordine del giorno del World Parks Congress 2014 che si tiene in questi giorni a Sydney, in Australia. Secondo James Watson della Wildlife Conservation Society e The University of Queensland e autore principale dello studio, per salvare la biodiversità basterebbe il 2,5% della spesa militare globale. Con una cifra tra i 45 e i 76 miliardi di dollari l’anno si riuscirebbe, infatti, a gestire bene le oltre 150mila aree protette, tutelando la natura e garantendo il sostentamento delle comunità locali, oltre a spingere le economie nazionali attraverso il turismo.

Molte specie minacciate, come l’elefante asiatico, la tigre, e tutte le specie di rinoceronte, oltre a numerose piante, rettili e anfibi, pesci

Molte specie minacciate, come l’elefante asiatico, la tigre, e tutte le specie di rinoceronte, oltre a numerose piante, rettili e anfibi, sopravvivono grazie alle aree protette. Al momento queste coprono il 12,5% delle terre emerse e il 3% degli oceani. La Convenzione sulla diversità biologica ha fissato come obiettivo per il 2020 il raggiungimento del 17% dei territori e del 10% dei mari. Per rispettare il target, spiegano gli esperti, i governi dovrebbero mantenere gli impegni economici presi a livello internazionale. L’orientamento invece, favorito dalla crisi, è quello di tagliare.

«La chiave – spiega, invece, la direttrice generale dello IUCN Julia Marton-Lefèvre – è che le nazioni riconoscano il ritorno d’investimento offerto dalle aree protette e si rendano conto che quei luoghi sono fondamentali per il futuro della vita sulla terra».

Con una cifra tra i 45 e i 76 miliardi di dollari l’anno si riuscirebbe, infatti, a gestire bene le oltre 150mila aree protette

Una recente analisi globale ha documentato 543 casi in cui le aree protette hanno visto il loro stato declassato, oppure soppresso. Per esempio, i recenti tagli al bilancio dei parchi canadesi hanno ridotto la spesa di conservazione del 15%. In Uganda, la ricerca di petrolio sta avvenendo all’interno di numerose aree protette, tra cui il Murchison Falls National Park. In Indonesia, nel 2010, sono stati rilasciati permessi minerari all’interno di 481.000 ettari di aree protette; e nelle foreste Virgin Komi in Russia, sono stati ridotti i confini delle riserve come il Parco Nazionale del Yugyd Va per consentire l’estrazione dell’oro nero. L’Arabian Oryx Sanctuary in Oman è stato rimosso dalla lista del patrimonio mondiale dopo che il governo ha ridotto le dimensioni della riserva del 90% per consentire l’estrazione di petrolio e di gas.

E’ necessario che anche l’intera comunità si assuma la responsabilità collettiva delle aree protette

«È indispensabile aumentare il sostegno alle aree protette a livello mondiale, è necessario un maggiore riconoscimento, maggiori finanziamenti, migliore pianificazione – dice Nigel Dudley, co-autore dello studio – . La responsabilità è dei governi ma vi è anche la necessità per l’intera comunità di assumersi la responsabilità collettiva delle aree protette».

«Un cambiamento radicale nel modo in cui valutiamo, sosteniamo e gestiamo le aree protette non è né impossibile né irrealistico e rappresenterebbe solo una frazione di quello che il mondo spende ogni anno per la difesa», evidenzia James Watson.

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