Di Antonio Cianciullo anche i più tiepidi followers delle tematiche ecologiste hanno sentito parlare. Giornalista, è l’ attento interprete da oltre trent’anni per la Repubblica delle dinamiche legate ai temi ambientali e conosce sicuramente lo scenario italiano e internazionale in cui si muovono le ecomafie. Cianciullo è stato presente ai principali appuntamenti legati al cambiamento climatico, primo fra tutti l’Earth Summit di Rio nel ’92, ed ha al suo attivo corpose inchieste da cui sono nati altrettanti libri. E della sua ultima fatica, Dark Economy,(scritto insieme al responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente Enrico Fontana, che per la cronaca ha coniato il termine “ecomafia”), è venuto a parlare a Bari giorni fa. Lo abbiamo incontrato.
Si stima che il volume d’affari delle ecomafie sia di oltre 23 miliardi di euro l’anno, quasi i numeri di una finanziaria. Non le sembra pur sempre una cifra riduttiva se includiamo le attività che si coprono di falsa legalità?
Bisogna intendersi sulle cifre. Il volume d’affari dell’ecomafia in senso stretto oscilla infatti intorno a 23 miliardi di cui 3,5 vengono dal traffico illecito di rifiuti. I restanti 20 miliardi fanno parte di un giro più ampio in cui rientra l’economia illegale. Un dato riportato recentemente per il secondo anno consecutivo dalla Corte dei Conti è la stima di oltre 60 miliardi all’anno che ruotano intorno intorno al sistema della corruzione: sono 1000 euro l’anno per abitante, neonati compresi. E la Banca d’Italia stima al 30% di quei 60 miliardi le somme che ruotano intorno al più vasto universo del circuito in nero e che quindi derivano dall’attività illegale e criminale.
Questa cifra è destinata ad aumentare?
La manovra di Monti è destinata a ridurre questa dimensione che è indubbiamente molto allarmante. Devo però dire che una visione esclusivamente repressiva del fenomeno è destinata a incidere soltanto su una parte dei proventi illeciti; sarebbe più utile a mio giudizio intervenire anche con un sistema di misure che servano a fare emergere l’economia in maniera più strutturale.
Ad esempio?
Mi riferisco, per restare in campo ambientale, all’esenzione fiscale del 55% per gli interventi di ristrutturazione ecologica all’interno degli edifici: è stata una misura che ha prodotto un fatturato di parecchi miliardi di euro, è stata largamente accolta in Italia e ha mostrato che si può unire la volontà di regolarizzare il lavoro, di far crescere l’economia e di migliorare l’impatto ambientale nella gente; e si potrebbero immaginare altri processi di crescita che vadano in questa direzione. Insomma, si dovrebbe rendere l’economia più sensibile alle questioni ambientali e al tema della legalità attraverso processi tali da creare immediato consenso. Oggi invece questa misura è molto ridotta, è stata spalmata in 10 piuttosto che in 5 anni , si è ridotta al 36% e quindi si è indebolita. Non mi sembra la strada giusta.
Torniamo ai grandi numeri delle ecomafie. Dove vanno a finire i soldi ricavati dai traffici illeciti? In quali attività vengono investiti?
E’ molto difficile indagare il percorso di questo denaro, perchè si tratta di soldi in nero frutto dell’attività della criminalità organizzata. Quello che si può dire è che le rotte del traffico di rifiuti, di armi e di droga, spesso tendono a sovrapporsi e questo fa pensare che ci sono circuiti della criminalità organizzata che trattano alternativamente questo genere di attività. Una parte dei proventi vengono poi reinvestiti nelle attività più diverse, commerciali, edilizie, finanziarie, in modo da essere riportati “in chiaro”. Non esistono indagini sulla presenza di criminalità nelle rinnovabili, ma è vero che nelle regioni a forte presenza criminosa, dove si costruiscono scuole e ospedali, si va alla ricerca delle infiltrazioni mafiose. Nel caso delle rinnovabili succede il contrario: non si cercano le infiltrazioni ma si bloccano gli impianti. E questo per me non è giusto.
Quindi è difficile seguire questo percorso?
E’ piuttosto difficile, ma se ci si dotasse di strumenti più incisivi a livello legislativo la lotta sarebbe più facile. Solo che ci si scontra contro una resistenza alla trasformazione, anche della normativa.
Difficile anche seguire il percorso dei rifiuti?
Caratteristica del passato era che il rifiuto viaggiava “a senso unico” dal nord al sud. Oggi le ecomafie si distribuiscono sul territorio nazionale: Lombardia, Veneto, Piemonte sono investite da attività di ecomafia più che nel passato. Ma c’è anche un discorso di “globalizzazione dei rifiuti” che dall’ Italia vanno in Africa – soprattutto i RAAE – , Cina e India. E l’Italia fa il “lavoro sporco” smaltendo i rifiuti pericolosi delle grandi imprese europee perchè da noi la presenza delle attività criminose è più forte e organizzata che altrove.

La gente però si dimostra più sensibile che in passato verso i temi legati all’ambiente. Sta cambiando soprattutto l’atteggiamento verso le rinnovabili.
Sì, è vero, e questo malgrado la forte ondata “ambientalista” contro le installazioni eoliche e fotovoltaiche accusate di provocare un danno estetico all’ambiente. Eppure non c’è la stessa ostilità contro i 500 kmq di territorio in Italia che ogni anno sono sottoposti a cementificazione. Il danno estetico degli aerogeneratori e delle distese di pannelli fotovoltaici? E’ presente solo in certi casi. così come non è vero che gli impianti “deprezzano” i terreni; spesso le aziende agricole sono costrette a chiudere perchè non sopportano le spese e l’utilizzazione di parte dei terreni per gli impianti darebbe respiro all’agricoltura. La verità è che di fronte all’impiego di altre fonti di energia più dannose bisogna chiedersi quale è il danno minore. Meglio le rinnovabili che il monopolio del carbone e del petrolio! Qualcuno dovrà poi dirci dove andare a prendere l’energia. Quindi il vero problema non è “se” ma “come” produrre energia dalle rinnovabili.
Chi rema contro le rinnovabili?
C’è una campagna delle grosse lobby internazionali dei combustibili fossili che in certi casi si infiltrano anche nelle comunità scientifiche e per allungare la vita “economica” di carbone e petrolio falsano i dati sul cambiamento climatico. Anni fa l’Accademia delle scienze britannica ha esplicitamente accusato la Exon di aver finanziato centri di ricerca che diffondevano notizie false sui combustibili fossili. Ma questo non è l’unico caso. E la cosa più preoccupante è che strategie simili continuano ad essere messe a punto anche per minimizzare i danni prodotti dal tabacco e dall’amianto.




Loading...