La parola ai lettori
Mediterraneo: il nuovo regolamento europeo distruggerà la pesca? Cosa dice la ricerca
Inserito da admin |
giugno 12th, 2010 alle 11:34 |
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Il nuovo regolamento europeo distruggerà la pesca mediterranea? Hanno ragione i pescatori a lamentarsi e a protestare contro il Governo italiano e la Comunità Europea? La risposta a queste domande dal punto di vista della ricerca nel contributo del dottor Pino Lembo, presidente del COISPA, istituto che si occupa di fare per il Governo Italiano, per la Comunità Economica Europea e per la FAO il monitoraggio delle risorse marine. Fare, cioè, valutazioni su quanti pesci ci sono in mare e come vivono. Le simulazioni, sulla base di regolamenti comunitari, sono effettuate nei laboratori di Torre a Mare, frazione a sud di Bari. Nei laboratori del COISPA si studia la riproduzione di nuove specie, la fisiologia, il metabolismo energetico, come è possibile allevare pesci, nel rispetto da un lato del benessere degli animali e dall’altro della qualità del prodotto. Si sperimentano, inoltre, l’acquacoltura biologica e altri sistemi a basso impatto ambientale che siano in grado di produrre proteine animali per il consumo umano. Il contributo raccolto da Gianni Avvantaggiato
Le misure relative alle taglie minime dei pesci risalgono a più di 15 anni fa (Reg. CE 1626/94). Da allora ad oggi l’Italia ha chiesto e ottenuto, anno dopo anno, dall’Unione Europea deroghe per il settore della pesca. Queste deroghe, in genere, sono concesse per dare il tempo alle autorità degli Stati Membri, ed agli operatori, di adeguarsi al nuovo regime.
L’ultimo atto è stato un regolamento che si chiama “Piano d’azione mediterranea”, che non è di quattro mesi fa ma di quattro anni fa (2006), che in modo definitivo chiudeva con il passato. Ma anche allora abbiamo chiesto ed ottenuto una deroga, che è scaduta inesorabilmente pochi giorni fa. In un Paese normale più di 15 anni di deroghe avrebbero dovuto essere sufficienti ad affrontare un nuovo sistema di gestione della pesca.
La verità è che noi non abbiamo mai utilizzato questo tempo per, effettivamente, metterci in regola. Ahimè, qui da noi in Italia, non se ne è mai preoccupato nessuno. Quindi, quando si dice che un nuovo regolamento europeo distruggerà la pesca mediterranea, è opportuno che si faccia la prima correzione: non siamo, purtroppo, in presenza di una novità. Ma come funziona la pesca in Mediterraneo? Qui da noi, più che in altri mari, la pesca si basa sul reclutamento. Che cosa vuol dire? Che noi, mediamente, peschiamo degli animali molto piccoli, quindi, molto giovani. Cioè non gli diamo il tempo di crescere. Questo fatto che implicazioni ha? E’ abbastanza intuitivo, se noi sistematicamente sottraiamo pesci dal mare, prima che questi si siano riprodotti almeno una volta, nel tempo, inesorabilmente impoveriremo le risorse disponibili.
Questo fenomeno è scientificamente ben noto, oltre che abbastanza semplice da comprendere. C’è un altro aspetto che va spiegato. Non è vero che la quantità di pescato che i nostri consumatori potranno trovare in futuro sulle loro tavole andrà inevitabilmente a diminuire. Potrebbe, addirittura, aumentare! Solo che ci vuole un lasso di tempo necessario a migliorare, da un punto di vista demografico, lo stato delle popolazioni ittiche. Da un punto di vista scientifico, non c’è nulla di più da indagare o da scoprire su questo argomento. È del tutto noto che, dando il tempo necessario alle risorse ittiche di crescere un po’ di più, la biomassa “pescabile” aumenterebbe. Certamente in peso se non in numero. Che cosa significa?
Nel futuro prossimo, diciamo così, in un orizzonte temporale intermedio di due tre anni, si verificherebbe, oggettivamente, una diminuzione delle catture (ma le deroghe servivano proprio a superare queste difficoltà iniziali). Passato questo periodo, la situazione comincerebbe però ad invertirsi e le catture tornerebbero ad aumentare. Prima aumenterebbero tutte quelle specie che hanno una vita più breve come, ad esempio, le triglie e poi, mano a mano, aumenterebbero anche le risorse a vita più lunga, come il nasello. Questo processo, ovviamente, non riguarda tutte le specie, nel senso che ci sono alcune specie, non molte per la verità, che poichè non crescono oltre una certa taglia, verosimilmente, potrebbero essere perse per sempre. Soprattutto alcuni piccoli molluschi potrebbero non essere più pescati. Diciamo, quindi, che in termini di biomassa pescata, dopo questo periodo iniziale di rispetto delle “nuove” regole non ci sarebbe una diminuzione ma, piuttosto, un aumento in peso delle catture. Altra considerazione. Tutto questo ragionamento vale essenzialmente per la pesca a strascico. Non vale per altri sistemi di pesca. Per cui, una grande varietà di specie, che non vengono pescate con la pesca a strascico, continueranno ad essere pescate con altri sistemi. E, quindi, non verranno a mancare sulla tavola dei consumatori.
