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Gasdotto TAP: e la Valutazione di Impatto Sociale ed Ambientale?

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Foto Mauro Bortone

E’ lotta dura per impedire la realizzazione del gasdotto TAP. Ma perché non si passa dalle aule giudiziarie alle aule del confronto? Forse qualcosa di illegittimo c’è davvero: è mancato il confronto

Gasdotto TAP, è lotta dura in questi giorni, con scontri violenti tra ambientalisti e forze dell’ordine a proposito degli ulivi da espiantare in contrada san Basilio per permettere la posa della parte terminale del Trans Adriatic Pipeline. Preoccupa vedere le squadre antisommossa schierate contro la gente comune; sono scene che generano ricordi di antica memoria, di antica tristezza.

La notizia riportata da tutti i media, locali e nazionali, è quella di un territorio che resiste e di uno Stato che vuole imporre le sue decisioni strategiche. Lo Stato potrà avere anche ragione, ma prima di imporre qualcosa si deve avviare un dialogo vero e dare risposte non scontate, senza lasciare tanti dubbi e tanti errori sparsi che inficiano la procedura per la costruzione del gasdotto. Ma andiamo con ordine e facciamo il punto.

Il convitato di pietra

gasdotto tapCome abbiamo già scritto oltre 1 anno fa (LEGGI ANCHE: TAP, E’ GUERRA. LA PROCEDURA è IRREGOLARE), il gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline) è la parte europea del  Corridoio Meridionale del Gas che porterà in Italia ed in Europa il gas derivante dallo sfruttamento del grande giacimento di Shah Deniz in Azerbaijan. Una strategia di diversificazione delle fonti di approvvigionamento ne giustifica il progetto, un finanziamento europeo ed internazionale ne garantisce la fattibilità, ma con una chiara condizione: la sua realizzazione non deve causare conflitti con le realtà locali coinvolte. Non sembra che ciò si stia verificando.

La condizione fondamentale è infatti il  rispetto degli standard internazionali definiti dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) e dalla IFC – International Finance Corporation che, appunto, esigono che la valutazione degli impatti comprenda la componente sociale, pena la non concessione del finanziamento. Ecco perché per la TAP è stato avviato il processo di “É”, il cosiddetto ESIA (Environmental and Social Impact Assessment). La valutazione sociale c’è stata? Se fosse stata positiva, sarebbe in contrasto con i fatti di questi giorni.

Gasdotto TAP, quanti errori

Numerosi poi sono gli errori compiuti con il decreto del Ministero dell’Ambiente (il n. 223 dell’11 settembre 2014): è stato scritto che il progetto è compatibile dal punto di vista ambientale, ma con tante contraddizioni, mai spiegate, da lasciare il dubbio concreto sulla legittimità della procedura. Non si è mai detto perché sono state escluse  alternative progettuali riferite a diversi approdi, o lo si è fatto male.

In questi giorni si parla di ben 14 alternative discusse: non vogliamo mettere in dubbio che sia vero, ma possiamo chiedere di dirci quali sono e seriamente dubitare che la discussione sia avvenuta con i soggetti portatori di interesse. E poi ancora oggi, a distanza di quasi 3 anni, si discute della realizzazione di un micro tunnel (un “piccolo lavoro”, o forse una “grande bestia”, che ha appena un diametro interno di 3 metri ed è lungo 1485 metri): la Commissione VIA nazionale, in modo equivoco, aveva richiesto approfondimenti che confermassero la sostenibilità del micro tunnel. Ma come si è potuto chiudere così la VIA?

Il parere del Comitato nazionale VIA
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Un momento degli scontri tra ambientalisti e forze dell’Ordine (Foto Mauro Bortone)

Nel 2014, giudicando la compatibilità favorevole, il Comitato VIA Nazionale scrisse così: “qualora dagli studi … si dovesse rilevare l’impossibilità tecnica-ambientale di realizzazione del micro tunnel, qualunque soluzione alternativa dovrà essere sottoposta preventivamente a Verifica di Assoggettabilità a VIA …”. Questo è l’assurdo: nell’adottare il provvedimento ministeriale sono rimaste incertezze tali da determinare in futuro variazioni al progetto. Una procedura alquanto atipica, specie in considerazione dell’assurda richiesta di una nuova possibile Verifica di Assoggettabilità a VIA per un progetto ritenuto compatibile. Incredibile a dirsi: si aprirebbe infatti nuovamente la fase di VIA che col decreto emanato sarebbe invece già superata, generando situazioni quanto meno originali e nuove nel panorama tecnico-normativo. E allora c’è da chiedersi: perché a suo tempo venne chiusa la VIA? È sempre mancata una risposta.

VIA da bloccare?

Il decreto del Ministero non ha poi spiegato perché mancasse uno studio  sul tratto di gasdotto da realizzare per connetterlo alla rete nazionale. Senza questo non ha senso la TAP e quindi non si comprende come sia stato autorizzato il tratto dalla Grecia ed Albania fino a Melendugno ignorando un tratto a terra che va dal terminale di ricezione fino all’innesto alla rete nazionale, a circa 60 km, nel comune di Mesagne. Un fatto gravissimo perché per legge non si può “spezzare” un’opera per sottoporla a due distinte procedure: per tale mancanza la VIA era da bloccare. Lo scorso anno la Regione Puglia si è espressa sul gasdotto a terra, esprimendone parere negativo. Come la mettiamo? Non si ha diritto a discuterne?

Ma soprattutto è mancata la valutazione di impatto sociale o meglio la stessa ha evidenziato una guerra con i cittadini. È giusto aver chiuso così? La valutazione sociale avrebbe dovuto suggerire la revisione dell’intera procedura e proporre la verifica di soluzioni alternative, che pure c’erano. La si è ignorata, si è ignorata la legge vera, non quella scritta dagli organi giurisdizionali, ma quella legge che autorizza il popolo a scendere in piazza a protestare per far sì che non  vengano spente la discussione e la democrazia.

Gasdotto TAP a quali condizioni?

Si porti a termine  allora l’espianto per non danneggiare i lavori (salvo reimpiantare gli ulivi successivamente), ma poi si sospenda tutto e si torni a discutere. È una scelta di popolo in mancanza della quale, essendo negativa la Valutazione di Impatto Sociale, la costruzione dell’opera dovrà fare a meno dei finanziamenti della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) e della IFC – International Finance Corporation che, appunto, esigono che la valutazione degli impatti comprenda la componente sociale. E questa, lo dicono i fatti, è negativa perché nelle strade si lotta e la gente viene caricata come negli anni’60 e ‘70, gli anni delle rivendicazioni sociali. Anche se le violenze non devono appartenere a chi protesta.

 

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