Dobbiamo ricordare che nel Salento si produce una grande quantità di olio lampante e che per il commercio, seppure può andare avanti in maniera autonoma, vi è la necessita di essere legato alle raffinerie che non sono presenti nel Salento. Ma accade che non si raccolgono più le olive da terra e ciò è un duro colpo al sistema di impianti trasformazione, che si è ridotto a meno di un terzo di quello che era tradizionalmente. Rischiamo che salti il sistema produttivo di secondo livello.
Allora non resta che bruciare l’olio lampante? Pare che sia l’unico sistema praticamente attuabile per dare respiro all’olivicoltura, che è storicamente agroenergetica, non nasce cioè per sfamare ma per produrre energia. Il nodo sta nella capacità di una centrale di pagare il prodotto, tenendo presente anche che si ricevono ogni anno 4 miliardi e mezzo per produrre energia da fonti rinnovabili, sarebbe ovvio per il Salento cercare di ritagliarsi un piccolo sistema autoincentivante di energia. L’olio lampante che è di qualità scadente può, in maniera sostenibile, servire per la produzione di energia, come proponeva Piccino:« Facciamo approvare dal Governo uno speciale conto energia per l’olivicoltura salentina. Se ci danno la stessa incentivazione del fotovoltaico si può pagare l’olio lampante a 2.20 euro al chilo. E allora per la prima volta potremmo dire ai commercianti: lo vuoi l’olio? Me lo paghi a quanto? O me lo paghi al mio prezzo oppure lo brucio. Lo brucio. Perché è meglio bruciarlo che fare ancora arricchire gente sul nostro lavoro».
L’on.le Adriana Poli Bortone in una interrogazione al Ministro per le Attività Produttive e al Ministro per l’ Ambiente osservava che a parità di incentivo stanziato si potrebbe ottenere, da una centrale da 24 megawatt che utilizza olio d’oliva lampante, la stessa quantità di energia prodotta da un impianto fotovoltaico da 137 megawatt; osservava inoltre che le centrali ad olio d’oliva lampante hanno, sicuramente, un impatto ambientale minore rispetto alle centrali fotovoltaiche e che questa scelta di finanziamento risulterebbe a costo zero per lo Stato dal momento che comporterebbe solo uno spostamento, a favore delle centrali che utilizzano olio d’oliva, di aiuti già destinati alle energie rinnovabili; osservava ancora che la possibilità di utilizzare olio d’oliva di bassa qualità disincentiverebbe alcuni produttori fraudolenti da tentativi di sofisticazione alimentare e chiedeva infine di introdurre una misura ad hoc all’interno della bozza di decreto sugli incentivi alle energie rinnovabili che favorisse l’utilizzo, come combustibile, di olio d’oliva lampante prodotto esclusivamente sul territorio nazionale.
Sono molti i presidenti di cooperative olivicole salentine che pensano che il nostro lampante potrebbe essere impiegato per usi energetici visto che si parla tanto dell’esigenza di sperimentare nuove forme di approvvigionamento energetico per liberare l’Occidente dalla dipendenza dal petrolio.
Questo permetterebbe di risollevare i dissestati budget delle aziende olivicole salentine ed allo stesso tempo di liberare il mercato da una fetta consistente di lampante che, è bene che la gente lo sappia, finirebbe comunque sulle tavole degli italiani, opportunamente rettificato dalle multinazionali dell’olio.
La proposta di Coldiretti. Se si costruisse un impianto fotovoltaico di 137 megaWatt dovremmo ricoprire di pannelli fotovoltaici ben 400 ettari di terreno; invece lo stesso impianto, se alimentato con olio lampante assorbirebbe l’intera produzione del Salento leccese senza devastare il paesaggio rurale. I calcoli di Coldiretti sono stati fatti per assorbire la produzione di olio lampante di 80mila ettari di oliveto. La stessa proposta è a costo zero per lo Stato perché dovrebbe spostare le risorse degli aiuti previsti per le energie rinnovabili alle centrali che utilizzano l’olio lampante.





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