Giornata mondiale dell’elefante, ancora molte le minacce contro la specie, ma non mancano i progetti di protezione

Gli elefanti africani sono passati dai 12 milioni stimati circa un secolo fa ai 415mila riportati nell’ultimo censimento (© Richard Barret_WWF)

In Asia gli elefanti non arrivano a 11mila, in Africa perso oltre il 90% di esemplari in 100 anni. I progetti del WWF e le iniziative delle aziende

 

Lanciata per la prima volta nel 2012 e celebrata ogni anno il 12 agosto, la Giornata mondiale dell’elefante (World Elephant Day) unisce il mondo intero nella sensibilizzazione sulle minacce che incombono sugli elefanti asiatici e africani. In questa occasione, il WWF e diverse tra aziende e associazioni lanciano l’allarme sullo stato di conservazione di queste specie, promuovendo le azioni di conservazione che contrastano bracconaggio, commercio di avorio, perdita di habitat e conflitti con l’uomo, e sensibilizzando sul ruolo chiave che gli elefanti svolgono negli ecosistemi e sul loro valore culturale.

In Asia restano fra gli 8mila e gli 11mila elefanti in natura

In otto Paesi del Sud-Est asiatico e della Cina (Cambogia, Cina, Laos, Indonesia, Malesia, Myanmar, Thailandia e Vietnam) restano circa fra gli 8mila -11mila elefanti in natura. La popolazione residua di elefante asiatico oggi occupa appena il 5% del suo areale storico. Conosciuti come “ingegneri dell’ecosistema e giardinieri della foresta“, gli elefanti asiatici svolgono un ruolo cruciale disperdendo semi e sostanze nutritive attraverso i loro escrementi mentre si spostano, creando percorsi nelle foreste dense e modificando gli habitat forestali a beneficio di altri animali. Anche le loro impronte possono formare piccoli ecosistemi che fungono da habitat per organismi come alcuni anfibi.

La perdita e la frammentazione degli habitat, i conflitti con l’uomo e il bracconaggio hanno causato un allarmante declino della popolazione: in alcuni Paesi sono rimasti solo poche centinaia di individui in natura. È necessario intervenire con urgenza per arrestare questo declino, proteggere gli elefanti e migliorare la coesistenza con le comunità locali. È con il fine di arrestare questo allarmante declino della popolazione e creare le condizioni per una pacifica coesistenza con l’uomo, che lo scorso anno il WWF ha lanciato l’Alleanza per gli elefanti asiatici nel Sud-Est asiatico e in Cina chiedendo agli #EllyAllies di unirsi per proteggere la specie.

Aiutare gli elefanti per aiutare le persone

gli elefanti asiatici svolgono un ruolo cruciale disperdendo semi e sostanze nutritive attraverso i loro escrementi mentre si spostano, creando percorsi nelle foreste dense e modificando gli habitat forestali a beneficio di altri animali (© Christy Williams _ WWF Myanmar Original)

L’obiettivo dell’iniziativa regionale è quello di collaborare per replicare modelli di conservazione di successo che vadano a beneficio sia degli elefanti che delle persone. Un esempio è l’approccio dei “paesaggi viventi” sperimentato nel Sabah, in Malesia, dove un’azienda agricola privata collabora con il WWF e il governo locale per garantire la connettività degli habitat e la presenza di abbondanti fonti di cibo per gli elefanti del Borneo. Questo progetto ha come diretta conseguenza una minore perdita di raccolti per le comunità locali e per l’azienda, e un miglioramento degli habitat per gli elefanti e gli altri animali selvatici.

Qualche mese fa, proprio gli elefanti del Borneo (Elephas maximus borneensis) sono stati ufficialmente riconosciuti come sottospecie distinta dalla lista rossa dell’IUCN, già classificata come “in pericolo” a causa della sua popolazione ridotta e in declino. Questa classificazione sottolinea l’urgenza di azioni di conservazione coordinate, come la gestione del conflitto uomo-elefante e la prevenzione di un’ulteriore perdita e frammentazione dell’habitat, entrambi elementi cruciali per salvaguardare la loro sopravvivenza futura. Gli elefanti fanno parte del paesaggio asiatico da millenni e sono una specie chiave che porta benefici all’ecosistema e alle altre specie con cui condivide i territori, compresa la specie umana. Conservare gli elefanti e permettere loro di sopravvivere e prosperare non significa solo mantenere l’equilibrio dei loro ecosistemi, ma anche preservare i valori culturali di queste aree.

In 100 anni già perso oltre il 90% degli elefanti africani

Non se la passano meglio gli elefanti in Africa, il cui numero è drasticamente crollato, passando dai 12 milioni stimati circa un secolo fa ai 415mila riportati nell’ultimo censimento. Possiamo dire, quindi, che in 100 anni nel continente africano abbiamo perso più di 9 elefanti su 10. Le due specie presenti sono l’elefante di savana (Loxodonta africana) classificato come “in pericolo” e l’elefante di foresta (Loxodonta cyclotis) invece inserito tra le specie in “pericolo critico”. Il bracconaggio resta la causa principale del declino di entrambe le specie: si stima che ogni anno, infatti, vengano uccisi circa 20mila elefanti per il commercio illegale di avorio. A questo si aggiungono le uccisioni generate dai conflitti con le comunità locali, purtroppo in crescita a causa della deforestazione (trasformazione di aree di foresta e savana in coltivazioni), carenza di cibo o di acqua.

