Ex Ilva, l’altoforno delle polemiche e l’utopia della decarbonizzazione

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Il processo di decarbonizzazione deve andare di pari passo col progressivo azzeramento dei sussidi ambientalmente dannosi

Dopo la riaccensione dell’altoforno Af01 nell’impianto siderurgico di Taranto, non si fermano le polemiche. Dalla Commissione Ambiente del Consiglio Regionale della Puglia emergono voci contrastanti, mentre si chiede di fare il possibile per l’avvio effettivo di un processo di decarbonizzazione

 

Sono passate due settimane dalla grande cerimonia di riaccensione dell’altoforno alimentato a carbone Afo1 dell’ex Ilva a Taranto. “Un passaggio importante nel processo di rilancio dello stabilimento tarantino”, aveva sottolineato durante l’evento il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Un passo indietro rispetto alle politiche di decarbonizzazione per molti altri, tra cui l’Assessora all’Ambiente della Regione Puglia, Serena Triggiani. Una riaccensione in piena regola, come invece dichiarato nei giorni scorsi dal direttore scientifico di Arpa Puglia, Vincenzo Campanaro, secondo cui non sono state rilevate “alterazioni significative negli andamenti delle concentrazioni dei principali parametri, come polveri, PM10 e benzene”. 

Riaccensione altoforno: un ritorno al carbone

L’altoforno, di recente riattivazione, era rimasto fermo da agosto 2023 per alcuni lavori di manutenzione. Più di un anno in cui la produzione della più grande acciaieria d’Europa era scesa ai minimi storici, complice anche la disattivazione dell’altro altoforno (Afo2), fermo dall’inizio di quest’anno e in fase di riattivazione – stando al piano industriale – nei prossimi mesi di febbraio o marzo. Tutto sommato bene, si direbbe, se non che Afo1 dovrà essere nuovamente fermato nei primi mesi del 2025 per la sostituzione del crogiolo, un pozzo cilindrico in cui viene raccolta la ghisa. Un tipo di manutenzione che toccherà anche ad Afo2, successivamente. La riaccensione dei due altiforni dovrebbe portare l’ex Ilva ad una capacità produttiva superiore al 40%, per una produzione di 5 milioni di tonnellate nel prossimo anno. 

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L’impianto siderurgico tarantino visto dalla città jonica

E a questo punto che sono sorti dei grandi “ma”. Prima di tutto, c’è la questione dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA), non ancora aggiornata e ferma ancora ad agosto 2023. Poi non si può trascurare la sentenza della Corte di Giustizia UE dello scorso giugno che ha imposto, tra le altre cose, una valutazione di impatto sanitario. “Se si presenteranno dei pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana – così si legge nella sentenza – l’esercizio dell’azienda dovrà essere sospeso”. La pronuncia dei giudici della corte a Lussemburgo, nata a seguito di un ricorso di undici cittadini dell’associazione “Genitori tarantini” per la chiusura degli impianti e i risarcimenti, è piuttosto chiara, anche se meno netta di quello che si potesse pensare. Infatti, lascia la palla della valutazione dei rischi al Tribunale di Milano, che deciderà sul da farsi nell’udienza del 6 febbraio 2025. 

Il dilemma decennale tra ambiente, salute e lavoro

L’ex Ilva, “la fucina prometeica, incistata sulle rive dello Ionio” come la definiva il giornalista tarantino Alessandro Leogrande nel suo Fumi sulla città (Feltrinelli, 2013), dopo varie inchieste e denunce, sentenze di varie corti nazionali e internazionali, non si ferma ancora, anzi. Come sottolineato dal Commissario Straordinario di Acciaierie d’Italia, Giancarlo Quaranta, la riaccensione dei due altiforni è soltanto un primo passo essenziale per la diminuzione del numero dei lavoratori in cassa integrazione, ma anche per garantire la sopravvivenza dello stabilimento in vista dell’implementazione dei forni elettrici.

Proprio a proposito di quest’ultimo punto, nei giorni scorsi c’è stato un accordo siglato tra i commissari delle amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e i vertici della società Dri d’Italia per cominciare a parlare del nuovo impianto del preridotto di ferro, dal valore di un miliardo di euro proveniente dal Fondo di Sviluppo e Coesione. Un sistema alimentato esclusivamente a gas, che andrà ad alimentare i due forni elettrici in funzione dal 2027 e che, sulla carta, dovrebbe ridurre le emissioni di CO2 e, di conseguenza, l’uso del carbone. 

Al momento, però, la riaccensione di un altoforno a carbone non può che destare sconcerto prima di tutto dal punto di vista ambientale, ma non solo. “La città di Taranto e il territorio stanno vivendo questo momento con grande preoccupazione – ha dichiarato il presidente della Commissione Ambiente del Consiglio regionale pugliese, Michele Mazzarano – ci allarma che ciò avvenga con l’autorizzazione integrata ambientale scaduta e che non si tenga conto della sentenza della Corte di Giustizia europea dei mesi scorsi”. Il processo di decarbonizzazione, a più riprese inserito all’interno dei dossier europei e internazionali, non può che essere perseguito. “Non può essere una chimera, né un delitto, la volontà di coniugare un modello di produzione con la salute dei lavoratori e l’ambiente pulito”, ha ribadito l’assessora regionale Serena Triggiani

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