
Situazione drammatica nella Bat, nella Murgia Barese e nella Capitanata: la crisi del settore cerealicolo pugliese e l’importazione dei grandi quantitativi di grano provenienti dai paesi esteri preoccupano sempre di più gli agricoltori. CIA Puglia lancia un grido di allarme
Col valore del grano duro italiano che ha toccato il punto più basso degli ultimi 4 anni, molti cerealicoltori pugliesi sia in provincia di Foggia che nella BAT (i Comuni in provincia di Barletta-Andria-Trani) e nella Murgia barese stanno iniziando a offrire i propri terreni in affitto per destinarli a foraggio.

“Il dato complessivo della cerealicoltura regionale registra una diminuzione del 13% degli ettari di terreno destinato alla coltura del grano duro e un calo produttivo che, nell’ultimo triennio, segna un meno 30%” – afferma la CIA Agricoltori Italiani di Puglia in un comunicato – “La stagione di semina del 2023 aveva già registrato una significativa riduzione delle coltivazioni di grano in Puglia e questo trend negativo sta coinvolgendo anche questa stagione”.
De Noia: “C’è il rischio concreto di un tracollo complessivo dell’agricoltura“
“La situazione è particolarmente grave nei comuni della BAT e nella Murgia Barese, e con risvolti drammatici soprattutto nelle aree rurali di Minervino Murge, Spinazzola, Poggiorsini, Gravina, Altamura, Santeramo in Colle, che rappresenta circa il 27% della superficie del territorio regionale: in questi territorio, anche a causa della mancanza di acqua per irrigazione, non vi sono alternative colturali alla coltivazione dei cereali, ed è concreto il rischio di un tracollo complessivo dell’agricoltura”, spiega Giuseppe De Noia, presidente provinciale di CIA Levante Bari-Bat.
Anche a Lucera, San Severo, Torremaggiore, nelle aree rurali del capoluogo e più in generale in tutto il Tavoliere la situazione è ugualmente grave.
“Molti cerealicoltori hanno rinunciato a seminare”, dichiara Angelo Miano, presidente di CIA Capitanata, “e stanno offrendo i loro terreni in fitto per destinarli a foraggio. Gli ultimi 4 anni, con le importazioni salite alle stelle e il valore del grano riconosciuto ai produttori che è sprofondato oltre ogni limite, sono stati per la cerealicoltura tra i peggiori di sempre”.
La grande tradizione pugliese rischia di venire abbattuta dalla grande siccità che sta colpendo la regione
La Puglia è leader nella produzione di grano duro. Con 344.700 ettari coltivati e 688mila tonnellate di produzione, la Puglia è la regione italiana con la maggiore superficie dedicata al grano duro.

