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Klimahouse tra bioarchitettura e climate change

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klimahouse 2017

37.500 visitatori, 460 espositori e 1.500 partecipanti ai forum tematici. Il successo  di Klimahouse 2017, la fiera internazionale per l’efficienza energetica e il risanamento in edilizia più importante oggi realizzata in Italia, non è solo in questi numeri…

 Efficienza energetica per un’architettura ecologica; resilienza climatica per città tecnologiche e dinamiche: corre lungo questi due rotaie il treno che, partito da Bolzano a fine gennaio alla chiusura dell’edizione 2017 di Klimahouse, vorrebbe raggiungere il resto del Paese per consentire a chiunque di conoscere le radicali trasformazioni di un mondo, quello dell’edilizia, che, tra tradizione e innovazione, vorrebbe continuare ad

cino zucchi a Klimahouse
Tra gli ospiti di Klimahouse 2017, l’architetto Cino Zucchi

esistere e a prosperare in armonia con la natura.

Klimahouse e la prevenzione

Dalla fiera dell’edilizia eco-compatibile più importante oggi in Italia, che ha registrato in pochi giorni uno straordinario successo con oltre 35 mila visitatori, il messaggio, infatti, giunge con chiarezza tanto alle Istituzioni pubbliche quanto a quelle professionali: nel nostro Paese, periodicamente ferito dai danni provocati per assenza di prevenzione da frane o alluvioni e da terremoti, sta maturando la consapevolezza che all’ottimismo della ragione pratica occorra associare il pragmatismo evolutivo della scienza. Ossia, anche in Italia come nel resto del mondo, si sta corroborando il principio che l’architettura non possa più essere sperimentata e agita contro la natura, ma con la natura. Con l’uomo, nel suo diritto ad una esistenza sicura e serena, al centro di questo nuovo modello.

Tutto questoperchè è urgente uscire, rapidamente e progressivamente, dall’età dell’ antropocene – secondo la definizione coniata dal noto climatologo Luca Mercalli, intervenuto  a Klimahouse durante il convegno “Putting sustainability into practice”, per indicare quanto oggi la natura subisca le sue trasformazioni per l’azione aggressiva dell’uomo, in ragione del modello capitalistico di sviluppo attualmente vigente – per rientrare, o entrare, nell’età della naturalità. La biodiversità, infatti, è già seriamente minacciata dai cambiamenti climatici e rischia di essere ulteriormente compromessa con eventi catastrofici sempre più numerosi ed intensi, nei prossimi anni, ove questi non fossero immediatamente mitigati. «Perché – ha saggiamente provocato Mercalli – se la nostra temperatura corporea aumenta di un paio di gradi, da 37° a 39°, ci preoccupiamo, mentre se aumenta la temperatura terrestre della stessa quota ce ne disinteressiamo

Klimahouse e la sostenibilità

A questa sollecitazione ha provato a rispondere un altro ospite di Klimahouse, l’ex ministro del lavoro Enrico Giovannini, oggi portavoce di Asvis, Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile; secondo lui, nel nostro Paese attualmente privo di una visione ecologica sistemica coesa, occorrerebbe per vincere prioritariamente la sfida della sostenibilità, e per ottemperare all’Accordo di Parigi sul Clima, una Strategia Energetica Nazionale che, combinandosi con altri provvedimenti urgenti complementari, come quello per la mitigazione del dissesto idrogeologico, non faccia sprofondare, fisicamente e moralmente, le persone vittime di eventi catastrofici in una condizione di povertà e disagio sociale; la proposta è il rilancio, nella valorizzazione dello straordinario patrimonio naturalistico e paesaggistico italiano del paradigma della conversione e rigenerazione ecologica – energetica dell’ingente stock immobiliare e residenziale del nostro Paese.

Klimahouse e la rivoluzione dei materiali

«Tra i consumi energetici maggiormente contribuenti alle emissioni di CO2 – ha sottolineato Stefano Fattor, presidente di Casaclima – ci sono, infatti, i cosiddetti consumi civili (col 37%), con i trasporti che incidono per il 33% e il segmento dell’industria che contribuisce con il 21%». In Italia, secondo il rapporto del 2016 dell’Ispra sul consumo di suolo – poi ripreso dal Cresme per la sua indagine annuale sul mercato immobiliare – ci sarebbero non meno di 14 milioni di edifici, con almeno il 70% di essi edificati prima del 1980. «Sarebbe fondamentale – ha detto Michael Braungart, chimico e professore dell’ Università di Rotterdam – igienizzare, per prima cosa, il nostro linguaggio, per meglio decodificare la complessità ecologica contemporanea: non parlerei più, per esempio, di “sostenibilità”, ma, trattandosi di un processo rigenerativo ed evolutivo, di “cradle to cradle” (dalla culla alla culla); come pure impiegherei il termine “efficacia” in ragione di “efficienza”. Successivamente, non potendo rifuggire dall’urgenza di affrontare il dramma dei cambiamenti climatici e delle emissioni del particolato atmosferico – ha proseguito lo studioso –  occorrerebbe comprendere che siamo prossimi ad una rivoluzione dei materiali e dei paradigmi culturali, per la quale, distinguendo tra beni di consumo e beni di utilizzo, gli edifici, per esempio, possono diventare delle banche dei materiali, pagati solo per il loro uso pluriennale e poi, una volta riciclati, rimessi nuovamente in circolo».

Il presidente dell’Asvi, Enrico Giovannini, ha parlato a Klimahouse di sostenibilità

 Se una simile visione risultasse fantascientifica per molti, bisognerebbe andare a Venlo in Olanda: nella cittadina dei Paesi Bassi, infatti, l’utopia ha lasciato spazio alla poesia della realtà. E la realtà – come ha raccontato ai partecipanti a Klimahouse anche l’architetto Cino Zucchi nel presentare alcuni dei suoi progetti più recenti ed energeticamente “intelligenti” – non è statica, ma dinamica. Rovesciando la nostra piramide interpretativa dei fenomeni urbani, bisognerebbe, pertanto, ripensare al rapporto città – campagna adottando soluzioni orientate ad incrementare la densità, riducendo lo sprawl (il termine sta ad indicare anche la dispersione urbana), per un’architettura che deve amare la natura. Non farle la guerra. E i suoi lavori, per Salewa a Bolzano o per Lavazza a Torino, rivelano come oggi le città debbano tornare ad essere luoghi nei quali poter esprimere, virtuosamente ed ecologicamente, connessioni relazionali e sentimentali diverse da quelle vissute oggi. Le città – come ha detto Brian Cody, terminando il suo intervento durante il convegno “The architecture of quality” – sono “organismi viventi” e devono, quindi, accogliere “cellule” – ossia architetture – in grado di “respirare”, con questo scopo raggiunto non solo impiegando materiali naturali o riciclabili, ma studiandone la geometria in funzione dell’orientamento e del contesto paesaggistico – urbano.

E dopo una simile, intensa e formativa, esperienza, pensi che forse aveva proprio ragione, già agli inizi del nuovo millennio, l’architetto Giancarlo De Carlo, quando, con estrema raffinatezza culturale, sosteneva che «l’architettura diventa generosa e significante per gli esseri umani solo se è un’estensione gentile e delicata dell’ordine naturale».

(foto: Giuseppe Milano)

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