Bari che non c’è (più) - Roberta Ruggiero*
Ancora una volta l’Adirt ha ritenuto giusto intrecciare il territorio, col suo passato, con la convinzione che spazio e tempo siano due coordinate necessarie entrambe per costruire, con consapevolezza, identità, appartenenza, crescita.
Il tema è emerso quasi per caso mentre riflettevamo sulle tracce del passato della nostra città che sono ancora sotto i nostri occhi, tracce spesso in pericolo o sottovalutate, ma che infine, grazie al concorso di alcuni, vengono conosciute e riportate al loro giusto spessore. La stessa regione Puglia si sta muovendo in questa ottica, con prospettive che mirano non solo al recupero, ma anche alla valorizzazione dei beni culturali. Purtroppo però alcune segni sono scomparsi o per la nostra incuria o per la nostra avidità. Ecco quindi l’idea: perché non disegnare, anche noi, un nostro piccolo “atlante” della Bari che non c’è più, riflettendo su quello che avrebbe potuto o dovuto essere?
Nel 1983 la nostra associazione aveva già dedicato a questo tema una mostra dal titolo Bari, 1950-1980 Trent’anni di distruzione nel quartiere murattiano, cui è seguita una pubblicazione: La guerra dei trent’anni, che è ancora nelle bibliografie di tutti coloro che si occupano dell’argomento. Il primo obiettivo con cui ci siamo messi nuovamente al lavoro è stato quello di ricordare questa coraggiosa e utile iniziativa di trent’anni fa; poi abbiamo pensato fosse importante anche rifare il punto della situazione, visto che è cambiata la legislazione, è cambiata la sensibilità pubblica e soprattutto sono cambiate le esigenze pubbliche. Abbiamo dato un taglio diverso al nostro discorso, più semplice, meno da addetti ai lavori e più da semplici cittadini che guardano alla loro città con gli occhi della ragione, ma anche con quelli delle emozioni. Emozioni non vuol dire solo nostalgia, che sicuramente c’è, ma non deve essere l’unico metro di analisi; non vogliamo essere solo dei laudatores temporis acti. Già Nino Lavermicocca, lamentando l’asfissia del murattiano ricorda che fin nel disegno iniziale furono sconfitti «gli intellettuali progressisti di fronte al condominio della prepotenza e del profitto personale». Anche Nicola Signorile, sempre così attento alla nostra città, rammenta che l’idea di molti baresi di «una città mite, gradevole, di buona misura, è a conti fatti un’idea campata in aria». Abbiamo, quindi, adottato l’ottica di Franco Cassano che in Mal di Levante scrive :«Bari in altri termini è sempre meglio di ciò che ne dicono i detrattori, ma contemporaneamente sempre peggio di ciò che ne dicono gli apologeti».
Partire da questa consapevolezza ha significato per noi chiederci: cosa si è perso, cosa meritava di essere salvato e ancora con quale pianificazione generale si è proceduto e si procede nella nostra città?
Per cercare di rispondere a queste domande abbiamo cercato tutte le foto che siamo riuscite a trovare della Bari che non c’è più; Margherita Maggiore ne ha fatto di nuove; abbiamo letto quanto abbiamo trovato sull’argomento; abbiamo infine sentito l’esigenza di farci accompagnare da una giovane architetta, Patty Pirro, che ci ha aiutato nel nostro tentativo.
Fotografare Bari – Margherita Maggiore*
Le vecchie foto presenti in questa carrellata appartengono ai due libri di Alfredo Giovine: La Bari dei fanali a Gas, Bari – La zita mè; a Le città nella storia d’Italia – Bari di M. Petrignani e F. Porsia e a Bari 1950-1980: La Guerra dei trent’anni (Adirt). Dopo la ricerca negli archivi fotografici di Bari “com’era” è partita la ricerca “fotografica” di Bari come appare oggi agli occhi di chi percorre le vie e gli spazi della nostra città. Abbiamo cercato di sovrapporre i due punti di vista anche nell’angolazione fotografica e le due “viste” sono risultate illuminanti per capire che cosa è successo nel corso di un centinaio d’anni o giù di lì. L’obiettivo della macchina fotografica è stato infatti uno strumento formidabile di analisi per il nostro percorso. Il primo dato che è venuto fuori è la difficoltà di conservare i due punti di vista, mancando la profondità necessaria a causa del “costruito” che ha sostituito gli spazi vuoti. Inoltre la variazione in altezza degli edifici ha “chiuso” il cielo sopra Bari: il suo tessuto urbanistico risulta frammentato, avendo perso l’uniformità che contraddistingueva il centro murattiano. Gli edifici nuovi, che pur mostrano alcune punte di eccellenza architettonica, non mostrano legami con il contesto in cui si collocano, che perde le sue connotazioni identitarie. Quando la “regola” è diventata la licenza edilizia del singolo palazzo con libertà di riempire, colorare, strutturare gli spazi, la struttura degli isolati (la foto della maglia ortogonale ben evidenzia gli spazi di verde al loro interno) è stata stravolta dalla sostituzione, anche parziale, di tutti i fabbricati e dalla cementificazione dei suoi interni trasformati in depositi per negozi. Del verde “scomparso” non abbiamo trovato peraltro traccia fotografica, quasi si sia voluto rimuovere anche il ricordo di qualcosa di superfluo e quindi inutile.
Ci sono luoghi persi e luoghi guadagnati alla fruizione dei cittadini. Tra i primi i tanti Cinema che sono scomparsi: il Cinema Impero in Corso Sonnino, la Sala Iside in Via Piccinni, il Supercinema in Via Ravanas, il Cinema Umberto nella omonima piazza. Ma anche gli spazi come O felòscene sostituito dalla Spiaggia di Pane e Pomodoro, molto apprezzata dai Baresi, ma nata male per le note traversie legate all’inquinamento dovuto ai problemi del collettore della fogna.
Tra gli spazi guadagnati, Piazza Ferrarese e l’edificio ricostruito nella medesima piazza: la Sala Murat, oggi apprezzato spazio espositivo per le tante mostre che arricchiscono l’offerta culturale della nostra città.
Scorrendo le foto che mettono in relazione il vecchio e il nuovo, mettendo da parte la nostalgia per gli ampi spazi di una città che si andava costruendo, non riuscendo probabilmente ad immaginarsi così grande e complessa nel suo sviluppo, salta agli occhi l’assenza delle tante scatoline metalliche che coprono tutti gli spazi stravolgendoli. Il recupero di un respiro più ampio, di spazi vivibili pensati per gli uomini e le donne di Bari non si può raggiungere, non disponendo di una bacchetta magica che li faccia scomparire, se non organizzando un sistema di mobilità che accanto ai grandi parcheggi di cintura e le navette per il centro, consenta di spostare “sotto” quello che non vogliamo occupi i nostri spazi “sopra”. Sappiamo di sollevare una grande questione sulla necessità/inutilità dei parcheggi sotterranei. Ma finché il problema non si affronterà con obiettivi realizzabili, l’idea di una Bari a misura d’uomo e non di macchina rimarrà una chimera.
(per vedere l’intera galleria fotografica clicca qui)
Margherita Maggiore e Roberta Ruggiero *socie Adirt – testo raccolto da Lucia Schinzano






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