Un primato che rischia di essere compromesso dalle congiunture sfavorevoli. Secondo la più recente elaborazione del centro Studi di Confagricoltura, la coltivazione di frumento duro nel nostro Paese copre 1,26 milioni di ettari di superficie ed è la coltura più estesa in Italia, con una produzione raccolta totale di oltre 3,9 tonnellate.
Le aree produttive più importanti sono a nord della Puglia e precisamente nelle province di Foggia e Bari dove si concentra non solo la produzione, ma dove sono collocate la gran parte dei centri di stoccaggio e delle industrie molitorie e pastarie.
La riduzione di un terzo della produzione in Puglia, prima e più importante produttrice di grano duro in Italia, è un dato significativo e drammatico.
Le quantità raccolte sono inferiori rispetto agli scorsi anni, soprattutto a causa dell’eccezionale siccità che ha colpito la Puglia, ma la qualità di quanto è stato raccolto è tra le migliori degli ultimi 10 anni sia in termini di peso specifico sia per quanto riguarda il valore proteico. Il massiccio ricorso alle importazioni, però, ha determinato un abbassamento assolutamente iniquo del prezzo accordato ai produttori. Tutto questo proprio negli anni in cui sono cresciuti a dismisura i costi di produzione per i nostri cerealicoltori. E mentre il prezzo del grano italiano ha subito un crollo di 200 euro a tonnellata rispetto al 2022, il costo della pasta e del pane invece è salito ed è tuttora ai livelli più alti dell’ultimo decennio. Senza interventi, gli agricoltori saranno costretti ad abbandonare la produzione per mancanza di redditività. Un ettaro di grano duro ha costi di produzione di circa 1.300 euro per ettaro. Quest’anno la produzione media è stata di circa 1,2 t/ha, con un prezzo di 310 euro a tonnellata, con una PLV media di 372 euro per ettaro. Di fronte a questa situazione non c’è capacità imprenditoriale che tenga. Le aziende falliscono e non hanno neppure la possibilità di programmare le nuove semine.
CIA: un piano nazionale di emergenza con misure strutturali e risorse. Coldiretti: aiuti per le imprese. E si aspettano i raccolti delle olive
CIA chiede a gran voce che le risorse del Fondo Sviluppo Filiere del Decreto Agricoltura siano destinate principalmente ai produttori di grano duro, che siano attivati strumenti di Credito Agrario con interessi garantiti dallo Stato per affrontare la prossima campagna agraria, una Moratoria su mutui e finanziamenti in essere, l’esonero del pagamento dei contributi degli operai, dei Coltivatori Diretti e degli Imprenditori Agricoli Professionali per gli anni 2024 e 2025 e l’esonero del pagamento del contributo 630 dovuto ai Consorzi di Bonifica. Per CIA Agricoltori Italiani di Puglia, inoltre, “sono necessarie queste ulteriori misure: Istituzione dell’Ente Nazionale del Grano Duro sul modello dell’Ente Nazionale Risi; Rafforzare gli strumenti di sostegno alla produzione come i “Contratti di Filiera” e sostenere la costituzione di efficienti strutture associative che rappresentano senz’altro un ottimo processo di integrazione tra produttori di grano duro e trasformatori; Rivisitazione dei parametri di valutazione merceologica e salubrità; Piano Nazionale Filiera Grano Duro-Pasta; promozione di un Patto Etico-Sociale tra produttori agricoli, pastai e cittadini-consumatori, sostenuto dal Ministero dell’Agricoltura per promuovere il consumo di pasta italiana, prodotto da grano italiano, non solo tra le famiglie, ma anche nelle strutture e nelle mense pubbliche e private; piena e totale tracciabilità dei prodotti realizzati con grano duro”.

Anche Coldiretti, sottolineando un crollo che sarebbe dovuto alla siccità, interviene sulla vicenda: “La produzione è in calo proprio quando in Puglia coltivare grano è costato agli agricoltori pugliesi fino a 600 euro in più per ettaro a causa dell’impennata dei costi di produzione causata dall’effetto a valanga della guerra in Ucraina dopo la crisi generata dalla pandemia Covid, che si riflette a cascata dalle sementi al gasolio fino ai fertilizzanti”, spiega Pietro Piccioni, direttore di Coldiretti Puglia che chiede “interventi per aiutare le imprese del settore”.
Ultimo ma non ultimo capitolo purtroppo, occorre sottolineare che non va meglio per il pomodoro e l’uva da vino pagata anche 10 euro in meno al quintale, (leggi anche Crisi profonda per i vini pugliesi per la riduzione delle rese di uva ) diminuendo la redditività e aumentando i rischi. In entrambi i casi, produzione e prezzi registrano un calo ma la qualità è molto alta, non è premiata e le protesta aumentano.
Si sta forse andando verso un cambio delle produzioni agricole? Prematuro affermarlo, anche se i segnali purtroppo ci sono: cambiamento di tipologie di alberi di ulivo perché più resistenti alla Xylella, sempre nuove piantagioni di alberi di fico al posto degli ulivi seccati e ora anche i vasti campi di grano duro che stanno diminuendo.
La siccità gioca sicuramente un ruolo fondamentale in tutto questo ma, come spesso accade, l’uomo e le sue scelte giocano un ruolo altrettanto importante. Ahimè.