I progetti del WWF in Africa

Da oltre 30 anni il WWF porta avanti programmi di conservazione in Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo e Gabon come le azioni di mitigazione dei conflitti con l’uomo, lo sviluppo del programma “Zero Poaching”, la collaborazione con il programma TRAFFIC per ridurre il commercio di avorio, il lavoro di sostegno alle comunità locali attraverso lo sviluppo di attività economiche sostenibili, l’educazione ambientale, l’assistenza medica e il sostegno alla scolarizzazione.

Grazie al progetto “Una foresta per gli elefanti”, nel territorio del Tridom (Gabon, Camerun, Repubblica del Congo) il WWF sta realizzando azioni di studio e monitoraggio tramite fototrappole, analisi genetiche e tagging, rafforzamento del sistema antibracconaggio, aumentando le risorse disponibili per gli uffici che lavorano sul campo, le tecnologie avanzate e la formazione delle guardie. Il progetto prevede, inoltre, un’intensa attività finalizzata a migliorare la convivenza tra elefanti e comunità locali, tramite azioni volte a mitigare i conflitti attraverso un nuovo approccio, denominato SAFE, che punta al raggiungimento di 5 obiettivi generali misurabili: sicurezza per le persone, sicurezza per la fauna selvatica, protezione delle proprietà umane, protezione dell’habitat, monitoraggio efficace.

Ognuno di noi può aiutare il WWF nei progetti di conservazione degli elefanti attraverso l’adozione simbolica di un elefante, imparando di più su questa straordinaria specie e sensibilizzando l’opinione pubblica. QUI il link per adottare un elefante

Elephant Corridor in Tanzania 2024-2026

Fra i tanti progetti per la salvaguardia degli elefanti africani, da segnalare anche  il progetto Elephant Corridor della Fondazione Capellino

Il Kilombero Elephant Corridor (KEC) collega il Parco Nazionale di Nyerere (Selous) al Parco Nazionale dei Monti Udzungwa, consentendo agli elefanti di pianura e di montagna dei due parchi di transitare dall’uno all’altro senza interferire con gli esseri umani

La Fondazione Capellino è proprietaria del 100% dell’azienda di pet food Almo Nature, con cui finanzia le proprie attività per la salvaguardia della terra, della biosfera e della biodiversità. Questo modello di finanziamento, chiamato ‘Reintegration Economy’, rende possibile – grazie alle scelte d’acquisto dei consumatori– il finanziamento e la ricerca di progetti per la salvaguardia dell’ambiente, della biodiversità e del benessere di chi popola il pianeta. Il progetto Elephant Corridor in Tanzania rientra in questo ambito.

L’idea del progetto nasce dall’invito dell’associazione tanzaniana STEP a partecipare alla realizzazione di un corridoio ecologico in Tanzania.

Durante il sopralluogo Fondazione Capellino si è accorta che l’area necessitava di un intervento paesaggistico di più ampio respiro. Come garantire che il percorso di sviluppo della popolazione che vive nell’area possa svolgersi in armonia con la natura circostante? Fondazione Capellino ha presentato così una proposta di progetto multidimensionale con strategia olistica a lungo termine.

Gli obiettivi del progetto

Il progetto mira a sviluppare una strategia olistica di protezione del paesaggio a lungo termine ai piedi dei monti Udzungwa, nella valle del Kilombero in Tanzania. Nell’ambito di questa strategia integrata, il piano agisce su più fronti:

–    Fase 1: il ripristino della connettività ecologica colpita dalle pressioni antropiche e dall’agricoltura intensiva, attraverso la creazione del Kilombero Elephant Corridor (KEC). Il corridoio collega il Parco Nazionale di Nyerere (Selous) al Parco Nazionale dei Monti Udzungwa, consentendo agli elefanti di pianura e di montagna dei due parchi di transitare dall’uno all’altro senza interferire con gli esseri umani.

Fondazione Capellino opera al fianco di una ONG locale nella realizzazione del corridoio ecologico di 13 km e garantisce le attività di monitoraggio, anche assegnando due borse di studio a un’Università locale per un progetto di ricerca.

–    Fase 2: la strategia olistica di protezione del paesaggio a lungo termine attraverso soluzioni di economia circolare, per migliorare in modo sostenibile la qualità della vita delle comunità locali che, in cambio, si occuperanno della protezione costante del corridoio, per la sicurezza degli elefanti e delle altre specie selvatiche della valle. Svariate azioni possono essere realizzate sul territorio con un pool di partner: una nuova fabbrica che produca mattoni realizzati con gli scarti della canna da zucchero e del riso; una centrale fotovoltaica che offra energie rinnovabili al corridoio e ai villaggi limitrofi, per un abbandono definitivo delle fonti fossili; dei fornelli a energia solare che sostituiscano carbone e legna nella preparazione del cibo. Inoltre, gli agricoltori possono essere supportati nello sviluppo di pratiche di agricoltura biodiversa, garantendo l’indipendenza alle comunità locali a basso reddito, in parallelo con programmi di emancipazione femminile e di educazione per il contenimento della popolazione, riducendo l’impatto degli esseri umani sulla natura.

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