Certo, bisognerebbe anche considerare che i prezzi e, quindi, il reddito dei pescatori sono spesso determinati da una serie di dinamiche di mercato (e non), che prescindono dal rispetto delle buone prassi nella pesca. Ma questo è un ragionamento a parte, in relazione al quale l’attuazione del regolamento è assolutamente ininfluente. Qualcuno obietta che nel Mediterraneo si affacciano Paesi Extracomunitari che non essendo obbligati al rispetto delle norme comunitarie, si trovano nella posizione di concorrenti sleali. Mi pare che questo sia un argomento piuttosto abusato. Ci sarebbe da ricordare che l’Italia, per troppi anni, ha prelevato risorse dai mari altrui. Non dobbiamo dimenticarci che in Adriatico, così come nel canale di Sicilia, condividiamo le risorse del mare con altri popoli, e noi abbiamo approfittato della enorme preponderanza della nostra flotta, prelevando risorse dappertutto.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra. In secondo luogo, se noi facessimo una valutazione della consistenza e della capacità delle flotte dei Paesi del Mediterraneo, ancora una volta, emergerebbe che la flotta Italiana è quella, di gran lunga, superiore a quella di qualsiasi altro Paese. Per cui, la capacità di prelievo degli altri Paesi sarebbe, comunque, molto inferiore alla capacità che abbiamo noi. In ogni caso, ci sono le relazioni bilaterali e gli organismi sovra-nazionali dove affrontare e dirimere queste situazioni. Ma non mi pare, certo, un buon motivo per non fare la cosa giusta. Questo è, purtroppo, un passaggio molto amaro. Perché il problema è che qui, in Italia, gestiamo le cose le in maniera molto allegra. Se noi avessimo rispettato le regole e, soprattutto, se le avessimo rispettate tutti, noi non avremmo avuto un così ineluttabile bisogno di queste ulteriori regolamentazioni.
E, probabilmente, avremmo avuto una situazione molto migliore, per tutti. Ma si sa: se tutti pagassimo le tasse …!!! Si dice che da noi, in Puglia, è il consumatore che richiede solo pesce piccolo! Per la verità, a me sembra troppo facile e ingeneroso dare la colpa di tutto ciò al consumatore. Perché il consumatore è spesso in balia di messaggi poco corretti, che lo inducono a scelte che non dipendono dalla sua volontà, ed è spesso maltrattato e plagiato. In secondo luogo, diciamo così, noi abbiamo, nel tempo, offerto al consumatore un prodotto prevalentemente sottotaglia ed il consumatore non ha potuto far altro che adeguarsi ad un’offerta strutturalmente coerente con il modello di pesca praticato.
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Non poteva fare diversamente. Non si può, neppure, dare tutta la colpa ai pescatori per la situazione in cui ci troviamo. Credo ci siano responsabilità collettive. Ci sono le responsabilità di chi ha l’autorità di gestire lo sviluppo economico del nostro Paese, c’è la responsabilità di chi ha il compito di effettuare i controlli, c’è la responsabilità di chi opera, quindi anche dei pescatori, c’è, in qualche misura, anche la responsabilità dei consumatori. Credo ci sia anche una qualche responsabilità di chi svolge un ruolo nel campo della ricerca scientifica e non sempre ha contribuito in modo appropriato a dirimere le questioni di competenza tecnica o scientifica. Ce n’è per tutti, nessuno, credo, si possa tirare fuori. Ce n’è anche per i mezzi di informazione, che non hanno fatto sempre buon uso del loro potere di informazione. Dovremmo tutti prendere atto che le cose cambiano, e i nostri comportamenti devono assolutamente cambiare, ma ognuno ci dovrà mettere del suo.
È evidente che, in questo momento, che è vissuto più drammaticamente dai pescatori, non si può lasciarli soli. Bisognerebbe studiare delle forme, anche se mi rendo conto che è difficile, per poter, nell’immediato, cercare attraverso altre vie di dare una mano ai pescatori. Per esempio con un lungo fermo biologico retribuito. Ma nella consapevolezza che questa è veramente l’ultima sponda. E nella consapevolezza che in futuro i controlli dovranno essere più severi. Perché sennò che cosa succederà? Succederà che quei pescatori, pochi o molti che fossero, che dovessero correttamente decidere di rispettare le norme, se i controlli non fossero effettuati in maniera equa, si sentirebbero giustamente presi in giro da parte di altri pescatori meno corretti.
Dott. Pino Lembo Presidente COISPA











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